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lunedì 2 novembre 2026

Pasolini e l'Italia di oggi: il corpo scomodo di una voce profetica

Primo piano in bianco e nero dello scrittore e regista Pier Paolo Pasolini con un maglione a dolcevita chiaro e giacca scura, con sguardo serio e pensieroso rivolto di lato.
Ritratto d'archivio di Pier Paolo Pasolini. I suoi lineamenti scavati e lo sguardo severo rimangono il simbolo di una delle voci più lucide, libere e perseguitate della cultura del Novecento.

Pier Paolo Pasolini
è stato uno dei più grandi, poliedrici e controversi intellettuali del Novecento europeo. Poeta straordinario, romanziere acuto, regista rivoluzionario, giornalista corsaro e saggista lungimirante, ha lasciato un'impronta indelebile nella cultura italiana.

La sua vera colpa, agli occhi di molti contemporanei, non fu l'appartenenza politica, non fu la provocazione artistica, non fu nemmeno la sua omosessualità. La sua colpa fu possedere una lucidità spietata, una capacità quasi dolorosa di leggere il proprio tempo. Pasolini vide prima di altri le trasformazioni profonde che stavano cambiando l'Italia del dopoguerra e comprese che il pericolo più grande non sarebbe arrivato dai vecchi totalitarismi, ma da forme nuove, più seducenti e per questo più pervasive.

Per quella lucidità venne insultato, processato, censurato, isolato. E continuò a parlare.

Oggi, a distanza di decenni dalla notte tra l'1 e il 2 novembre 1975, quando fu barbaramente assassinato all'Idroscalo di Ostia, rileggere le sue pagine o osservare i suoi fotogrammi provoca una sensazione inquietante. Pasolini non è mai stato così attuale.

Il mondo che lui vedeva nascere, quello del consumismo totalizzante, dell'omologazione culturale, della mercificazione dell'esistenza e della progressiva scomparsa delle identità storiche, è il mondo in cui viviamo. Non un mondo simile. Proprio quel mondo.

Le radici e il trauma: dalla guerra all'esilio romano

Nato a Bologna nel 1922, Pasolini forma la propria sensibilità negli anni drammatici della guerra e del dopoguerra. In Friuli scopre l'amore per la lingua, per la cultura popolare e per quel mondo contadino che considererà sempre depositario di una forma di autenticità destinata a scomparire.

La storia colpisce però la sua vita con violenza. Prima la morte del fratello Guido, partigiano ucciso nel 1945. Poi, nel 1949, il linciaggio morale e politico che segue alle accuse legate alla sua omosessualità. L'espulsione dal Partito Comunista Italiano per "indegnità morale", la perdita dell'insegnamento e l'isolamento sociale segnano una ferita destinata a non rimarginarsi mai completamente.

Costretto a lasciare il Friuli, si trasferisce a Roma insieme alla madre.

Non è una fuga. È l'inizio di una rivoluzione.

Pasolini arriva nella capitale da escluso e da straniero. Si ritrova immerso in un'Italia profondamente clericale, conformista e ipocrita, un Paese che proclamava valori morali assoluti mentre nascondeva enormi contraddizioni sociali. Quella posizione marginale, quel sentirsi sempre "fuori posto", diventeranno la sorgente della sua forza intellettuale.

Per tutta la vita Pasolini conserverà lo sguardo di chi osserva la società dall'esterno.

Ragazzi di vita: il fango trasformato in epica

In questo contesto nasce una delle operazioni culturali più rivoluzionarie del Novecento italiano.

Con Ragazzi di vita (1955), Pasolini porta al centro della letteratura coloro che non possedevano né voce né dignità pubblica. I sottoproletari delle borgate romane, gli emarginati, i dimenticati, diventano protagonisti di un racconto che non li giudica e non li compatisce.

Li rende epici.

Pasolini trasforma il fango in poesia. Dove la società vede degrado, lui vede umanità. Dove la cultura ufficiale vede criminalità e miseria, lui riconosce una vitalità ancora incontaminata dai meccanismi dell'omologazione.

Ma raccontare quella realtà e vivere apertamente la propria diversità significava sfidare il potere culturale del tempo.

La risposta fu brutale.

Censura, processi, campagne diffamatorie e persecuzioni giudiziarie accompagnarono gran parte della sua vita pubblica. Decine di procedimenti giudiziari cercarono di ridurlo al silenzio. Quasi sempre ne uscì assolto.

Non veniva processato soltanto un uomo.

Veniva processata un'idea di libertà.

Il nuovo fascismo: il consumismo come potere assoluto

Con il passare degli anni la riflessione di Pasolini diventa sempre più radicale.

Mentre gran parte dell'intellettualità italiana continua a combattere i fantasmi del passato, lui individua una minaccia diversa. Un potere nuovo, apparentemente democratico e persino desiderabile.

Il consumismo.

Pasolini arriva a definire la società dei consumi una forma di "nuovo fascismo". Non perché identica al fascismo storico, ma perché più efficace.

Il fascismo tradizionale imponeva comportamenti attraverso la coercizione. La nuova società li impone attraverso il desiderio.

Non costringe. Seduce.

Non reprime. Omologa.

Non obbliga le persone a pensare nello stesso modo. Le induce a desiderare le stesse cose, a parlare con gli stessi linguaggi, a inseguire gli stessi modelli di vita.

Per Pasolini il vero dramma non era la perdita della libertà politica. Era la perdita delle differenze umane.

La progressiva cancellazione delle culture popolari, delle identità locali, delle tradizioni e perfino delle diversità linguistiche.

Una trasformazione che giudicava irreversibile e devastante.

Valle Giulia: quando Pasolini restò solo

Il momento che forse più di ogni altro racconta la sua radicale indipendenza intellettuale arriva nel 1968.

Dopo gli scontri di Valle Giulia tra studenti e polizia, Pasolini pubblica la celebre poesia "Il PCI ai giovani!!", destinata a suscitare scandalo e incomprensioni.

Scrive:

"Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri."

Una frase che ancora oggi viene citata spesso senza essere compresa.

Pasolini non stava difendendo la polizia come istituzione. Lo precisò lui stesso:

"Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia."

Il suo ragionamento era un altro.

Guardava alla composizione sociale dei due schieramenti e vedeva qualcosa che quasi nessuno voleva vedere. Da una parte ragazzi provenienti dalle periferie, dalle campagne, dalle classi popolari. Dall'altra una larga parte di studenti appartenenti alla piccola e media borghesia urbana.

In quella contrapposizione Pasolini intuì qualcosa di enorme.

Il Sessantotto non avrebbe distrutto la borghesia. L'avrebbe universalizzata.

Mentre quasi tutti interpretavano la contestazione come l'inizio di una rivoluzione, Pasolini intravide l'avvento di una nuova fase del capitalismo. Più dinamica, più moderna, più permissiva e infinitamente più capace di assorbire il dissenso.

La ribellione stava diventando una merce.

L'anticonformismo stava diventando una moda.

La trasgressione stava diventando un prodotto.

Per questo invitava provocatoriamente i giovani ad "andare verso il PCI": non per adesione burocratica al partito, ma perché vedeva ancora nella classe operaia e nella memoria popolare l'ultimo argine all'omologazione consumistica.

Dal Sessantotto agli algoritmi: la profezia che si è avverata

È proprio qui che il pensiero di Pasolini incontra il nostro presente.

Oggi viviamo in una società in cui la contestazione viene spesso assorbita dal sistema con una velocità impressionante. Ogni simbolo di ribellione può trasformarsi in marchio. Ogni linguaggio antagonista può diventare strategia di marketing. Ogni protesta può essere ridotta a contenuto, slogan o tendenza algoritmica.

La ribellione vende.

L'indignazione genera interazioni.

La dissidenza produce traffico.

Ciò che Pasolini intravide nel 1968 appare oggi sotto una forma ancora più avanzata.

Il mercato non combatte più le controculture.

Le ingloba.

Le trasforma in merci.

Le restituisce confezionate e innocue.

Per questo la sua riflessione continua a risultare così scomoda. Perché ci costringe a porci una domanda che nessuna generazione ama sentirsi rivolgere:

stiamo davvero cambiando il mondo oppure stiamo semplicemente consumando una versione commerciale della ribellione?

Cosa direbbe Pasolini ai ragazzi di oggi?

Se Pasolini fosse ancora tra noi, probabilmente guarderebbe alle nuove generazioni con lo stesso intreccio di tenerezza, severità e inquietudine che emerge dai suoi scritti.

Direbbe loro di diffidare delle semplificazioni.

Di non confondere la visibilità con la libertà.

Di non scambiare il consenso immediato per coscienza critica.

Probabilmente ricorderebbe che ogni potere cerca sempre di parlare il linguaggio della ribellione per neutralizzarla dall'interno.

Inviterebbe a studiare di più e a sloganizzare di meno.

A leggere poesia in un tempo dominato dagli algoritmi.

A coltivare la complessità in un'epoca che premia la reazione istantanea.

A difendere la propria singolarità contro l'omologazione digitale.

Forse direbbe che la società conformista degli anni Cinquanta non è mai davvero scomparsa.

Ha soltanto cambiato volto.

L'eredità di una voce irriducibile

Al di là della sua tragica e ancora controversa morte, ciò che resta di Pasolini è il coraggio di una voce che rifiutò di appartenere a qualsiasi schieramento in modo acritico.

Fu troppo comunista per i conservatori.

Troppo eretico per il Partito Comunista.

Troppo libero per essere accettato da qualunque ortodossia.

Per questo continua a inquietare.

Per questo continua a dividere.

E per questo continua a essere necessario.

Pasolini non ci ha lasciato consolazioni. Ci ha lasciato domande.

Domande che riguardano il potere, il mercato, la cultura, la libertà e il destino delle comunità umane.

Domande che, a oltre mezzo secolo dalla sua morte, non hanno perso un grammo della loro forza.

La sua eredità non serve a rassicurarci. Serve a disturbarci.

Ed è proprio per questo che ne abbiamo ancora bisogno.

Nota dell'autrice

Questo articolo non nasce dalla penna di una giornalista, ma dal bisogno di una lettrice, di una cittadina, di una mente libera che si rifiuta di dimenticare.

Ho voluto ricordare Pier Paolo Pasolini sulle pagine del mio blog perché la sua solitudine di ieri assomiglia fin troppo alle censure di oggi, e perché le sue parole, affilate e scomode, continuano a essere una delle poche lenti capaci di aiutarci a decifrare questo nostro presente conformista.

A oltre cinquant'anni dalla sua tragica morte, il suo corpo non c'è più, ma le sue eresie restano intatte.

E finché continueremo a leggerlo, a comprenderlo e a interrogarci sulle sue domande, Pasolini non sarà mai davvero morto.

Vanessa Mazza
Per chi continua a credere che la memoria sia un atto di libertà.
vanessablogmazza.com
📚 Fonti storiche e letterarie:
  • I traumi biografici, l'insegnamento e il PCI: Per i fatti relativi all'infanzia, alla scuola privata a Versuta e all'espulsione dal Partito Comunista del 1949, la fonte biografica principale è la raccolta epistolare curata dal cugino dello scrittore, Nico Naldini, intitolata The Letters of Pier Paolo Pasolini, e le attività documentate dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia. 
  • La censura e i processi: I dettagli sulle decine di procedimenti giudiziari e le relative assoluzioni (come per Ragazzi di vita e il film La ricotta) sono ricostruiti nei saggi storici d'archivio, tra cui gli approfondimenti dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio.
  • La poesia su Valle Giulia: Il testo integrale e i manoscritti della poesia "Il PCI ai giovani!!" fanno riferimento alla pubblicazione originale sulla rivista letteraria Nuovi Argomenti (giugno 1968) e al successivo dibattito storico documentato nei saggi della Rivista il Mulino e analizzato dallo storico Giovanni De Luna. 
  • La critica al consumismo e al capitalismo: Per la sezione sui "nuovi totalitarismi" le fonti principali sono gli scritti giornalistici dello stesso autore, raccolti postumi nei volumi Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (1976).
Aggiornamento di cronaca (Novembre 2026)
Per quanto riguarda la parte legata ai misteri della morte e alla strettissima attualità, l'articolo è blindato dai riscontri delle agenzie di stampa nazionali:
  • Apertura del nuovo fascicolo: Come riportato dalle testate giornalistiche RaiNews e Sky TG24, la Procura di Roma ha ufficialmente aperto una nuova indagine affidata al sostituto procuratore Silvia Santucci. 
  • I dettagli dell'esposto: L'atto giudiziario scatenante è l'esposto depositato dall'avvocato Stefano Maccioni (legale rappresentante dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti). L'istanza si basa sull'analisi tecnica di immagini televisive dell'epoca e sulla richiesta di audizione di un nuovo testimone chiave.

Arte e Resistenza Trans: Majur, Urias e il nuovo pop transfemminista che sta conquistando il Brasile

Immagine di copertina del blog con un selfie ravvicinato nel backstage delle cantanti trans brasiliane Urias, sulla sinistra con capelli chiari e frangia, e Majur, sulla destra con capelli neri mossi e choker di strass.
La sorellanza che rivoluziona il pop: uno scatto ravvicinato nel backstage di Urias e Majur. Due delle voci trans e nere più potenti, influenti e d'avanguardia del Brasile contemporaneo.

 
Di Vanessa Mazza

Un caloroso saluto a tutte, a tutti e a tutt* i lettori del blog.

Il viaggio all'interno dell'arte transgender contemporanea ci porta oggi in Brasile, uno dei Paesi più influenti dal punto di vista culturale dell'America Latina e, allo stesso tempo, uno dei contesti in cui le persone transgender continuano ad affrontare significative forme di discriminazione sociale.

Negli ultimi anni, tuttavia, proprio dalla scena artistica brasiliana è emersa una nuova generazione di musiciste trans che sta ridefinendo i linguaggi del pop, dell'R&B e della musica elettronica. Dopo il successo internazionale di Liniker, altre artiste stanno contribuendo a trasformare il panorama musicale del Paese. Tra queste spiccano Majur e Urias, due figure centrali della nuova cultura pop brasiliana.

🎤 Majur: tra afropop, spiritualità e identità

Copertina dell'album Gira Mundo della cantante trans brasiliana Majur, in posa sulla sabbia con una tuta d'argento e un braciere acceso sul capo, circondata da musicisti con abiti bianchi e tamburi.
La copertina del monumentale album "Gira Mundo" (2025) di Majur. Un'opera visiva e sonora straordinaria che unisce la modernità pop alle radici afro-brasiliane e ancestrali di Salvador de Bahia.

Nata a Salvador de Bahia nel 1995, Majur (Majur dos Santos Conceição) è una cantante e compositrice che ha costruito la propria identità artistica attraverso l'incontro tra afropop, soul e R&B contemporaneo.


La sua crescita artistica è profondamente legata alle tradizioni culturali afro-brasiliane della Bahia, una delle regioni più importanti per la storia e l'identità nera del Brasile. Questo patrimonio emerge costantemente nelle sue composizioni, dove temi come l'amore, la spiritualità e l'affermazione personale assumono una dimensione universale.
Grafica promozionale dell'album Arrisca della cantante trans brasiliana Majur, in posa di profilo con stivali neri, scialle viola e un grande copricapo d'argento, con la tracklist del disco in basso.
Il retrocopertina e la tracklist ufficiale dell'album "Arrisca" (2023) di Majur. Un progetto straordinario che consacra l'afrofuturismo pop e l'eccellenza dell'R&B contemporaneo nel mercato brasiliano.

La notorietà nazionale arriva nel 2019 grazie alla partecipazione a AmarElo, progetto musicale guidato da Emicida e impreziosito dalla presenza di Pabllo Vittar. Da quel momento Majur consolida il proprio ruolo nella nuova musica brasiliana, esibendosi sui palchi dei principali festival del Paese, tra cui Rock in Rio.


Con l'album Ojunifé, titolo che in lingua yoruba significa "Occhi dell'amore", l'artista propone un percorso musicale incentrato sulla valorizzazione della propria identità e delle proprie radici culturali. Parallelamente alla musica, Majur si è affermata anche nel mondo della moda e dell'editoria, contribuendo ad ampliare la rappresentazione delle donne trans nere nei media brasiliani.

Urias: l'avanguardia tra moda, elettronica e performance

Fotografia in primo piano della cantante trans brasiliana Urias con un grande copricapo di piume rosse e la fascia presidenziale ufficiale del Brasile verde e oro.
La sovranità del corpo trans: Urias indossa la fascia presidenziale del Brasile nell'iconico immaginario visivo di HERDEIRA. Un atto dirompente e iconico che risignifica i simboli del potere nazionale attraverso l'orgoglio e l'eccellenza della cultura queer.

Se il percorso artistico di Majur si caratterizza per sonorità calde e influenze afro-diasporiche, Urias rappresenta l'anima più sperimentale ed elettronica della nuova scena pop brasiliana.


Nata a Uberlândia nel 1994, Urias ha iniziato la propria carriera nel settore della moda, partecipando a importanti eventi come la São Paulo Fashion Week, prima di affermarsi come cantante, performer e icona culturale.

Dipinto d'arte contemporanea che raffigura la cantante trans Urias come una divinità con il volto rosso, un'aureola a stella dorata e circondata da figure e colombe su sfondo blu.
La divinizzazione del corpo trans: un'opera pittorica monumentale che eleva Urias a icona sacra e ancestrale, circondata dalla devozione e dalla protezione della sua comunità. Un dipinto che unisce l'estetica classica alla spiritualità afrofuturista contemporanea.

La svolta arriva con il singolo Diaba del 2019, brano che combina ricerca estetica, sperimentazione sonora e riflessione sociale. Attraverso una forte componente visuale e performativa, Urias affronta temi legati all'identità, al corpo e alla rappresentazione delle persone transgender nella società contemporanea.


La sua produzione musicale attraversa elettronica, trap e pop sperimentale, mentre album come FÚRIA e HERDEIRA hanno consolidato la sua reputazione come una delle artiste più innovative del panorama latinoamericano. Parallelamente all'attività musicale, Urias utilizza il proprio lavoro artistico per affrontare questioni legate al razzismo e alla transfobia, temi che occupano uno spazio centrale nella sua poetica.

Una nuova stagione della musica brasiliana

Le carriere di Majur e Urias testimoniano la vitalità della scena artistica trans brasiliana e il suo crescente peso nel panorama culturale internazionale.

Pur seguendo percorsi estetici molto diversi, entrambe hanno contribuito a rendere più visibili le esperienze trans all'interno della musica mainstream, portando nuove narrazioni nei media, nella moda e nell'industria dell'intrattenimento.

Raccontare il loro lavoro significa osservare da vicino un cambiamento culturale già in atto: quello di una generazione di artiste che non chiede semplicemente rappresentazione, ma che sta partecipando attivamente alla definizione del futuro della musica brasiliana.

Vanessa Mazza
Arte, memoria e resistenza transgender contro ogni forma di invisibilità.

📚 Fonti storiche e approfondimenti digitali
  • Discografia e Successi di Majur: Per verificare la biografia, le collaborazioni e l'impatto culturale dell'artista afropop, consulta la scheda ufficiale su AllMusic - Majur Profile.
  • Traguardi e Videografia di Urias: Per approfondire lo storico delle sue performance visive, delle sfilate e dei premi vinti per il videoclip di Diaba, visita la risorsa enciclopedica Wikipedia - Urias Discography.
  • Contesto della Musica Trans Brasiliana: Per inquadrare la rivoluzione culturale in corso nel Paese, consulta gli editoriali speciali sul portale musicale internazionale Rolling Stone.

sabato 31 ottobre 2026

IL CINISMO DELLA GEOPOLITICA E LA MEMORIA TRADITA: IL CASO UCRAINA-ITALIA E IL GENOCIDIO SILENZIOSO DI CUBA

Dittico di fotografie storiche in bianco e nero sul programma Tarará a Cuba. A sinistra, Fidel Castro accoglie sulla pista dell'aeroporto i bambini ucraini reduci dal disastro nucleare di Chernobyl. A destra, una dottoressa cubana con stetoscopio esamina il braccio di un giovane paziente ucraino assistito da sua madre in ospedale.
La memoria che la geopolitica cancella: A sinistra, l'arrivo a L'Avana dei primi bambini ucraini colpiti dalle radiazioni di Chernobyl; a destra, le cure specialistiche e quotidiane offerte gratuitamente dal personale medico cubano a Tarará. Una pagina straordinaria di solidarietà internazionale oggi tradita dal cinismo dei voti e delle astensioni in sede ONU. (Foto: Archivio Storico / Cuba)


Mentre l’isola affronta la crisi materiale più drammatica della sua storia recente, l’aula delle Nazioni Unite ha consumato un tradimento etico e storico che la dice lunga su cosa sia diventata la diplomazia occidentale. Il voto del 28 ottobre 2026 all'Assemblea Generale dell'ONU sull'embargo a Cuba non ha solo sancito la fine dell'isolamento totale di Washington, ma ha svelato una scioccante perdita di memoria storica.
La frattura del voto 2026: il dietrofront dell'Italia e l'allineamento a Trump
Se negli anni passati la condanna del bloqueo raccoglieva una maggioranza granitica di oltre 180 voti, quest'anno le pesanti pressioni e le minacce dell’amministrazione statunitense hanno spaccato il fronte. Il testo della risoluzione è passato, ma ha registrato uno smottamento diplomatico mai visto prima.
La nota più dolente riguarda direttamente il nostro Paese: l'Italia ha tradito Cuba, scegliendo per la prima volta in 34 anni di astenersi anziché votare per la fine dell'embargo. La Farnesina ha motivato l'astensione parlando di una presunta "mancanza di riforme interne" all'Avana, allineandosi formalmente alle posizioni di Germania, Polonia e alla linea sanzionatoria dura promossa oltreoceano. Una scelta giudicata da molti come un atto di pura sottomissione geopolitica, specie se si considera che proprio i medici cubani della Brigata Henry Reeve corsero in aiuto dell'Italia nei momenti più drammatici della pandemia di Covid-19.
Ancora più drastica la posizione di Kiev: l'Ucraina ha scelto di non votare, rifiutandosi di appoggiare la risoluzione umanitaria per Cuba. Una decisione che calpesta una delle pagine di solidarietà medica più straordinarie del ventesimo secolo.
LA SCHEDA STORICA: IL PROGRAMMA UMANITARIO DI TARARÁ E I BAMBINI DI CHERNOBYL
Un bambino ucraino calvo, vittima delle radiazioni del disastro nucleare di Chernobyl, sorride all'obiettivo mostrando con orgoglio il bicipite e un tatuaggio temporaneo sul braccio. Sullo sfondo, altri bambini lo guardano sorridenti all'interno del centro medico umanitario di Tarará, a Cuba.
Il miracolo di Tarará: Un bambino ucraino, vittima delle radiazioni della centrale nucleare di Chernobyl, mostra fiero il proprio bicipite insieme ai compagni durante i lunghi trattamenti terapeutici gratuiti offerti dal sistema sanitario cubano. (Foto: Reuters / Claudia Daut) [1]

Quando l'Ucraina dimentica Cuba, cancella il salvataggio di un'intera generazione di propri figli. Ecco la verità storica inopponibile del programma medico di Tarará:
  • L'inizio del miracolo (1990): All'indomani del disastro nucleare di Chernobyl del 1986, mentre il mondo occidentale osservava a distanza, Cuba fu il primo Paese a rispondere all'appello umanitario. Nel 1990, il governo cubano aprì le porte della cittadina costiera di Tarará, trasformando un intero centro balneare in un gigantesco complesso ospedaliero e terapeutico pediatrico.
  • Solidarietà nel momento più buio: Il programma partì proprio mentre Cuba entrava nel "Periodo Speciale", la più spaventosa crisi economica dell'isola dovuta al crollo dell'URSS. Nonostante la carenza di cibo, la fame e la mancanza di risorse interne, il popolo cubano scelse di razionare le proprie risorse per destinarle gratuitamente alle cure dei bambini ucraini, russi e bielorussi.
  • I numeri del salvataggio: Per oltre vent'anni (fino al 2011), Cuba ha ospitato e curato a proprie spese ben 26.000 bambini colpiti dalle radiazioni, di cui oltre 20.000 provenienti esclusivamente dall'Ucraina.
  • Le cure avanzate: I medici cubani non offrirono semplici soggiorni di vacanza, ma terapie d'avanguardia per gravissime patologie: leucemie, tumori, deformazioni tiroidee, problemi ematologici e gravi patologie dermatologiche (come l'alopecia e la vitiligine indotte dal trauma nucleare). Tutto rigorosamente a costo zero per le famiglie ucraine.
Fotografia storica in bianco e nero che mostra il leader cubano Fidel Castro in uniforme militare mentre accoglie calorosamente un gruppo di bambini ucraini e sovietici sopravvissuti al disastro nucleare di Chernobyl al loro arrivo all'aeroporto di L'Avana nel 1990. Castro accarezza il volto di una bambina tenendo un mazzo di fiori.
'inizio della solidarietà (29 marzo 1990): Il leader cubano Fidel Castro accoglie personalmente ai piedi della scaletta dell'aereo il primo gruppo di bambini ucraini reduci dalla catastrofe nucleare di Chernobyl. Nonostante l'imminente collasso economico del "Periodo Speciale", l'isola darà il via a un programma di cure gratuite durato oltre vent'anni. (Foto: Liborio Noval / Archivio Granma) 


Oggi, i vertici di Kiev scelgono l'allineamento totale con i dettami della Casa Bianca, dimenticando che migliaia di adulti ucraini oggi sono vivi solo grazie alla generosità profusa dai medici di quell'isola che oggi contribuiscono a soffocare finanziariamente.

LE DICHIARAZIONI IN AULA: LA DIVISIONE DELL'UNIONE EUROPEA E LA FERMEZZA DEL BRASILE
La sessione di voto del 2026 ha spaccato l'Unione Europea, evidenziando una profonda faglia diplomatica tra chi ha ceduto ai ricatti di Washington e chi ha mantenuto l'indipendenza giuridica:
  • I governi dell'astensione (Italia, Germania, Polonia): Nel corso delle dichiarazioni di voto, il blocco allineato agli USA ha cercato di giustificare lo strappo politico scaricando la responsabilità dell'attuale collasso economico unicamente sulle autorità dell'Avana, minimizzando l'impatto extraterritoriale delle sanzioni americane.
  • La resistenza europea (Francia, Regno Unito, Spagna): Al contrario, governi come quello francese, spagnolo e britannico si sono rifiutati di cambiare linea e hanno votato a favore di Cuba. Nelle dichiarazioni congiunte, hanno ribadito che la Legge Helms-Burton del 1996 e l'applicazione extraterritoriale dell'embargo costituiscono una palese violazione del diritto internazionale, della libertà di commercio e della sovranità degli Stati terzi, danneggiando le stesse imprese europee che provano a investire nell'isola.
  • L'esempio di dignità del Brasile di Lula: In totale controtendenza rispetto al cinismo europeo, il Brasile guidato dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha votato fermamente a favore di Cuba, unendo la sua voce al coro che chiede la fine del blocco economico. Lula ha ribadito che il bloqueo è una misura illegale, ingiusta e immorale, rifiutando categoricamente l'inclusione di Cuba nella lista nera dei paesi sponsor del terrorismo. Il posizionamento del Brasile rappresenta un argine formidabile contro la destra trumpiana ed esponenti come Flávio Bolsonaro, che dal loro rifugio a Miami sostengono apertamente l'ingerenza e il soffocamento finanziario dell'isola. Con questo voto, il Brasile si conferma la vera guida morale e diplomatica del Sud Globale, fondata sul rispetto dell'autodeterminazione.
LA REALTÀ CUBANA DI OGGÌ: UN GENOCIDIO SILENZIOSO
La conseguenza diretta di questo cinismo diplomatico si traduce in quello che si può definire un vero e proprio genocidio silenzioso ai danni della popolazione civile.
L'inserimento criminale di Cuba nella lista statunitense dei Paesi sponsor del terrorismo ha tagliato l'isola fuori da ogni normale meccanismo di credito internazionale. Cuba oggi non può comprare carburante, pezzi di ricambio per le centrali o navi cisterna senza che le banche o le società di navigazione subiscano sanzioni miliardarie da parte americana.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ospedali al buio, incubatrici bloccate, impossibilità di pompare l'acqua potabile nelle case, trasporti paralizzati e una carenza cronica di cibo e medicinali salvavita. Non si tratta di una crisi astratta; si tratta di un piano scientifico volto a piegare un popolo per fame ed esasperazione. E l'astensione dell'Italia in sede ONU non fa altro che rendere il nostro Paese complice di questo assedio medievale.
📂 Fonti e Riferimenti Giornalistici (Link ufficiali):
Di Vanessa Mazza
vanessablogmazza.com
Attivista LGBTQI+, blogger e opinionista indipendente