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lunedì 14 settembre 2026

La notte più buia di Ankara: la caccia alle streghe contro la comunità LGBTQI+ nella Turchia di Erdoğan

Un'illustrazione digitale drammatica in toni rossi e infuocati. In alto, una figura colossale e furiosa che ricorda il presidente turco Erdoğan indossa una corona e impugna uno scettro con la mezzaluna e la stella, sovrastando una bandiera turca tra le fiamme. Al centro, una linea di agenti di polizia in tenuta antisommossa scura avanza verso un gruppo di giovani attivisti LGBTQI+ disperati in primo piano. Tra loro, una ragazza piange avvolta in una bandiera arcobaleno, due ragazzi si abbracciano spaventati e un giovane ferito è rannicchiato a terra.
La violenza del potere contro l'amore e l'identità. Questa potente opera digitale descrive visivamente la spietata caccia alle streghe in corso in Turchia. Il contrasto è netto: in alto la ferocia distruttiva e infuocata del regime e delle sue forze di sicurezza; in basso, il dolore, le lacrime e la vulnerabilità dei giovani della comunità LGBTQI+, colpevoli solo di esistere e di resistere sotto il peso di una repressione disumana.

Il pretesto è quasi orwelliano: “La mia famiglia è al sicuro”.

Con questo slogan, il governo turco ha sferrato a metà settembre 2026 uno dei più feroci attacchi coordinati contro la comunità LGBTQI+ della storia recente del Paese. Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in abitazioni private, sedi associative e locali gay in 15 province, conducendo indagini su oltre 162 persone, oscurando siti web e bloccando i canali social delle storiche sigle per i diritti civili.

Come documentato nel reportage di BBC News, questa repressione non è un episodio isolato, ma l’apice di una strategia statale che mira a smantellare completamente la società civile.

Una regressione pianificata da lontano

Per anni Istanbul è stata la capitale morale dei diritti civili in Medio Oriente, ospitando Pride con oltre 100.000 partecipanti. La svolta autoritaria di Recep Tayyip Erdoğan ha invertito la rotta, trasformando progressivamente la retorica d’odio in legge dello Stato.

Dal 2015, i Pride sono stati sistematicamente vietati con la forza. Negli ultimi mesi, la propaganda governativa si è ulteriormente inasprita: Erdoğan ha proclamato il “Decennio della Famiglia”, definendo le persone LGBTQI+ «pervertiti» e un «movimento deviato» colpevole del calo delle nascite.

Dietro lo scudo dei “valori tradizionali”, il regime sta portando avanti pacchetti giudiziari che puntano a:

  • criminalizzare l’identità di genere,

  • limitare i percorsi di transizione,

  • incarcerare chi organizza cerimonie simboliche,

  • sciogliere associazioni storiche come Kaos GL.

I media filogovernativi amplificano quotidianamente l’incitamento all’odio, etichettando gli attivisti come “agenti stranieri prezzolati dall’Occidente”.

Chi sostiene la comunità LGBTQI+?

Nonostante la repressione, la comunità non è completamente sola. Ma i suoi alleati istituzionali operano sotto una pressione estrema.

I partiti della sinistra filokurda e progressista (DEM Party)

Il sostegno più esplicito arriva dal DEM Party. Durante i blitz, parlamentari come Kezban Konukcu sono scesi in piazza denunciando il regime e dichiarando che “il governo del palazzo non resterà al potere demonizzando le persone LGBTQ+”.

La principale opposizione (CHP)

Il CHP ha inserito nei suoi programmi la lotta alle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. Tuttavia, la sua posizione resta spesso prudente: il partito evita di esporsi troppo per non perdere l’elettorato più conservatore.

Società civile e sindacati

Organizzazioni come IHD, sindacati progressisti come DISK e diversi Ordini degli Avvocati (Ankara, Istanbul) denunciano costantemente i blitz, subendo in cambio indagini giudiziarie.

L’isolamento sociale

Nonostante queste sacche di resistenza, l’attivista medio e il cittadino comune si trovano drammaticamente soli. Il clima di terrore spinge le persone a nascondere il proprio orientamento sul lavoro e in famiglia. Criminalizzare l’associazionismo serve proprio a questo: tagliare i ponti di solidarietà, privare le persone di supporto psicologico e legale, e renderle vulnerabili alla macchina repressiva dello Stato.

Oltre la religione: la disumanizzazione nel 2026

Ridurre questa persecuzione a una questione religiosa significa non vedere la reale ferocia della situazione. Questa non è fede: è malvagità politica organizzata.

Quando uno Stato etichetta sistematicamente una minoranza come “deviata” o “malata”, sta compiendo un processo di disumanizzazione. Chi perpetra questi raid, chi firma i decreti di arresto e chi specula sull’odio ha ormai ben poco di umano. La religione diventa un paravento per coprire la crudeltà e distrarre un Paese impoverito dalla crisi economica, offrendo alle masse un capro espiatorio da linciare pubblicamente.

La resistenza dell’informazione indipendente: il baluardo di Bianet

In questo deserto di diritti, la prima linea di difesa è il giornalismo indipendente. Agenzie come Bianet continuano a documentare i raid strada per strada, anche mentre le autorità oscurano siti web e bloccano profili social.

Durante i blitz di metà settembre, Bianet ha pubblicato:

  • verbali dei fermi,

  • testimonianze dirette,

  • dettagli delle violazioni dei diritti civili.

Questo giornalismo basato sui diritti umani sfida quotidianamente le leggi sulla “disinformazione”, usate dal regime come arma di persecuzione giudiziaria.

La risposta internazionale

Appelli urgenti delle ONG

Amnesty International e Human Rights Watch chiedono il rilascio immediato dei 162 indagati e denunciano torture psicologiche e fisiche durante i fermi.

Pressioni da UE e Consiglio d’Europa

Da Bruxelles e Strasburgo arrivano condanne severe. Nonostante la Turchia sia uscita dalla Convenzione di Istanbul, resta vincolata alla CEDU. Si chiedono sanzioni mirate e il congelamento di fondi europei.

Fondi di emergenza globali

Organizzazioni come ILGA World e i network europei di protezione rapida hanno attivato sovvenzioni d’emergenza (Threat & Opportunity Response Fund) per:

  • difesa legale,

  • supporto psicologico,

  • reti di evacuazione,

  • visti umanitari d’urgenza.

    La notte più buia di Ankara non è solo repressione: è un avvertimento. E se il regime vuole il silenzio, allora la risposta è semplice: noi continueremo a parlare. E non potranno fermarci.

— Vanessa Mazza, diritti umani e libertà civili

Fonti e approfondimenti

BBC News, Bianet English, ILGA World, AFP News Agency

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