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venerdì 30 ottobre 2026

Flávio Bolsonaro e José Martí: quando l'ignoranza diventa mistificazione storica

Grafica di confronto con il ritratto di Jose Marti a sinistra e il volto di Flavio Bolsonaro a destra
A sinistra, un celebre ritratto storico di José Martí; a destra, un fermo immagine di Flávio Bolsonaro durante una delle sue dichiarazioni pubbliche dall'estero.

Da Miami, al riparo di ville, telecamere e alleanze con l'estrema destra continentale, Flávio Bolsonaro ha deciso di iscriversi al club degli eroi della storia universale. Nella sua ultima uscita pubblica si è addirittura paragonato a José Martí, il patriota cubano che dedicò ogni istante della propria vita alla liberazione della sua terra dal colonialismo spagnolo.

Il problema è che tra i due non esiste alcuna somiglianza.

José Martí lavorava fin da bambino per aiutare la propria famiglia. Studiò con una disciplina eccezionale, diventò poeta, giornalista, saggista e pensatore politico. A sedici anni venne incarcerato per le sue idee, condannato ai lavori forzati ed espulso dalla sua patria dal regime coloniale spagnolo.

Martí non lasciò Cuba per convenienza politica, né per costruirsi una carriera dall'estero. Ogni suo esilio fu imposto dalla repressione. E ogni volta che poté tornò a rischiare la libertà e la vita. L'ultima volta sbarcò sull'isola sapendo perfettamente che avrebbe potuto morire. Morì infatti in combattimento a Dos Ríos, con le armi in pugno, combattendo per l'indipendenza del suo popolo.

Bolsonaro, al contrario, pretende di evocare il nome di Martí mentre vive comodamente negli Stati Uniti e si presenta come perseguitato politico. È una rappresentazione che non resiste a un minimo confronto storico.

Ancora più imbarazzante è il tentativo di appropriarsi dell'eredità martiana ignorandone il pensiero fondamentale.

Chi era davvero José Martí

Grafica istituzionale in tonalità blu e grigio con la statua di Jose Marti e la scritta Caida en combate de Jose Marti
Grafica celebrativa del Ministero delle Relazioni Estere cubano (MinRex) in memoria della caduta in combattimento di José Martí, il 19 maggio 1895.

Per comprendere quanto sia arbitrario il paragone proposto da Flávio Bolsonaro, è necessario ricordare chi fosse realmente José Martí e quale fosse la sua visione politica.

Martí visse negli ultimi decenni del XIX secolo, quando Cuba rappresentava uno degli ultimi territori coloniali della Spagna nelle Americhe. Le categorie politiche contemporanee di destra e sinistra non erano ancora quelle che conosciamo oggi e sarebbe improprio collocarlo meccanicamente all'interno degli schieramenti attuali.

Ciò che non lascia dubbi è il contenuto del suo pensiero politico. Martí fu un democratico radicale, un intellettuale profondamente impegnato nella giustizia sociale, un sostenitore dell'uguaglianza razziale e uno dei primi grandi teorici dell'indipendenza latinoamericana.

Nel 1892 fondò il Partito Rivoluzionario Cubano. Non era un partito elettorale nel senso moderno del termine, ma uno strumento per riunire tutte le forze favorevoli all'indipendenza dell'isola: ex combattenti, lavoratori, intellettuali e membri della diaspora cubana. Il suo obiettivo era costruire una repubblica sovrana, libera dal dominio coloniale.

Durante gli anni trascorsi a New York, Martí osservò da vicino la crescita economica e politica degli Stati Uniti. Pur ammirando alcuni aspetti delle istituzioni nordamericane, comprese molto presto che Washington stava sviluppando ambizioni espansionistiche verso i Caraibi e l'America Latina.

Questa preoccupazione divenne una delle colonne portanti del suo pensiero politico.

La repubblica che immaginava non doveva essere soltanto indipendente dalla Spagna. Doveva essere anche libera da qualsiasi nuova forma di subordinazione straniera. Per Martí la sovranità nazionale, la dignità dei popoli e l'autodeterminazione dell'America Latina erano principi inseparabili.

Allo stesso tempo, fu un precursore dell'antirazzismo moderno. In una società profondamente segnata dalle discriminazioni, sostenne che non esistessero razze superiori o inferiori e che la nuova Cuba dovesse fondarsi sull'uguaglianza di tutti i suoi cittadini. La sua attenzione verso i lavoratori e i settori più umili della società emerge in una delle sue frasi più celebri:

"Con i poveri della terra voglio condividere il mio destino."

Per questo il tentativo di appropriarsi della sua eredità appare ancora più contraddittorio.

Il giorno prima di morire Martí scrisse:

«Ogni giorno sono in pericolo di dare la mia vita per il mio paese, e per il mio dovere, poiché lo comprendo e ho l'animo per realizzarlo, di impedire in tempo, con l'indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano per le Antille e cadano, con quella forza in più, sulle nostre terre d'America.»

Quelle parole non sono soltanto un testamento personale. Sono una dichiarazione politica che racchiude l'intera visione martiana dell'America Latina.

Per questo il paragone proposto da Flávio Bolsonaro non è soltanto sbagliato. È una vera e propria mistificazione storica.

José Martí sacrificò la propria vita per un progetto di emancipazione nazionale. Bolsonaro utilizza il suo nome per costruire una narrazione vittimistica della propria vicenda politica.

Tra chi affrontò il carcere, l'esilio e la morte per liberare il proprio Paese e chi rilascia dichiarazioni da Miami circondandosi di figure dell'ultradestra latinoamericana, la distanza non è di sfumature. È un abisso.

E alla fine, la differenza decisiva è tutta qui.

José Martí affrontò la prigione, l'esilio e infine la morte per liberare il proprio Paese. Flávio Bolsonaro non è fuggito da una dittatura, non ha lasciato il Brasile per organizzare una rivoluzione democratico-nazionale e non rischia la vita per l'indipendenza del suo popolo.

La sua storia è un'altra.

È la storia di un esponente di una dinastia politica che per anni ha creduto che il potere fosse eterno. Una famiglia convinta che ogni sconfitta elettorale potesse essere ribaltata e che l'immunità politica potesse continuare a funzionare come uno scudo permanente contro qualsiasi responsabilità.

Il sogno era semplice: tornare al potere, proteggere il proprio movimento e creare le condizioni per il ritorno trionfale di Jair Bolsonaro, travolto dalle accuse legate al tentativo di sovvertire l'ordine democratico brasiliano.

Ma la storia ha preso un'altra direzione.

Oggi Flávio Bolsonaro parla da lontano a una base elettorale che per anni è stata alimentata da teorie del complotto, miti salvifici e fantasie di restaurazione. Milioni di sostenitori continuano a vivere dentro il mondo parallelo costruito dal bolsonarismo, un universo nel quale ogni decisione della magistratura è una persecuzione, ogni sconfitta politica è una cospirazione e ogni fatto scomodo viene automaticamente trasformato in menzogna.

La tragedia non consiste soltanto negli errori di una famiglia politica.

Consiste nell'aver convinto milioni di persone che la realtà non esiste e che la verità dipende esclusivamente dalla fedeltà al leader.

José Martí tornò a Cuba sapendo che avrebbe potuto morire. Flávio Bolsonaro ha scelto la distanza.

Martí lasciò un esempio di sacrificio personale. Bolsonaro lascia un catalogo di giustificazioni.

E c'è un particolare che nessuna propaganda riuscirà a cancellare: Martí difese la propria parola fino all'ultimo respiro. I Bolsonaro hanno chiesto sacrifici ai loro sostenitori, hanno promesso di non arretrare, hanno parlato di battaglie decisive e di destino nazionale. Ma quando il castello di illusioni ha iniziato a crollare, coloro che pretendevano di guidare la resistenza hanno scelto la via più semplice: allontanarsi e attendere.

La storia è piena di uomini che hanno cercato di indossare il mantello degli eroi del passato. Ma gli eroi non si scelgono per autocertificazione.

Si misurano nel momento della prova.

Per questo il nome di José Martí non appartiene a chi cerca rifugio all'estero mentre sogna di tornare al potere per salvare una dinastia politica ormai in declino.

Appartiene a chi ha sacrificato tutto per ciò in cui credeva.

E proprio per questo, tra José Martí e Flávio Bolsonaro non esiste alcun paragone possibile.

Vanessa Mazza
vanessablogmazza
Politica, storia e America Latina

🌐 Fonti dell'inchiesta
L'articolo si basa sui fatti di cronaca internazionale relativi alla fuga di Flávio Bolsonaro negli Stati Uniti e alla sua discussa lettera pubblica:
  • Dichiarazioni ufficiali e fuga a Miami: NPR Illinois e Newsweek documentano l'arrivo dell'ex candidato a Miami dopo la sconfitta elettorale contro Lula e il suo tentativo di guidare l'opposizione dall'estero.
  • Analisi della lettera aperta ("Lettera al popolo brasiliano"): Terra Notícias analizza nello specifico il testo pubblicato su X (poi modificato), in cui Bolsonaro si autoproclamava inizialmente "presidente eletto" e inseriva i paragoni storici con Rui Barbosa, Charles de Gaulle e José Martí.
  • Copertura dei media italiani: Il Post e Il Sole 24 Ore confermano i dettagli del viaggio e il contesto giudiziario brasiliano che ha spinto il leader all'allontanamento.

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