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martedì 22 settembre 2026

Voci e Volti della Bisessualità: Brenda Howard, la "Madre del Pride" che la storia ha cercato di cancellare

Illustrazione digitale in stile murales su muro di mattoni rossi che ritrae l'attivista Brenda Howard con il pugno alzato. In alto compare la scritta Mother of Pride e al centro il suo nome sopra la bandiera dell'orgoglio bisessuale. In basso lo skyline di New York e scritte di protesta.
La Madre del Pride: Elaborazione artistica in stile murales urbano dedicata a Brenda Howard, illuminata dai colori della bandiera bisessuale, copertina ideale per celebrare il coraggio di una donna che ha cambiato la storia dei diritti civili.

Benvenute e benvenuti al quinto appuntamento della nostra collana dedicata alla storia della fluidità affettiva. Domani sarà il
Bi Visibility Day e, per celebrare questa giornata fondamentale, facciamo un salto nel Novecento, nella New York post-Stonewall del 1969. Oggi parliamo di una donna straordinaria il cui nome, purtroppo, è sconosciuto a molti, nonostante l'intera comunità globale le debba l'evento più importante dell'anno: Brenda Howard.

Se oggi in ogni angolo del mondo giugno è il mese dell'orgoglio e sfilano i Pride, il merito è quasi interamente suo. Eppure, per decenni, la storiografia ufficiale ha attuato su di lei una sistematica bi-cancellazione, arrivando persino a definirla erroneamente "eterosessuale" in alcuni documentari solo perché impegnata in una relazione a lungo termine con un uomo. È ora di restituirle il suo volto, la sua voce e la sua immensa dignità.
L'invenzione del Pride e della "Pride Week"
Nata nel Bronx nel 1946, Brenda Howard era un'infermiera e un'attivista radicale, reduce dai movimenti pacifisti contro la guerra del Vietnam e dalle storiche lotte femministe. Subito dopo i celebri moti di Stonewall del giugno 1969, Brenda capì che quella rabbia e quel coraggio non dovevano essere dimenticati.
Un mese dopo le rivolte coordinò un grande raduno e, l'anno successivo, nel giugno del 1970, organizzò la Christopher Street Liberation Day March per commemorare il primo anniversario di Stonewall. Quella fu la prima, storica parata dell'orgoglio LGBT della storia.
Ma Brenda non si fermò qui. Fu sua l'idea geniale di non limitarsi a una marcia, ma di costruire un'intera settimana di eventi, dibattiti, balli e officine politiche attorno alla parata, dando vita alla Pride Week (la Settimana del Pride). Insieme ad altri attivisti, fu lei a spingere e popolarizzare l'uso della parola "Pride" (Orgoglio) per descrivere queste celebrazioni, un termine che oggi unisce milioni di persone in tutto il mondo. Per questo motivo è storicamente riconosciuta come la "Madre del Pride" (Mother of Pride).
Una militanza intersezionale e senza peli sulla lingua
Brenda Howard incarnava perfettamente il concetto moderno di intersezionalità. Era una donna fieramente bisessuale, femminista, poliamorosa e attivista del mondo BDSM (kink). Una somma di identità che spaventava non solo la società conservatrice, ma spesso anche le frange più puritane dello stesso movimento gay e lesbico dell'epoca, che preferivano nascondere le sfumature più radicali della liberazione sessuale.
Fervente militante del Gay Liberation Front, Brenda ha lottato per oltre tre decenni contro ogni ingiustizia. Fondò il New York Area Bisexual Network (NYABN) nel 1987 per dare supporto a una comunità bi che si sentiva invisibile, e creò il primo capitolo di Alcolisti Anonimi specifico per persone bisessuali. Durante la storica Marcia su Washington del 1993, Brenda Howard fu co-presidente del contingente della comunità leather e lottò duramente dietro le quinte per fare in modo che la parola "Bisessuali" venisse inserita ufficialmente nel titolo della manifestazione.
Abbattere il muro del silenzio
Brenda Howard si è spenta nel 2005 a causa di un tumore al colon, proprio il 28 giugno, nel giorno del trentaseiesimo anniversario di Stonewall. Come disse l'attivista bi Tom Limoncelli: “La prossima volta che qualcuno vi chiede perché esistono le marce del Pride o perché il mese dell'orgoglio è giugno, ricordate loro che una donna bisessuale di nome Brenda Howard ha deciso che dovesse essere così”.
Celebrare Brenda oggi, sul nostro blog, significa fare vera giustizia storica. Significa ricordare che la visibilità bisessuale non è un'appendice della storia queer, ma ne è la colonna portante. Restituire il posto d'onore a Brenda Howard significa accendere una luce potente contro chiunque, ancora oggi, tenta di ridurre la nostra identità al silenzio o al privilegio di una bolla esclusiva.
📚 Fonti storiche e bibliografiche di riferimento:
  • La biografia e l'attivismo post-Stonewall: La ricostruzione storica dell'impatto di Brenda Howard sulle parate dell'orgoglio è consultabile nella pagina biografica ufficiale di Brenda Howard (Wikipedia) e negli archivi internazionali della memoria LGBT del Legacy Project Chicago.
  • Le reti e i servizi della comunità: I dati relativi alla fondazione delle reti di supporto per la visibilità a New York sono documentati direttamente sul portale storico del New York Area Bisexual Network.
  • Il riconoscimento istituzionale: Le informazioni sulla nascita del premio in suo onore da parte di PFLAG nel 2005 e la sua successiva introduzione nel National LGBTQ+ Wall of Honor all'interno del Stonewall National Monument nel 2019 sono verificate dalle inchieste e dalle biografie della saggistica sui diritti civili.
Nel Mese della Visibilità Bisessuale, celebriamo chi ha scardinato gli schemi e acceso la luce dell’orgoglio.
— vanessa mazza TLGBQI+

lunedì 14 settembre 2026

🛑 Deportazioni verso la morte: l’irresponsabilità che trasforma la legge in arma

Primo piano drammatico di diverse mani che stringono con forza le sbarre metalliche arrugginite di una cella o di una prigione, su uno sfondo scuro e parzialmente sfocato.
 L'automazione della giustizia: quando la burocrazia si trasforma in sbarre e detenzione forzata.

In queste settimane assistiamo a una pratica che dovrebbe scuotere la coscienza di qualsiasi democrazia: la deportazione di persone vulnerabili verso paesi terzi dove la loro identità è criminalizzata, perseguitata o punita con il carcere e la morte.

Il caso di Daniela Lázaro Fuentes, una donna trans cubana di 31 anni deportata dalle autorità statunitensi il 30 luglio 2026, è l’ultimo capitolo di una strategia che ha smesso di distinguere tra il "controllo dei confini" e l'abbandono deliberato di esseri umani in zone di pericolo estremo.

Daniela non è stata rimandata nel suo paese d'origine, Cuba. In virtù di opachi accordi bilaterali di ricollocamento stipulati dagli Stati Uniti con nazioni africane, è stata spedita nella Repubblica Centrafricana, un territorio devastato da conflitti interni e dove il Dipartimento di Stato USA impone il divieto assoluto di viaggio per questioni di sicurezza nazionale.
Oggi, Daniela si trova bloccata in un albergo della capitale Bangui: le autorità le hanno sequestrato il passaporto, è priva di documenti e vive nel terrore costante. Come documentato dalle inchieste internazionali del Latin Times e dai reportage di Telemundo, ha dovuto persino alterare nuovamente il proprio aspetto fisico e nascondere la propria voce per evitare linciaggi e aggressioni in strada.
Questa non è amministrazione. Questa è crudeltà istituzionale.
🚨 La polizia di rastrellamento: il braccio spietato di ICE
Dietro queste espulsioni forzate c’è un apparato preciso: ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale nata nel 2003 sotto l'amministrazione di George W. Bush nel clima post-11 settembre. Creata originariamente con scopi legati alla sicurezza nazionale, ICE si è trasformata in una vera e propria forza di rastrellamento interna, dotata di immensi poteri discrezionali per attuare retate, detenzioni di massa e deportazioni accelerate.
Se le amministrazioni repubblicane hanno storicamente potenziato il budget e la retorica repressiva di questo corpo, le organizzazioni internazionali ricordano che l'automatismo spietato delle espulsioni ha registrato picchi drammatici in modo trasversale e bipartisan nella storia recente degli Stati Uniti. Il risultato è una macchina amministrativa che non si limita a "far rispettare la legge", ma pianifica trasferimenti di massa verso paesi terzi in cambio di ingenti finanziamenti internazionali, eludendo i controlli legali e ignorando i rischi di tortura, violenza e morte a cui espone i migranti.
🌍 Quando la deportazione diventa condanna
Negli ultimi anni, diversi paesi del continente africano hanno inasprito drasticamente le leggi sull'orientamento sessuale e l'identità di genere: normative che prevedono l'ergastolo, la punizione del semplice attivismo e, in alcuni contesti, la pena di morte.
Mentre la lista dei paesi a rischio cresce, la comunità internazionale si volta dall'altra parte. In questo scenario globale, deportare una donna trans asilante in un paese terzo ostile non è una procedura burocratica. Significa condannarla consapevolmente alla fame, all'isolamento sociale, all'arresto arbitrario e alla violenza fisica. Significa trasformare un provvedimento civile in una vera e propria condanna extragiudiziale.
La responsabilità politica e la violazione del Diritto Internazionale
Un governo che decide di agire in questo modo non sta "proteggendo i confini". Sta violando in modo flagrante il principio di non-refoulement (divieto di respingimento), il pilastro fondamentale del diritto internazionale sui rifugiati sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951: non si rimanda mai, in nessun caso, una persona verso un territorio dove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate.
Quando lo Stato spedisce una donna trans in un luogo in cui la sua stessa esistenza è considerata un reato, lo fa con piena coscienza delle conseguenze.
La domanda che resta
Che nome diamo a una politica che pur di allontanare persone dal proprio territorio è disposta a mandarle dove rischiano di essere uccise?
Che nome diamo a un sistema che considera la vita di una persona trans sacrificabile, negoziabile, eliminabile?
La storia ci ha già ampiamente mostrato cosa accade quando gli Stati decidono che alcune esistenze valgono meno di altre. Non possiamo permettere che accada di nuovo.
La denuncia è un dovere
Raccontare queste storie non è militanza: è giornalismo necessario. È memoria. È resistenza civile. Finché la legge verrà usata come un'arma per schiacciare i più fragili, chi ha voce ha il dovere etico di usarla.
— Vanessa Mazza TLGBQI+
Editorialista indipendente. Contro l’ipocrisia, sempre.
Fonti e Approfondimenti del Post
  • Il caso di Daniela Lázaro Fuentes: L'inchiesta originale sulle deportazioni e sulla testimonianza di Daniela, rimasta bloccata a Bangui senza passaporto e costretta a nascondere la propria identità, è stata documentata in dettaglio dal Latin Times e approfondita nei reportage video e nelle video-testimonianze della redazione di Noticias Telemundo.
  • La dinamica del volo ICE a sorpresa: I dettagli sul volo segreto del 30 luglio 2026, che ha trasferito ventun ore i migranti residenti in Florida verso l'Africa centrale senza preavviso, sono descritti nell'inchiesta speciale del Latin Times - Six Latin Deported Migrants. 
  • Tracciamento delle deportazioni in paesi terzi: Per monitorare i flussi legali, gli accordi bilaterali commerciali e l'elenco dei voli verso paesi dell'Africa subsahariana, è possibile consultare i dati e le tabelle del Third Country Deportation Watch e il database aggiornato dello USCRI Third Country Deportations Tracker.
  • Condizioni di sicurezza nella Repubblica Centrafricana: Per verificare i bandi e gli allarmi di viaggio emessi dallo stesso governo americano sul territorio di Bangui, la fonte ufficiale è l'indice dei livelli di allerta del U.S. Department of State Travel Advisory. 
  • Finanziamenti e riforme strutturali di ICE: L'analisi geopolitica sull'espansione dei budget federali per i centri di detenzione e l'aumento dei rastrellamenti sul territorio statunitense è consultabile nei rapporti del Center for Foreign Relations (CFR) e negli studi statistici dell'American Immigration Council.