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giovedì 10 settembre 2026

Il Dividendo del Re: Come Trump ha trasformato il Sogno Americano in una Lotteria di Paese

Donald Trump sul palco della convention repubblicana a Dallas nel settembre 2026, mentre indica la folla di sostenitori con bandiere americane prima delle elezioni di midterm.
Donald Trump sul palco di Dallas mentre indica, uno per uno, i futuri beneficiari del suo "fantastico" dividendo patriottico.

Ci sono voluti decenni di raffinata diplomazia, guerre miliardarie per esportare la democrazia e sfilate di portaerei per convincere il mondo che gli Stati Uniti fossero il faro della civiltà occidentale. Poi è arrivato lui, Donald Trump, e con la grazia di un imbonitore di fiera ha ridotto la più grande superpotenza globale a una televendita di provincia.

La sua ultima trovata? Cinquemila dollari a testa. Cash. Ma solo se a novembre fate la crocetta sul simbolo giusto.

Se vi sembra di aver già sentito questa musica, non vi sbagliate. In Italia abbiamo una lunga tradizione di “pensioni a mille euro” e scarpe destre regalate prima del voto (promettendo la sinistra a scrutinio avvenuto, stile Achille Lauro nella Napoli degli anni ’50).

Ma vedere Washington che copia il clientelismo nostrano fa un certo effetto. Benvenuti nella fase terminale della decadenza americana, dove il dibattito sul futuro dell’Occidente si risolve con un “prendi i soldi e scappa”.

L’arte del dazio (ovvero: come pagare un regalo con i vostri stessi soldi)

La spiegazione tecnica di questo miracolo economico è pura poesia geopolitica. Il magnate di Mar‑a‑Lago la chiama “dividendo aziendale”: l’America è una grande corporation e i cittadini sono gli azionisti.

E da dove arrivano questi profitti da distribuire? Dai dazi doganali.

Il piano è geniale nella sua assurdità: tassare i prodotti che arrivano dall’estero per riempire le tasche degli americani. Peccato che qualsiasi studente al primo mese di economia sappia che i dazi non li pagano i governi stranieri, ma le aziende che importano e, alla fine della catena, i consumatori.

In pratica, Trump vi sta promettendo di regalarvi 5.000 dollari che avrete già speso, pagando pane, benzina e iPhone il doppio del loro valore. Un gioco delle tre carte elevato a strategia di Stato.

C’è chi, tra i più cinici, immagina scenari da impero predatore, con oro e petrolio di mezzo mondo — dal Venezuela in giù — a finanziare la lotteria patriottica. Ma la verità è molto più banale: è un pagherò senza fondo, una manovra da oltre 1.000 miliardi di dollari che nessun Congresso sano di mente potrebbe mai approvare, lanciata al grido di “fate finta che sia io il candidato”. Una richiesta d’amore politico mista a una disperata televendita.

La sindrome del “Compagno Kamala” e lo spauracchio rosso

In questo circo ideologico non poteva mancare il pezzo forte: la caccia alle streghe comuniste.

Fa sinceramente sorridere sentire un miliardario con i rubinetti d’oro, che flirta con oligarchi e spinge il capitalismo più sfrenato, accusare i democratici di voler trasformare l’America in un’appendice dell’Unione Sovietica.

L’arma di distrazione preferita della destra americana è ancora lo spauracchio del “pericolo rosso”. Kamala Harris e i democratici — storicamente neoliberisti amici di Wall Street — vengono dipinti nei comizi di Trump come bolscevichi pronti a collettivizzare ranch e campi da golf.

Un anacronismo talmente grottesco che persino Hollywood lo scarterebbe per una sceneggiatura di serie B. Ma nell’America profonda scatena il panico termonucleare.

La grande normalizzazione: il sonno della ragione mediatica

La vera tragedia non sono le sparate di Trump, ma la reazione di chi dovrebbe fare informazione.

La macchina mediatica globale — non solo i network conservatori, ma telegiornali e quotidiani di mezzo mondo — ha ormai subito una assuefazione totale all’assurdo.

Quella che un tempo sarebbe stata trattata come una violazione scandalosa del decoro istituzionale, oggi viene impacchettata e rivenduta come “strategia politica aggressiva”.

I conduttori leggono la notizia del bonus da 5.000 dollari con lo stesso tono asettico con cui parlerebbero di una riforma del welfare. Si aprono dibattiti con grafici e analisti che discutono seriamente la fattibilità di una boutade da bar, normalizzando il delirio e trasformando la democrazia in un Reality Show permanente.

La vernice si è scheggiata

La vera umiliazione per gli Stati Uniti non è la proposta in sé, ma il fatto che funzioni.

Per anni l’America si è presentata al mondo con una vernice lucida di rigore istituzionale. Oggi quella vernice è scrostata, rivelando un Paese diviso, fragile e permeabile alle promesse più grossolane.

E a reggere il sacco di questa deriva c’è una delle più grandi contraddizioni del secolo: la base dei fanatici evangelici. Comunità che predicano moralità assoluta e distacco dai beni terreni, ma che si identificano ciecamente in un leader miliardario che promette bonus in contanti e usa un linguaggio che farebbe arrossire un marinaio.

Il misticismo religioso che sposa il materialismo più sfrenato, uniti sotto la bandiera del populismo.

Il sipario sulla superpotenza

Mentre il resto del pianeta guarda a Washington per capire il futuro delle alleanze globali, dell’inflazione e della transizione energetica, la risposta americana è un televoto da reality show.

La vernice di rispettabilità è andata, sostituita dal riflesso dorato di una slot machine che promette jackpot a fondo perduto.

Forse ha ragione chi dice che sarebbe quasi giusto darglieli subito, questi 5.000 dollari, se non altro per godersi lo spettacolo del crollo definitivo della dignità imperiale in diretta TV.

L’America non fa più paura e non fa più scuola. Fa semplicemente ridere. E il biglietto per questo spettacolo di varietà, purtroppo, lo pagheremo tutti.

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti e Approfondimenti
Per la stesura di questa analisi critica, sono state consultate le notizie e i report ufficiali pubblicati dalle principali testate giornalistiche:

giovedì 6 agosto 2026

Terremoto in Michigan: Abdul El-Sayed abbatte i milioni dell'AIPAC e l'ipocrisia centrista

Primo piano di Abdul El-Sayed in abito elegante azzurro con cravatta scura, sorridente all'aperto, utilizzato per analizzare i cortocircuiti ideologici della sinistra americana e le spaccature interne al Partito Democratico.
Il volto del radicalismo progressista che agita Washington: Dr. Abdul El-Sayed trionfa in Michigan, ma dietro la narrativa dell'inclusione si nasconde un profondo scontro geopolitico e di classe che spacca la sinistra globale.

Mentre i media mainstream dell’Occidente continuano a raccontare una narrazione addomesticata della politica statunitense, i territori della classe operaia americana hanno appena generato una scossa tellurica. Il 5 agosto 2026, l’epidemiologo e militante progressista Abdul El‑Sayed ha vinto le primarie democratiche in Michigan per il seggio al Senato degli Stati Uniti, superando la deputata centrista Haley Stevens, sostenuta dall’intero establishment del partito.

Se a novembre batterà il repubblicano Mike Rogers, El‑Sayed diventerà il primo senatore musulmano nella storia degli Stati Uniti. Ma questa non è una storia di inclusione superficiale: è una vittoria politica e materiale contro i signori del capitale e della guerra.

L’asse con Zohran Mamdani: la nuova sinistra metropolitana e operaia

Primo piano istituzionale di Zohran Mamdani sorridente in giacca nera, camicia bianca e cravatta bordeaux, con la bandiera degli Stati Uniti sullo sfondo, utilizzato per illustrare l'avanzata socialista nelle metropoli americane.
Zohran Mamdani, figura di spicco dei Socialisti Democratici d'America (DSA). Il suo percorso politico rappresenta l'asse strategico che unisce la lotta di classe metropolitana ai diritti civili e LGBTQI+ radicali.

La vittoria di El‑Sayed non è un fulmine a ciel sereno. È parte di una più ampia onda socialista che sta ridisegnando la geografia del potere negli USA. I media conservatori e l’establishment democratico parlano con crescente preoccupazione dei cosiddetti “mini‑Mamdani”, riferimento a Zohran Mamdani, figura di punta dei Democratic Socialists of America (DSA) e simbolo della nuova sinistra metropolitana.

Mamdani ha imposto nell’agenda nazionale temi come:

  • blocco degli affitti,

  • trasporti pubblici gratuiti,

  • tassazione straordinaria sui grandi patrimoni.

Allo stesso modo, El‑Sayed ha conquistato il Midwest operaio con un programma radicale e di classe: Medicare for All, asili nido gratuiti, e l’estromissione dei miliardari dalla politica. È la prova che quando la sinistra torna a parlare di bisogni materiali, i lavoratori rispondono.

Il braccio di ferro con l’AIPAC: la sconfitta dei dollari di guerra

Ciò che rende questa vittoria un capolavoro politico è la sproporzione delle forze economiche in campo. Secondo le analisi delle principali testate progressiste statunitensi, la campagna di Stevens avrebbe beneficiato di decine di milioni di dollari provenienti da comitati pro‑Israele, incluso l’AIPAC, la potentissima lobby attiva a Washington.

L’AIPAC ha finanziato una massiccia campagna mediatica per dipingere El‑Sayed come “estremista” e “antisemita”, attaccandolo per le sue posizioni critiche verso il governo israeliano. El‑Sayed ha infatti definito il primo ministro Benjamin Netanyahu un “criminale di guerra”, riprendendo le accuse avanzate da numerose ONG e organismi internazionali riguardo alle operazioni militari a Gaza.

In uno Stato chiave come il Michigan, che ospita la più grande comunità arabo‑americana del Paese, gli elettori hanno scelto di punire la linea bellicista di Washington. È la dimostrazione che i voti coscienti valgono più dei milioni delle lobby industriali.

Classe e origine: l’intersezione che spaventa il sistema

Questo blog lo sostiene da sempre: non esiste emancipazione delle minoranze senza abbattere le gabbie del capitalismo. Negli Stati Uniti, il razzismo e la discriminazione d’origine sono strumenti storici per dividere la classe lavoratrice.

Il sistema ha tentato di dipingere El‑Sayed come un “estremista identitario” per spaventare l’elettorato bianco del Michigan. La sua campagna ha ribaltato la narrazione, unendo la difesa delle proprie origini a una piattaforma universale di classe: ospedali pubblici, salari dignitosi, fine dei finanziamenti alle guerre imperialiste.

Un messaggio capace di parlare al lavoratore bianco delle fabbriche di Detroit e al cittadino musulmano immigrato.

Il leone per i diritti LGBTQI+: oltre le strumentalizzazioni della destra

La propaganda reazionaria ha provato a insinuare che un candidato musulmano rappresenti un pericolo per i diritti civili. La realtà è l’opposto.

Durante la campagna, El‑Sayed ha dichiarato di voler essere un “leone” per i diritti LGBTQI+ al Senato, sostenendo:

  • matrimonio egualitario,

  • leggi antidiscriminazione sul lavoro,

  • accesso universale alle cure per le persone trans.

Una linea perfettamente in continuità con quella di Zohran Mamdani, che ha inserito la tutela LGBTQI+ tra le priorità della nuova sinistra metropolitana.

In un’America dove l’amministrazione Trump continua a smantellare le tutele per le persone trans e l’accesso all’aborto, la posizione di El‑Sayed rappresenta una rottura netta.

Sfidare la matrice

La vittoria in Michigan è una lezione anche per noi, qui in Italia. Ci insegna che la militanza non deve accettare la frammentazione imposta dal sistema. Non dobbiamo scegliere tra difendere i lavoratori o difendere le persone LGBTQI+, tra condannare l’imperialismo o lottare contro il razzismo.

Abdul El‑Sayed e Zohran Mamdani dimostrano che la vera alternativa al collasso capitalista nasce dall’unione di tutte le lotte in un fronte unico, materialista e progressista.

Hanno tremato i palazzi dei miliardari in Michigan. È tempo che si inizi a tremare anche nelle stanze del potere nostrano.

Di Vanessa Mazza — Libera pensatrice, cittadina e attivista transessuale (Milano, Lombardia, Italy)

🔗 Fonti giornalistiche e approfondimenti:
  • Sui risultati ufficiali delle primarie in Michigan: Si consultino i report dettagliati pubblicati da The Guardian e le agenzie di stampa internazionali come la BBC.
  • Sui finanziamenti della lobby AIPAC: Consulta le inchieste relative ai flussi di denaro e alle campagne pubblicitarie contro i candidati progressisti analizzate da Al Jazeera.
  • Sulle dichiarazioni e il programma per i diritti civili: Si veda l'intervista esclusiva a El-Sayed rilasciata alla testata tematica statunitense Pride Source.
  • Sull'amministrazione socialista a New York: Consulta la scheda bio-politica e i programmi ufficiali della città su Wikipedia alla voce dedicata al sindaco Zohran Mamdani.