Translate

Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post

lunedì 12 ottobre 2026

Matthew Shepard, ventotto anni dopo: l'odio non è morto con i suoi assassini

Ritratto pop art commemorativo di Matthew Shepard su sfondo con i colori della bandiera LGBTQ+, simbolo di memoria e lotta contro l'odio.

Ricordare Matthew Shepard non significa guardare al passato. Significa riconoscere che l'odio continua a trovare nuove forme e nuove voci. La memoria è un dovere. Il silenzio è una scelta.

Il 12 ottobre 1998 moriva Matthew Shepard, studente ventunenne dell'Università del Wyoming. Cinque giorni prima era stato attirato in un'imboscata, brutalmente aggredito, legato a una recinzione nelle campagne vicino a Laramie e lasciato morire. Ricoverato in condizioni gravissime, non sopravvisse alle ferite riportate.

La sua morte sconvolse gli Stati Uniti e trasformò il suo nome in un simbolo della lotta contro la violenza e i crimini d'odio rivolti alle persone LGBTQ+. 

Ma ricordare Matthew Shepard non significa limitarsi a rievocare una tragedia del passato. Significa interrogarsi sul presente.

Troppo spesso la sua storia viene raccontata come un episodio isolato, come il gesto di due individui violenti. Sarebbe una lettura rassicurante. E sarebbe sbagliata.

L'omicidio di Matthew Shepard non nacque nel vuoto. Fu il prodotto di un clima culturale in cui l'ostilità verso le persone LGBTQ+ veniva normalizzata, minimizzata o giustificata. Prima dell'aggressione vennero i pregiudizi. Prima dei colpi vennero le parole. Prima dell'omicidio venne la convinzione che alcune vite valessero meno di altre.

Ventotto anni dopo, sarebbe comodo dichiarare chiusa quella pagina.

Non lo è.

L'odio che colpì Matthew Shepard continua a manifestarsi ogni volta che qualcuno viene disumanizzato per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità di genere. Continua a vivere nelle campagne di delegittimazione, negli insulti presentati come opinioni, nel linguaggio che trasforma le minoranze in bersagli.

Non serve arrivare alla violenza fisica per contribuire a un clima di violenza.

Chi alimenta paure infondate contro le persone LGBTQ+, chi diffonde stereotipi, chi nega dignità e identità ad altri esseri umani, partecipa alla costruzione dello stesso terreno su cui possono crescere esclusione, discriminazione e aggressioni.

La memoria ha valore soltanto se produce consapevolezza.

Per questo il nome di Matthew Shepard non appartiene solo alla storia. Appartiene all'attualità.

Mentre ci avviciniamo al Transgender Day of Remembrance del 20 novembre, il suo ricordo ci obbliga a porre una domanda scomoda: quanto odio continuiamo ancora a tollerare quando si rivolge a persone considerate diverse?

La risposta non riguarda il Wyoming del 1998.

Riguarda noi.

Riguarda il linguaggio pubblico, i social network, i media, la politica e la responsabilità collettiva di non restare in silenzio di fronte alla disumanizzazione degli altri.

Ricordare Matthew Shepard non significa celebrare una vittima.

Significa rifiutare l'idea che l'odio sia inevitabile.

E significa riconoscere che chi ancora oggi lo alimenta, sotto qualunque forma, contribuisce a mantenere vivo ciò che lo ha ucciso.

Fonti

  • Matthew Shepard Foundation - Our Story: ricostruzione ufficiale dell'aggressione del 7 ottobre 1998 e della morte di Matthew Shepard il 12 ottobre 1998. [matthewshepard.org]
  • Encyclopaedia Britannica - Matthew Shepard: profilo biografico e impatto storico e politico del suo assassinio. [britannica.com]
  • U.S. Department of Justice - The Matthew Shepard and James Byrd, Jr., Hate Crimes Prevention Act of 2009: descrizione della legge federale che ha esteso le tutele contro i crimini d'odio includendo orientamento sessuale e identità di genere. [justice.gov]

Vanessa Mazza Blog 🌈🏳️‍⚧️✊🏻

mercoledì 2 settembre 2026

L'odio omofobo uccide ancora: trovato morto il ragazzo gettato nel Naviglio a Vigevano

Una singola candela di cera bianca accesa, parzialmente consumata con gocce di cera colate sul lato sinistro, posizionata su una superficie di legno scuro. La fiamma è vivida, stabile e luminosa, circondata da un contrasto netto con uno sfondo completamente nero e buio.
Una luce contro il buio dell'indifferenza. La comunità si stringe nel dolore e nella rabbia per la giovane vita spezzata a Vigevano.

Mentre sul blog vi parlavo della paura di amare e delle cicatrici della storia, la realtà più cruda e violenta è tornata a bussare alla nostra porta. Questa mattina, 2 settembre 2026, a Vigevano, è stato trovato il corpo senza vita di un ragazzo salvadoregno di soli 24 anni.

La notizia è agghiacciante per quello che nasconde. Questo giovane era lo stesso che solo dieci giorni fa, il 21 agosto, era stato avvicinato da due aggressori vicino al ponte della Giacchetta, insultato brutalmente per il suo orientamento sessuale e spinto nelle acque del Naviglio.
Il ragazzo era riuscito a salvarsi dal canale aggrappandosi alla riva, ma lo choc emotivo e psicologico era stato devastante. Ferito nell'anima, aveva persino scelto di non sporgere querela, forse schiacciato dal terrore di ritorsioni o dalla vergogna, anche se le forze dell'ordine avevano fortunatamente proceduto d'ufficio bloccando i responsabili. Oggi il suo coinquilino ha fatto la tragica scoperta nell'appartamento in cui viveva. Sarà l'autopsia a chiarire le cause esatte del decesso, ma una cosa è già certa: questo ragazzo è stato ucciso dall'isolamento, dall'odio e da un clima sociale intollerabile.
Poche ore fa scrivevo su questo spazio che “la paura ti fa preferire il silenzio al rischio di essere te stessa”. Questa tragedia ci sbatte in faccia il lato più estremo e oscuro di quella stessa paura. Non possiamo restare in silenzio di fronte a vite spezzate a vent'anni per il solo diritto di esistere.
Il mio pensiero va a lui. La mia rabbia va a chi legittima questo clima di caccia all'uomo. Non smetteremo di denunciare. Non smetteremo di lottare.
— Vanessa Mazza TLGBQI+
Editorialista indipendente. Contro l’ipocrisia, sempre.
Fonte: Aggiornamenti in tempo reale e lanci d'agenzia curati da ANSA, cronaca locale dettagliata pubblicata su MilanoToday e approfondimenti investigativi del Corriere della Sera.

martedì 9 giugno 2026

🇮🇹 L’Italia approva l’obbligo di “consenso scritto”: una legge che non protegge, ma controlla

“Silenzio imposto”

Editoriale di Vanessa Mazza — voce militante e critica

Il Parlamento italiano ha approvato una nuova norma che introduce l’obbligo di consenso scritto per alcune attività legate all’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Una legge presentata come “tutela dei minori”, ma che nella sostanza rappresenta un passo indietro culturale enorme, un ritorno a un’Italia che diffida, censura e teme tutto ciò che riguarda il corpo, la libertà e le differenze umane.

Il ministro Valditara e la sua maggioranza parlano di “protezione delle famiglie”. Ma la domanda vera è: protezione da cosa? Dall’educazione al rispetto? Dalla conoscenza? Dalla possibilità che un ragazzo o una ragazza imparino che il proprio corpo è loro, e che il consenso non è un modulo da firmare ma una cultura da vivere?

Cosa significa davvero questa legge

  • Trasforma il consenso in burocrazia, non in educazione.

  • Ostacola i percorsi di formazione su affettività, identità, prevenzione della violenza.

  • Rende più difficile parlare di differenze, orientamenti, corpi, diritti.

  • Rafforza l’idea che la sessualità sia un tabù da controllare, non un ambito da comprendere.

  • Lascia spazio a chi vuole imporre un modello unico di famiglia, di genere, di vita.

È una legge che non nasce per proteggere i giovani, ma per impedire che crescano liberi.

Il vero obiettivo: zittire la complessità umana

Questa norma non è neutra. È parte di un progetto politico più ampio: cancellare tutto ciò che non rientra nell’ordine “naturale” imposto da chi governa.

Non vogliono che si parli di identità di genere. Non vogliono che si parli di orientamento sessuale. Non vogliono che si parli di consenso come relazione, ascolto, rispetto. Non vogliono che i giovani imparino a riconoscere la violenza prima che sia troppo tardi.

Perché un popolo che conosce, che pensa, che si riconosce nelle differenze… è un popolo che non si lascia governare dalla paura.

Un Paese che ha paura del futuro

Mentre l’Europa discute di consenso esplicito, di diritti, di protezione delle vittime, l’Italia sceglie la strada opposta: più moduli, meno educazione. Più divieti, meno libertà. Più sospetto, meno fiducia.

È l’ennesimo segnale di un Paese che non vuole crescere, che teme la modernità, che preferisce l’oscurantismo alla responsabilità.

✊ La nostra risposta: non arretrare di un millimetro

Noi continueremo a parlare di rispetto, di corpi, di consenso, di libertà. Continueremo a difendere l’educazione come strumento di emancipazione, non come minaccia. Continueremo a dire che le differenze non sono un pericolo, ma la ricchezza più grande che abbiamo.

E continueremo a denunciare ogni tentativo di riportarci indietro.

Perché la storia ci guarda. E noi non abbiamo nessuna intenzione di abbassare lo sguardo.

— vanessa mazza TLGBQI+

martedì 3 febbraio 2026

“Il fine settimana che abbiamo appena attraversato”


Il fine settimana appena trascorso è stato un concentrato di tutto ciò che questo mondo continua a rimuovere: diritti rimessi in discussione, vite spezzate nell’indifferenza, repressione normalizzata, verità che faticano a emergere.

In Emilia-Romagna, durante un Consiglio comunale, Costantino Righi Riva — ex candidato sindaco del centrodestra — ha dichiarato che il voto alle donne sarebbe stato un “attacco all’unità familiare”. Parole pronunciate nel 2026, mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea Costituente.

E allora la domanda diventa inevitabile, soprattutto per chi si definisce “cristiana” e “patriota”: che idea di donna avete? Una cittadina con pieni diritti, o una figura da ricondurre al ruolo domestico, come nelle distopie tipo Il racconto dell’ancella?

Perché quando si mette in discussione il suffragio femminile, non si parla solo del passato: si parla del futuro che qualcuno immagina per noi.

Nel Mediterraneo, dopo il ciclone Harry, si parla di centinaia — forse mille — persone disperse. I governi tacciono. E noi rischiamo di tacere con loro. È la stessa rimozione che attraversa Bolzaneto, la Diaz, il G8 di Genova: una memoria che riemerge solo quando serve giustificare nuove strette securitarie.

A Torino, cinquantamila persone in piazza per difendere uno spazio sociale. E come sempre, quando la partecipazione è ampia, arriva la narrazione tossica: infiltrazioni, violenti, ordine pubblico. Ma tra lacrimogeni e manganelli non c’erano solo agenti e “professionisti del disordine”: c’erano cittadini comuni, persone che erano lì per una causa legittima e che si sono ritrovate schiacciate in mezzo a un copione già scritto.

Un copione che non nasce oggi. Già negli anni Duemila, un ex Presidente della Repubblica descriveva pubblicamente una strategia basata su infiltrazioni, provocazioni, caos controllato e repressione successiva per ottenere consenso. Rileggerlo oggi fa venire i brividi.

E mentre tutto questo accade, il governo sta portando avanti un nuovo decreto in materia di sicurezza. Nel dibattito pubblico, molte voci critiche sostengono che questo provvedimento restringa gli spazi di libertà e garantisca una forma di impunità operativa alle forze dell’ordine, attraverso tutele legali e penali più ampie.

Ed è qui che nasce la domanda che in troppi evitano: perché nessuno si interroga? Perché non ci chiediamo cosa significhi vivere in un Paese dove la libertà si restringe e il controllo si allarga?

E beh… se manca l’intelligenza critica e l’empatia, tutto diventa più facile da accettare.


Dagli Stati Uniti, gli Epstein Files continuano a sollevare ombre pesanti. Alcuni materiali sono stati esclusi dagli atti ufficiali perché mostravano violenze estreme. Le email pubblicate delineano un quadro di abusi gravissimi, e resta sospesa la domanda più semplice e più scomoda: perché così pochi nomi sono stati davvero indagati? Chi ha protetto chi?

A Gaza, la situazione resta drammatica: civili che continuano a morire, ospedali al limite, blackout, nessuna tregua reale.

In Iran, la repressione non si è mai fermata. Ogni settimana arrivano notizie di nuove vittime, mentre la lotta delle donne e degli uomini iraniani continua, anche se il ciclo mediatico guarda altrove.

Negli Stati Uniti, resta aperta anche la ferita dei bambini separati dalle famiglie durante le operazioni dell’ICE: una pagina che molti artisti hanno ricordato proprio ieri sera, durante la grande festa della musica.

È stato un fine settimana che ci ricorda quanto sia fragile ciò che diamo per scontato: diritti, memoria, verità.

E quanto sia necessario restare vigili, presenti, capaci di nominare le cose anche quando fanno male.

lunedì 12 gennaio 2026

La legge del più forte: l’America invade, il mondo tace


Un continente ferito, un popolo che resiste.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, mentre Caracas dormiva, il Venezuela è stato colpito da un attacco vigliacco. Un’azione unilaterale che ha violato la sovranità di un Paese che non ha mai minacciato gli Stati Uniti né la sicurezza del popolo nord‑americano.

L’attacco ha colpito la capitale con una violenza devastante. Secondo il ministro dell’Interno venezuelano, ci sono almeno 100 morti e un numero simile di feriti. Le esplosioni hanno distrutto unità antiaeree, basi e infrastrutture strategiche, lasciando la città in uno stato di shock e lutto. Un popolo già provato da anni di sanzioni si è risvegliato sotto le macerie.

Ancora una volta ritorna la vecchia retorica del “narcotraffico”, usata come pretesto per giustificare un intervento armato. Un’accusa che Maduro ha respinto con forza nella sua prima udienza a New York, dichiarandosi innocente e denunciando di essere stato rapito dal suo Paese. L’impianto accusatorio affonda le sue radici nel 2020 e, ancora oggi, non è sostenuto da prove pubbliche solide: eppure è stato sufficiente per giustificare un’operazione militare senza precedenti.

Una narrativa che non regge alla prova dei fatti:

il Venezuela produce meno dell’1% delle droghe illegali del mondo


ma possiede le più grandi riserve petrolifere comprovate del pianeta

È difficile credere che l’obiettivo fosse davvero “fermare i cartelli”.

Tutto questo avviene dopo anni di sanzioni economiche che hanno strangolato il Paese: un embargo iniziato nel 2017 e intensificato nel 2019, che ha colpito soprattutto il settore petrolifero, riducendo le entrate statali, limitando l’accesso a medicinali e beni essenziali e aggravando una crisi umanitaria già profonda. Un popolo isolato, impoverito e stremato si ritrova ora anche sotto le bombe.

Quello che vediamo è un nuovo colonialismo in diretta mondiale: un attacco contro un Paese sovrano, contro un popolo che da anni resiste a pressioni economiche, politiche e mediatiche. Un’operazione condotta nell’ombra, mentre esplosioni scuotevano la capitale e il presidente Nicolás Maduro veniva catturato e portato via da forze statunitensi. Colpire quando un popolo dorme è un comportamento da ratto. Una strategia che rivela più di mille discorsi.

🇻🇪 Oggi la mia solidarietà è con il Venezuela. Con chi difende la propria terra, la propria dignità, il diritto a decidere il proprio futuro senza ingerenze esterne.

🔥 Un evento storico di proporzioni enormi

Questo è un evento storico di proporzioni enormi. L’invasione del Venezuela da parte del governo di Donald Trump rappresenta, per chi la osserva criticamente, un intervento brutale contro un Paese sovrano, un atto che dovrebbe essere respinto da tutte le nazioni che credono nell’autodeterminazione dei popoli. Violando la sovranità venezuelana, gli Stati Uniti hanno inaugurato una nuova era di belligeranza in una regione che, fino a oggi, era considerata una zona di pace e stabilità nel mondo.

Indipendentemente dal risultato delle ultime elezioni in Venezuela — ampiamente contestate — il sequestro di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores viene percepito come un’azione illegale e ripugnante. Mai nella storia dell’America del Sud un governo statunitense si era spinto così lontano.

A mio giudizio, l’obiettivo dell’operazione appare evidente: il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane e l’affermazione di una logica di dominio che ricorda da vicino le dinamiche imperialiste attribuite all’amministrazione Trump. È una lettura politica che rivendico, perché ciò che è accaduto mostra una volontà di potere che va ben oltre la retorica ufficiale.

Il mondo si è svegliato davanti a un vero arretramento della civiltà. Chi ha un impegno autentico per la pace sente oggi la necessità di organizzarsi con coraggio, lucidità e determinazione per fermare la prepotenza della legge del più forte. Al popolo venezuelano — quello vero, quello che resiste — va la mia più profonda solidarietà.

Stiamo vivendo una nuova edizione, aggiornata e senza maschere, di un imperialismo aggressivo che non finge nemmeno più di preoccuparsi della democrazia negli altri Paesi.

giovedì 8 novembre 2012

Tutte le proposte sui temi Lgbt dei candidati alle #primarie2012 | [Grafico sintetico]



Oltra al grafico, basato per lo più su ciò che è scritto nei programmi presentati (verba volant, scripta manent), potete cliccare qui di seguito sui nomi dei cinque candidati per avere un quadro più esauriente della situazione. Per ognuno di essi ho sintetizzato le proposte sui temi Lgbt, inserendo link, video e dichiarazioni varie:
Pierluigi Bersani
Nichi Vendola
Matteo Renzi
Laura Puppato
Bruno Tabacci

Renzi e Bersani promettono due tipi diversi di unioni civili. In particolare, Renzi propone le Civil Partnership, come nel Regno Unito, e Bersani invece parla di modello tedesco. Ho provato a spiegare in cosa si differenziano queste due unioni civili, anche per capire quale delle due proposte possa considerarsi migliore o più avanzata. Tuttavia entrambe soffrono di un punto critico: avvalorano la discriminazione, come spiegato qui.

Renzi e Bersani. Oppure Vendola. Tra tutti, il programma del governatore pugliese è infatti quello che risponde al meglio alle tre principali richieste della comunità arcobaleno: matrimonio, genitorialità e lotta all’omofobia. Ma Vendola non è il solo a spingere un po’ più in là il centrosinistra: c’è anche Laura Puppato che sostiene il matrimonio e che apre un timidissimo spiraglio anche sulle adozioni dei circa 100.000 bambini che sono già figli di coppie gay e lesbo.

Grande assente di queste primarie è, però, il tema dell’omofobia. A parte Vendola, gli altri candidati non hanno ritenuto di scrivere nulla nei loro programmi. Renzi ammette perfino di non aver neanche pensato a questo problema, mentre Bersani si limita a dire che “è necessaria una legge“. E nient’altro. Che dire? Forse stanno tutti aspettando che ci scappi il morto, per poter fare poi gli eroi in Parlamento con il cadavere ancora tiepido. Contenti loro… e contenti i politici lgbt che li sostengono.

Io non so se andrò a votare. Ma se andassi, sarei un po’ indeciso tra due candidati e cioè tra Vendola e Renzi. SEL mi rappresenta molto, ma la vittoria di Renzi potrebbe condurre alla distruzione di questo Pd. La tentazione è forte. Molto forte. ;) Ma… in realtà come potrei votare per un candidato che non dice un Sì pieno ai miei diritti e quindi alla mia umanità, quando finalmente c’è chi ha deciso di intestarsi questa battaglia?

E, invece, voi? Se doveste scegliere, per quale candidato votereste? E perché?
Per quale candidato delle primarie voteresti?

Questa Scheda stata preparata da http://darlingmichele.wordpress.com/

mercoledì 15 settembre 2010

Nichi Vendola distrugge Sallusti (Il Giornale) a Ballarò nell'ilarità generale .


Articolo tratto dal blog Art. 21

Ci sono giornalisti (Montanelli, Travaglio, Bocca ecc.) e squadristi (Feltri, Belpietro, Minzolini ecc.). La differenza sta nell'onestà morale e intellettuale: un giornalista raccoglie testimonianze, si documenta, poi racconta i fatti, spesso aggiungendo i suoi commenti a volte piccanti sulla questione; gli "altri" invece sono alla continua ricerca di pretesti, quasi sempre totalmente inventati, altrimenti alterati ad arte, per bastonare a manganellate d'inchiostro i nemici di chi li ha sul libro paga.

I primi a volte vengono portati davanti a un giudice con l'accusa di "aver raccontato dei fatti che hanno leso la reputazione", quando sono i fatti stessi, e non il raccontarli, a dire già come stanno le cose (vedi la sconfitta totale in giudizio di Berlusconi con Travaglio e Luttazzi per la famosa intervista a Satyricon)... e infatti chi li denuncia perde praticamente sempre la causa e si paga pure le spese processuali, oltre che il risarcimento per calunnia (=aver attribuito un reato che non è stato commesso). I secondi invece sono perennemente denunciati per ingiurie e diffamazioni a mezzo stampa, perdono le cause, e pagano risarcimenti milionari cui spesso segue come pena accessoria la sospensione dall'ordine dei giornalisti.

La differenza è netta, ma quella becera seconda categoria non prende calci nel muso solo dalla Giustizia, infatti quando capita che uno di questi sgherri in fiera camicia nera va a una diretta televisiva e ha davanti qualcuno che sa parlare bene, la figuraccia è assicurata.

Sallusti è iscritto all'Ordine dei Giornalisti da una trentina di anni, e dopo esere passato per giornali come l'Avvenire e anche uno gestito dalla Curia (e già questo è dequalificante), è approdato (dopo Libero) al Giornale sotto l'ala protettrice di Littorio Feltri, godendo anche dell'esposizione mediatica in quanto ospite di Mattino Cinque. Chi si vuole fare quattro (amare) risate può andare QUI e cliccare a caso sui link: potrà constatare come la penna sia davvero un'arma, proprio come piace al direttore e al comandante in capo che per il tramite del fratello li ha sul libro paga.

Ma si parlava di figuracce televisive, e allora dedicate 3 minuti del vostro tempo a vedere come Nichi Vendola ha triturato minuziosamente il malcapitatoo Sallusti su alcune qustioni di politica estera (e non solo), davanti all'ilarità generale (anche Lupi stava ridacchiando). Potrete osservare che Vendola parla di fatti, e Sallusti cerca di cambiare discorso, perché nel merito della questione sa che (lui come il suo Kaiser) ha un torto marcio: Putin un dono di Dio?

Buon divertimento:



Con gioia ricordiamo che già un altro imberbe, Gasparri, aveva avuto un trattamento completo, ricordate?


Articolo tratto dal blog Art. 21
Fonte:http://skywalkerboh.blogspot.com/2010/09/nichi-vendola-distrugge-sallusti-il.html