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mercoledì 28 ottobre 2026

L’ONU NON È IL SALOTTO DI WASHINGTON: LA LEZIONE DI DIGNITÀ DI CUBA CONTRO IL BLOQUEO

Grafica giornalistica intitolata "Cuba in piedi contro il bloqueo". Mostra una strada dell'Avana al buio durante un blackout, illuminata solo dai fari di un'auto d'epoca, sormontata dal logo azzurro delle Nazioni Unite e da grafici finanziari digitali.

Una strada dell'Avana immersa nel buio del blackout elettrico, illuminata solo dai fari di un'auto d'epoca. In alto, i simboli e i grafici dell'ONU ricordano lo scontro diplomatico globale sul bloqueo. (Grafica: vanessablogmazza.com)

Se qualcuno pensava che il Palazzo di Vetro di New York fosse una dépendance della Casa Bianca, le ultime ore hanno dimostrato l’esatto contrario. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata teatro di uno scontro verbale senza precedenti, dove la delegazione di Cuba ha alzato la testa di fronte a quella che molti osservatori considerano la declinazione più pura dell'arroganza imperiale statunitense.

Il rappresentante permanente degli Stati Uniti, l’ambasciatore Mike Waltz, è salito al podio tentando di trasformare l’aula in un palcoscenico per la politica interna della Florida, utile a strizzare l'occhio all'elettorato radicale di Miami. Di fronte alle proteste veementi e ai punti d'ordine sollevati dalla delegazione cubana — che sbatteva i pugni sui tavoli contro quelle che riteneva provocazioni inaccettabili — Waltz ha reagito urlando:

"Back up. This is not Havana! Every time you interrupt me, I'm just going to keep explaining how corrupt this regime is."
(“Indietro. Questa non è L'Avana! Ogni volta che mi interrompete, continuerò a spiegare quanto sia corrotto questo regime”).
Ma l’ambasciatore yanqui ha dimenticato un dettaglio fondamentale: l'ONU si trova in un distretto internazionale regolato da trattati precisi e fondato sull'uguaglianza sovrana dei popoli. La risposta di Cuba non si è fatta attendere. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha preso la parola per denunciare l'inasprimento di una guerra multidimensionale e non convenzionale, definendo le ultime sanzioni un vero e proprio assedio e lanciando un messaggio chiaro al mondo:
"Access to fuel supplies to Cuba, both commercial and humanitarian, is being prevented through direct threats, unilateral coercive actions, and even the harassment or intimidation of tankers by U.S. naval forces. [...] Let Cuba live in peace. Cuba would be better off without the blockade."
(“L'accesso alle forniture di carburante a Cuba, sia commerciali che umanitarie, viene impedito attraverso minacce dirette, azioni coercitive unilaterali e persino il tormento o l'intimidazione delle petroliere da parte delle forze navali statunitensi. [...] Lasciate vivere Cuba in pace. Cuba starebbe meglio senza il blocco”).
Il volto più feroce del blocco: il collasso energetico programmato
Per capire la portata del coraggio del popolo cubano, bisogna guardare oltre la diplomazia e osservare cosa accade nelle strade dell'isola. Negli ultimi mesi del 2026, la crisi energetica a Cuba ha raggiunto livelli drammatici, culminando in ripetuti blackout nazionali che hanno paralizzato intere province, compromettendo persino le pompe dell'approvvigionamento idrico e i servizi sanitari di base.
Questa non è "incompetenza", come vorrebbe far credere Washington. È l'effetto diretto di un blocco energetico chirurgico intensificato dall'amministrazione statunitense. Cuba riesce a produrre autonomamente solo il 40% del combustibile di cui ha bisogno. Il resto deve essere importato. Tuttavia, le sanzioni secondarie e l'inserimento arbitrario di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo creano un regime di terrore finanziario:
  • Persecuzione dei trasporti: Le compagnie di navigazione e gli armatori internazionali che accettano di trasportare petrolio verso l'isola subiscono sanzioni draconiane, sequestri e il divieto di attraccare nei porti statunitensi.
  • Blocco dei pagamenti: Anche quando Cuba trova partner commerciali disposti a vendere carburante o pezzi di ricambio per le sue obsolete centrali termoelettriche, le banche internazionali congelano i fondi per paura delle ritorsioni statunitensi.
Privare un intero popolo della luce, dell'acqua e dei farmaci non è diplomazia: è una punizione collettiva. E nonostante questo assedio, il popolo cubano resiste con una dignità immutabile.
I DATI TECNICI E IL CONTESTO INTERNAZIONALE
Per blindare questa analisi di fronte a qualsiasi critica, ecco la scheda tecnica con i dati storici, normativi e politici che certificano l'illegittimità delle azioni statunitensi:
1. Il risultato del voto (Ottobre 2026)
L'Assemblea Generale ha esaminato la storica risoluzione intitolata "Necessità di porre fine all'embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba". L'esito ha decretato il totale isolamento politico globale di Washington:
  • Maggioranza plebiscitaria: Il testo è stato approvato con oltre 180 voti favorevoli.
  • Isolamento USA: Come accade regolarmente dal 1992, solo gli Stati Uniti e Israele hanno votato contro la mozione, confermando che la comunità internazionale respinge compattamente le sanzioni. I dettagli e la cronaca del voto sono consultabili nel resoconto ufficiale sul Dossier del Confronto USA-Cuba all'ONU.
2. La cronologia del Bloqueo: una guerra lunga sessant'anni
L'assedio economico contro l'isola non è una misura temporanea, ma una strategia strutturata attraverso i decenni:
  • 1960 (Le prime sanzioni): Sotto l'amministrazione Eisenhower, gli USA riducono le quote di importazione dello zucchero cubano in risposta alle legittime nazionalizzazioni delle proprietà statunitensi sull'isola.
  • 1962 (L'embargo totale): Il presidente John F. Kennedy firma il Proclama Presidenziale 3447, formalizzando il blocco commerciale, economico e finanziario totale.
  • 1992 e 1996 (L'inasprimento extraterritoriale): Vengono approvate la Legge Torricelli (1992) e la Legge Helms-Burton (1996). Queste norme estendono l'illegalità delle sanzioni alle sussidiarie straniere di aziende statunitensi e colpiscono le imprese di paesi terzi che commerciano con Cuba, calpestando brutalmente il principio di sovranità degli altri Stati.
  • 2014-2016 (Il disgelo temporaneo): Barack Obama e Raúl Castro avviano una storica riapertura diplomatica. In questa storica finestra, gli USA si astengono per la prima volta nel voto all'ONU del 2016.
  • 2017-Presente (Il ritorno alla linea dura): L'amministrazione Trump cancella i progressi di Obama, riattiva i meccanismi giudiziari contro le aziende straniere e reinserisce arbitrariamente Cuba nella lista nera dei paesi sponsor del terrorismo. Questa misura, mantenuta dalle amministrazioni successive, esclude di fatto l'isola dai circuiti finanziari globali, esasperando l'attuale Crisi Energetica a Cuba documentata dalle Nazioni Unite.
3. Lo status internazionale dell'ONU: le regole che Waltz ha finto di non conoscere
L'arroganza del "This is America" pronunciata dall'ambasciatore statunitense si scontra frontalmente con il diritto internazionale che tutela l'indipendenza del Palazzo di Vetro:
  • L'Accordo di Sede (Headquarters Agreement, 1947): Questo trattato bilaterale stabilisce che il quartier generale dell'ONU a New York è un distretto internazionale. L'area è totalmente inviolabile: le forze di polizia e la magistratura americane non possono mettervi piede senza il consenso del Segretario Generale.
  • La Carta dell'ONU (Articolo 2): Stabilisce chiaramente che l'Organizzazione si fonda sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suoi membri. Nessuno Stato, nemmeno quello ospitante, ha il diritto di imporre la propria giurisdizione all'interno dei lavori dell'Assemblea. Il testo normativo è accessibile sulla piattaforma della Carta delle Nazioni Unite.
  • Privilegi e immunità: I diplomatici accreditati godono di immunità totale per garantire che possano esprimersi liberamente e denunciare le ingerenze straniere senza subire ritorsioni dal Paese ospitante, proprio come ha fatto la delegazione dell'Avana nel corso del Dibattito Generale di Cuba all'ONU.
Il verdetto della storia
Il tentativo statunitense di piegare Cuba attraverso la fame e il buio è fallito davanti alla coscienza del mondo. L'aula delle Nazioni Unite ha ricordato a Washington che il tempo delle cannoniere e dei blocchi economici medievali è ampiamente scaduto. È arrivato il momento di ascoltare la voce del pianeta, rispettare il coraggio di un popolo straordinario e lasciare che Cuba respiri, viva e decida in totale autonomia il proprio futuro.
Di Vanessa Mazza
Attivista LGBTQI+, blogger e opinionista indipendente 
Fonti e Riferimenti Utili:

martedì 3 febbraio 2026

“Il fine settimana che abbiamo appena attraversato”


Il fine settimana appena trascorso è stato un concentrato di tutto ciò che questo mondo continua a rimuovere: diritti rimessi in discussione, vite spezzate nell’indifferenza, repressione normalizzata, verità che faticano a emergere.

In Emilia-Romagna, durante un Consiglio comunale, Costantino Righi Riva — ex candidato sindaco del centrodestra — ha dichiarato che il voto alle donne sarebbe stato un “attacco all’unità familiare”. Parole pronunciate nel 2026, mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea Costituente.

E allora la domanda diventa inevitabile, soprattutto per chi si definisce “cristiana” e “patriota”: che idea di donna avete? Una cittadina con pieni diritti, o una figura da ricondurre al ruolo domestico, come nelle distopie tipo Il racconto dell’ancella?

Perché quando si mette in discussione il suffragio femminile, non si parla solo del passato: si parla del futuro che qualcuno immagina per noi.

Nel Mediterraneo, dopo il ciclone Harry, si parla di centinaia — forse mille — persone disperse. I governi tacciono. E noi rischiamo di tacere con loro. È la stessa rimozione che attraversa Bolzaneto, la Diaz, il G8 di Genova: una memoria che riemerge solo quando serve giustificare nuove strette securitarie.

A Torino, cinquantamila persone in piazza per difendere uno spazio sociale. E come sempre, quando la partecipazione è ampia, arriva la narrazione tossica: infiltrazioni, violenti, ordine pubblico. Ma tra lacrimogeni e manganelli non c’erano solo agenti e “professionisti del disordine”: c’erano cittadini comuni, persone che erano lì per una causa legittima e che si sono ritrovate schiacciate in mezzo a un copione già scritto.

Un copione che non nasce oggi. Già negli anni Duemila, un ex Presidente della Repubblica descriveva pubblicamente una strategia basata su infiltrazioni, provocazioni, caos controllato e repressione successiva per ottenere consenso. Rileggerlo oggi fa venire i brividi.

E mentre tutto questo accade, il governo sta portando avanti un nuovo decreto in materia di sicurezza. Nel dibattito pubblico, molte voci critiche sostengono che questo provvedimento restringa gli spazi di libertà e garantisca una forma di impunità operativa alle forze dell’ordine, attraverso tutele legali e penali più ampie.

Ed è qui che nasce la domanda che in troppi evitano: perché nessuno si interroga? Perché non ci chiediamo cosa significhi vivere in un Paese dove la libertà si restringe e il controllo si allarga?

E beh… se manca l’intelligenza critica e l’empatia, tutto diventa più facile da accettare.


Dagli Stati Uniti, gli Epstein Files continuano a sollevare ombre pesanti. Alcuni materiali sono stati esclusi dagli atti ufficiali perché mostravano violenze estreme. Le email pubblicate delineano un quadro di abusi gravissimi, e resta sospesa la domanda più semplice e più scomoda: perché così pochi nomi sono stati davvero indagati? Chi ha protetto chi?

A Gaza, la situazione resta drammatica: civili che continuano a morire, ospedali al limite, blackout, nessuna tregua reale.

In Iran, la repressione non si è mai fermata. Ogni settimana arrivano notizie di nuove vittime, mentre la lotta delle donne e degli uomini iraniani continua, anche se il ciclo mediatico guarda altrove.

Negli Stati Uniti, resta aperta anche la ferita dei bambini separati dalle famiglie durante le operazioni dell’ICE: una pagina che molti artisti hanno ricordato proprio ieri sera, durante la grande festa della musica.

È stato un fine settimana che ci ricorda quanto sia fragile ciò che diamo per scontato: diritti, memoria, verità.

E quanto sia necessario restare vigili, presenti, capaci di nominare le cose anche quando fanno male.

sabato 29 novembre 2025

🇨🇦 Il 28 novembre: le scuse del Canada alla comunità LGBTQIA+


Il governo canadese ha istituito il 28 novembre come giornata ufficiale di scuse alla comunità LGBTQIA+. Un gesto simbolico che riconosce decenni di persecuzioni, ma che apre anche interrogativi sulla concretezza delle politiche di inclusione.

La “LGBT Purge” (1950–1990): per oltre quarant’anni, militari, polizia federale (RCMP) e dipendenti pubblici furono indagati, schedati e licenziati perché sospettati di essere gay o lesbiche.


Metodi di persecuzione: interrogatori umilianti, sorveglianza, test psicologici, licenziamenti forzati e in alcuni casi imposizione di “terapie di conversione”.


Motivazione ufficiale: lo Stato considerava le persone LGBTQIA+ “ricattabili” e quindi un rischio per la sicurezza nazionale.


Conseguenze: migliaia di carriere spezzate, vite segnate dalla paura e dall’invisibilità.

Nel 2017, il primo ministro Justin Trudeau chiese scusa ufficialmente alla Camera dei Comuni, definendo la purga “una vergogna nazionale”.


Da allora, il 28 novembre è diventato giornata di memoria e riconciliazione, per ricordare le ingiustizie e restituire dignità alle vittime.


Il Canada è oggi considerato un paese all’avanguardia: ha vietato le terapie di conversione, riconosce i diritti delle persone trans e non binarie, e promuove la visibilità queer.


Tuttavia, la comunità denuncia ancora episodi di violenza e discriminazione, ricordando che la memoria deve tradursi in azioni concrete.


Il gesto delle scuse è potente sul piano simbolico: riconoscere il torto subito è un passo fondamentale per la dignità collettiva. Ma la critica degli attivisti è chiara: non basta chiedere perdono se non si garantiscono politiche strutturali contro omofobia e transfobia. La giornata rischia di trasformarsi in un rituale vuoto se non accompagnata da investimenti in educazione, sicurezza e diritti sociali.


Il 28 novembre non è solo una ricorrenza: è un invito a ricordare le vite spezzate dalle discriminazioni e a vigilare affinché la memoria non diventi retorica. La comunità LGBTQIA+ canadese ha trasformato il dolore in lotta e visibilità, ma la battaglia per l’uguaglianza reale continua.



Fonti principali

HuffPost Italia – La purga LGBT canadese



Wikipedia – Anti-gay purges in Canada


The Canadian Encyclopedia – Canada’s Cold War Purge of 2SLGBTQ+


Canadian Museum for Human Rights – The LGBT Purge



LGBT Purge Fund – FAQ

giovedì 9 ottobre 2025

“Libero di amare, libero di essere”: la nuova strategia UE per i diritti LGBTIQ+ 2026-2030


Nel corso degli ultimi cinque anni, la percezione sociale delle persone LGBTIQ+ nei Paesi membri dell’Unione europea ha mostrato segnali di miglioramento. Circa il 75 % degli intervistati si dichiara a proprio agio nell’avere colleghi gay, lesbiche o bisessuali. Tuttavia, i dati evidenziano che permane uno scenario di forte disuguaglianza, ancora una persona su tre appartenente alla comunità LGBTIQ+ riferisce di aver subito discriminazioni negli ultimi dodici mesi.
“Libero di amare, libero di essere”: la nuova strategia UE per i diritti LGBTIQ+ 2026-2030

Per contrastare questa situazione, rafforzare i diritti civili e favorire una piena inclusione, la Commissione europea ha varato la sua nuova strategia per l’uguaglianza LGBTIQ+ per il periodo 2026-2030. La proposta prende le mosse dall’esperienza della precedente strategia 2020-2025, ma intende spingersi oltre nella diffusione della cultura dell’uguaglianza in tutti i campi delle politiche comunitarie.

Tre le direttrici principali di intervento indicate: la protezione delle persone LGBTIQ+, l’empowerment dei soggetti interessati e il coinvolgimento attivo della società civile nel promuovere, monitorare e sostenere l’uguaglianza nel vivere quotidiano.

Sul versante della protezione, la strategia prevede un piano d’azione specifico contro il cyberbullismo e una piattaforma di raccolta dati (knowledge hub) su discorsi d’odio e attività illegali online motivate da orientamento sessuale o identità di genere. La Commissione insiste anche sull’applicazione rigorosa delle norme comunitarie contro la discriminazione, e sul sostegno finanziario alle organizzazioni della società civile che difendono i diritti LGBTIQ+. Un obiettivo cruciale è l’eradicazione delle cosiddette pratiche di conversione, intendendo con ciò quegli interventi coercitivi volti a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone. La Commissione avvierà analisi dedicate e prenderà in considerazione anche una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) per vietare queste pratiche.

Sul fronte dell’empowerment, la strategia punta a rendere più efficaci gli organismi di parità (equality bodies) nel promuovere i diritti LGBTIQ+, ad agevolare il riconoscimento delle famiglie arcobaleno (ad esempio, incoraggiando gli Stati membri ad adottare la proposta europea sul riconoscimento della genitorialità), e a sostenere l’ambiente lavorativo inclusivo, anche attraverso il lavoro con la piattaforma UE delle “Diversity Charters” per promuovere politiche di assunzione inclusive.

Infine, per coinvolgere la società, la Commissione invita tutti gli Stati membri a dotarsi di strategie o piani nazionali sull’uguaglianza LGBTIQ+, a migliorare la raccolta e l’analisi dei dati sulla vita reale delle persone, e inaugura un punto di dialogo diretto con la società civile tramite il “LGBTIQ+ Policy Forum”. In parallelo, nel 2026 sarà pubblicato un rapporto sull’applicazione delle norme di uguaglianza nell’occupazione, con nuove linee guida volte a favorire assunzioni inclusive.

Con questa strategia, l’Unione europea intende che il princípio di uguaglianza non resti un obiettivo astratto, ma diventi parte integrante delle politiche concrete e della quotidianità: libero di amare, libero di essere.

mercoledì 10 settembre 2025

Transgender: Gli stati membri UE devono rilasciare documenti che riflettano l'indentità di genere.


Nell'Unione Europea, i diritti delle persone transgender sono protetti in parte dalla legislazione antidiscriminazione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE, che vietano la discriminazione basata sull'identità di genere. La giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'UE ha ribadito che l'identità di genere è un aspetto della vita privata protetto e che gli Stati membri non possono imporre requisiti chirurgici per il riconoscimento legale del genere. 

Tuttavia, permangono sfide significative, con alcune nazioni ancora che richiedono diagnosi psichiatriche o interventi chirurgici e altre che non hanno ancora procedure per il riconoscimento legale del genere, evidenziate da report come il "Trans Rights Map 2025" di TGEU.

Un parere dell’Avvocato generale della Corte di giustizia UE potrebbe aprire la strada a un importante cambiamento per i diritti delle persone transgender in Europa, in particolare per quanto riguarda il riconoscimento di genere nei documenti d’identità.

Il caso all’origine della questione arriva dalla Bulgaria. Una cittadina, registrata alla nascita come maschio, ha intrapreso una transizione attraverso trattamenti ormonali e oggi si presenta con caratteristiche femminili. Tuttavia, le autorità nazionali hanno rifiutato di aggiornare i suoi dati anagrafici, mantenendo nei documenti ufficiali il sesso e il nome maschile originari. Questa discrepanza tra aspetto e dati legali le ha provocato difficoltà concrete, ad esempio nella ricerca di un impiego, spingendola a rivolgersi ai tribunali.

La normativa bulgara, come interpretata dai giudici locali, non consente in questi casi la modifica del sesso, del nome e del numero di identificazione personale riportati negli atti di nascita. La Corte suprema di cassazione bulgara, investita della controversia, ha chiesto alla CGUE se tale posizione fosse compatibile con le garanzie previste dall’ordinamento europeo.

Nelle sue conclusioni, l’Avvocato generale ha chiarito che l’obbligo di garantire la libera circolazione e il rispetto della vita privata impone agli Stati membri di riconoscere legalmente il genere vissuto dai propri cittadini. Secondo de la Tour, la menzione del sesso nei documenti d’identità, in quanto strumento di identificazione, deve corrispondere alla realtà vissuta dall’interessato, affinché la validità e l’autenticità del documento non vengano messe in discussione.

Di conseguenza, una legge nazionale che impedisca a una persona transgender di ottenere un documento allineato alla propria identità rappresenta una restrizione ingiustificata di un diritto fondamentale, in questo caso la possibilità di viaggiare e risiedere liberamente all’interno dell’UE. Per essere legittima, una simile limitazione dovrebbe rispondere a motivi oggettivi e proporzionati rispetto a un obiettivo di interesse generale. Ma, osserva l’Avvocato generale, nel caso bulgaro tale giustificazione non sussiste.

Il parere suggerisce inoltre che i giudici nazionali, senza attendere un intervento legislativo, interpretino le norme interne in modo conforme al diritto europeo o, se ciò non fosse possibile, le disapplichino. Ciò significa che i tribunali dei Paesi membri devono garantire, caso per caso, la piena efficacia dei diritti riconosciuti a livello dell’Unione, anche quando le leggi interne non risultino aggiornate.

Particolarmente rilevante è anche un altro punto sollevato da de la Tour: la richiesta di aggiornamento dello stato civile per ottenere documenti conformi alla propria identità di genere non può essere subordinata alla prova di un intervento chirurgico di riassegnazione. Un requisito del genere, infatti, lederebbe non solo il diritto al rispetto della vita privata, ma anche l’integrità fisica della persona, introducendo una condizione medica non necessaria per l’esercizio di un diritto civile.

Si ricorda tuttavia che le conclusioni dell’Avvocato generale non sono vincolanti. Rappresentano una proposta giuridica, elaborata in piena indipendenza, che serve a orientare la Corte di giustizia nella decisione finale. I giudici europei hanno ora iniziato le loro deliberazioni e la sentenza definitiva sarà pronunciata in un secondo momento.

Il rinvio pregiudiziale, strumento utilizzato in questo caso, consente ai tribunali nazionali di chiedere alla CGUE chiarimenti sull’interpretazione o sulla validità del diritto dell’Unione, senza che la Corte stessa risolva direttamente la controversia interna. Sarà infatti compito dei giudici bulgari concludere il procedimento, applicando la decisione europea, che a sua volta diventerà un riferimento vincolante per altri tribunali alle prese con questioni analoghe.

Se la Corte seguirà le indicazioni dell’Avvocato generale, la decisione avrà effetti ben oltre la Bulgaria. Potrebbe infatti costituire un precedente capace di incidere sulle legislazioni di diversi Stati membri che ancora oggi subordinano il riconoscimento legale dell’identità di genere a procedure mediche invasive o, in alcuni casi, non lo prevedono affatto. Un passo, dunque, che non riguarda soltanto la burocrazia dei documenti, ma tocca la dignità e i diritti fondamentali di numerose persone in tutta l’Unione europea.

L’avvocato generale della Corte di giustizia UE afferma: ogni persona ha diritto a documenti che rispecchino la propria identità di genere, senza dover subire interventi chirurgici o dover fornire prova di essi.


E’ il riconoscimento pieno del diritto all’autodeterminazione, alla libertà, alla dignità: il diritto ad essere se stessi, senza condizioni. Ora ci aspettiamo che la Corte confermi questa linea e che in tutta l’Unione nessuno possa più negare dignità e libertà a cittadine e cittadini, in particolare alle persone trans.

martedì 9 settembre 2025

INDIA. Le coppie LGBTQIA+ hanno il diritto di formare una famiglia. Dice L'alta corte di Madras


Madras, attualmente nota come Chennai, è la capitale dello stato del Tamil Nadu, nel sud dell'India. È anche sede dell'Alta Corte di Madras, uno dei tribunali più antichi del paese.

Sebbene la Corte Suprema non abbia ancora legalizzato il matrimonio tra coppie dello stesso sesso, insieme a queste possono comunque formare una famiglia, come stabilito dall'Alta Corte di Madras il 22 maggio 2025, che ha permesso a una giovane donna di ricongiungersi con la sua compagna dopo essere stata trattenuta contro la sua volontà dalla famiglia d'origine.

“Il matrimonio non è l'unico modo per formare una famiglia”, ha affermato la corte.

“Il concetto di ‘famiglia scelta’ è ormai ben consolidato e riconosciuto nella giurisprudenza LGBTQIA+. (Le due donne) possono benissimo costituire una famiglia”.

La comunità LGBTQ+ è presente e attiva in città, con organizzazioni che lavorano per i diritti e l'inclusione della comunità, anche se ha dovuto affrontare molte lotte per il riconoscimento e il supporto. Esistono gruppi di supporto e attivisti che lavorano per l'inclusione della comunità, nonché politiche governative volte a supportare le esigenze diverse della comunità LGBTQIA+ in città. 

Attivismo e Organizzazioni
Sahodaran:
Questa è una delle organizzazioni LGBTQI più antiche di Chennai, fondata alla fine degli anni '90 da Sunil Menon. 
Vannam:
Un gruppo studentesco della comunità LGBTQ+ presso l'Indian Institute of Technology Madras, che mira a creare uno spazio sicuro e inclusivo per gli individui LGBTQ+. 
SAATHII:
Un'ONG che lavora per rendere i fornitori di assistenza sanitaria più consapevoli delle esigenze di assistenza sanitaria LGBTQIA+ e per creare sistemi più inclusivi. 
Politiche e Riconoscimento
Il governo del Tamil Nadu ha politiche specifiche per le persone transgender e la comunità LGBTQ+ in generale, riconoscendo le loro diverse esigenze. 
C'è stato un attivismo per ottenere il riconoscimento di documenti d'identità per le persone transgender e, più recentemente, una spinta per un movimento pride locale. 
Sfide e Progressi
Nonostante i successi, la comunità LGBTQ+ affronta ancora discriminazioni, problemi di salute mentale e difficoltà nell'accesso a cure mediche adeguate. 
La città è vista come un luogo inclusivo in cui vengono ulteriormente implementati sforzi per il progresso della comunità. 
L'importanza dell'intersezionalità è stata evidenziata nel contesto di Chennai, riconoscendo le esperienze uniche di diversi individui all'interno della comunità. 

Madras era il nome precedente di Chennai, la capitale dello stato del Tamil Nadu, in India meridionale, sulla costa del Golfo del Bengala. Il cambio di nome è avvenuto nel 1996. La città è un importante centro culturale e commerciale, noto come la "Porta dell'India del Sud".

giovedì 28 agosto 2025

Vittoria storica per i diritti dei transgender in Kenya: l'Alta Corte di Eldoret si pronuncia a favore dell'atleta S.C in un caso di violazione dei diritti

In Kenya, le persone transgender affrontano sfide come discriminazione e violenza, ma stanno ottenendo vittorie significative per i propri diritti, con una sentenza storica del 2025 che impone al governo di creare una legge di protezione specifica per loro.


La vittoria in tribunale di una donna trans in Kenya potrebbe avere implicazioni di ampia portata per i diritti delle persone trans nella nazione dell'Africa orientale, dopo che un giudice ha riconosciuto che la donna ha subito un trattamento inumano e degradante da parte delle autorità governative e ha ordinato al Parlamento di emanare misure di protezione e riconoscimento legale per le persone trans keniane.

La ricorrente, Shieys Chepkosgei, è stata arrestata nel 2019 e accusata di “usurpazione di identità”, nonostante fosse in possesso di documenti ufficiali, tra cui un certificato di nascita e un passaporto con indicazione del sesso femminile, e avesse vissuto in un altro Paese dove aveva anche gareggiato in competizioni di atletica leggera femminile.

Chepkosgei è stata arrestata dalla polizia keniota mentre visitava un ospedale universitario, secondo quanto riportato da Q News. È stata rinviata a giudizio in un istituto femminile, sottoposta a perquisizione corporale e condannata dal tribunale a sottoporsi a una “ identificazione di genere”, che comprendeva un esame dei genitali, test ormonali, prelievi di sangue e esami radiologici.

Chepkosgei ha contestato in tribunale la sua incarcerazione e le visite mediche non consensuali, sostenendo che fossero incostituzionali, violassero la sua dignità intrinseca e mettessero in luce una lacuna legislativa nel trattamento delle persone transgender in custodia cautelare in Kenya.

Il giudice R. Nyakundi dell'Alta Corte di Eldoret ha concordato che i diritti di Chepkosgei alla dignità, alla privacy e alla libertà da trattamenti inumani e degradanti erano stati violati, secondo Jinsiangu, un gruppo keniano per i diritti delle persone intersessuali, transgender e gender non conformi. Le è stato riconosciuto un risarcimento pari a circa 8000 dollari.

Ma il giudice è andato oltre, ordinando al governo keniota di avviare un'iniziativa legislativa in Parlamento che affronti i diritti dei kenioti transgender, sia con nuove tutele sia modificando la legislazione attuale sui diritti delle persone intersessuali attualmente in discussione in Parlamento.

“È la prima volta che un tribunale keniota ordina esplicitamente allo Stato di creare una legislazione sui diritti dei transgender, e la prima volta nel continente africano”, ha dichiarato Lolyne Ongeri di Jinsiangu a Mamba Online.

“Se implementata, questa legge potrebbe porre fine a decenni di invisibilità giuridica e discriminazione subite dalle persone transgender, stabilendo un chiaro riconoscimento legale dell'identità di genere, protezioni contro la discriminazione nel mondo del lavoro, nell'alloggio, nella sanità e nell'istruzione, e l'accesso ai servizi pubblici senza pregiudizi o molestie”.

Il Kenya ha una storia travagliata in materia di diritti LGBTQ+, con pene risalenti all'era coloniale ancora in vigore per i comportamenti omosessuali e una legislazione discriminatoria modellata sul famigerato Anti-Homosexuality Act dell'Uganda - che prevede la pena di morte per l'omosessualità - introdotta in Parlamento.

Le relazioni omosessuali rimangono criminalizzate, con la “conoscenza carnale contro l'ordine naturale” e la “grave indecenza” punibili con fino a 14 anni di carcere.

Le persone transgender in Kenya sono vittime di diffuso stigma, discriminazione e violenza. La legge attuale impedisce ai kenioti transgender di cambiare legalmente la propria identità di genere rispetto a quella assegnata alla nascita.

Sebbene le persone LGBTQ+ abbiano trovato sollievo nei tribunali, l'omofobia pervade la società e il legislatore kenioti.

Nel 2023, la Corte Suprema del Kenya ha confermato una decisione che garantisce a un gruppo per i diritti LGBTQ+ lo status ufficiale e il riconoscimento legale come organizzazione non governativa (ONG). La decisione ha scatenato proteste nella seconda città più grande del Paese, guidate da religiosi e politici omofobi.


Fonte: Commissione per i diritti umani del Kenya (KHRC), 24 de Agosto del 2025.

mercoledì 16 aprile 2025

La Corte suprema britannica ha stabilito all'unanimità che le persone transgender non hanno diritto a essere riconosciute come donne



JK Rowling si congratula con lo stupratore Donald Trump per essere “ riuscita” a distruggere il sostegno alle persone transgender nel Regno Unito.


JK Rowling è molto più vicina a persone come Trump di quanto non lo sia a una vera femminista, e il movimento di odio TERF fa parte dell'impennata globale del fascismo.


Il 16 aprile 2025, la Corte Suprema del Regno Unito ha stabilito all'unanimità che la definizione legale di “donna” ai sensi dell'Equality Act 2010 si riferisce al sesso biologico, escludendo le donne transgender con certificato di riconoscimento di genere. Ovvero coloro che si sono sottoposti a un intervento chirurgico di genere. I critici sostengono che ciò potrebbe influire sulle tutele dei diritti umani per le persone trans.
Il giudice Patrick Hodge ha dichiarato che cinque colleghi della corte hanno stabilito all'unanimità che “i termini ‘donna’ e ‘sesso’ nella legge sulle pari opportunità si riferiscono a una donna biologica”.

La sentenza significa che una persona transgender con un certificato che la riconosce come femmina non potrà essere considerata una donna ai fini delle leggi sulle pari opportunità. La corte ha però precisato che la sua sentenza “non toglie protezione alle persone trans”, che sono “protette dalla discriminazione sulla base del cambiamento di sesso”. Il caso deriva da una legge del 2018 approvata dal Parlamento scozzese che stabilisce che dovrebbe esserci una rappresentanza femminile del 50 per cento nei consigli di amministrazione degli enti pubblici scozzesi. Tale legge includeva le donne transgender nella sua definizione di 'donne'.

Women Scotland (Fws), un gruppo per i diritti delle donne di cui fa parte anche la scrittrice J.K. Rowling, ha accolto con favore la sentenza. “La nostra posizione è che il sesso, che si sia uomo o donna, è determinato dal concepimento in utero, ancor prima della nascita, dal proprio corpo”, ha detto Aidan O'Neill, avvocato del Fws, “è un'espressione della propria realtà corporea. È uno stato biologico immutabile".

Rowling ha più volte sostenuto che i diritti delle donne trans non dovrebbero andare a scapito di coloro che sono nate biologicamente femmine.

Amnesty International ha invece affermato che escludere le persone transgender dalle tutele contro la discriminazione sessuale è in conflitto con le leggi sui diritti umani. Secondo un recente rapporto della Human Rights Campaign, il 71% delle persone transgender hanno dichiarato di essere state discriminate esclusivamente a causa della loro identità di genere. Ciò sottolinea l'importanza di un sostegno costante alla comunità transgender.


La sentenza di oggi ha riportato indietro di decenni l'intera comunità transgender. È un disastro.