Translate

Visualizzazione post con etichetta omofobia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta omofobia. Mostra tutti i post

lunedì 12 ottobre 2026

Matthew Shepard, ventotto anni dopo: l'odio non è morto con i suoi assassini

Ritratto pop art commemorativo di Matthew Shepard su sfondo con i colori della bandiera LGBTQ+, simbolo di memoria e lotta contro l'odio.

Ricordare Matthew Shepard non significa guardare al passato. Significa riconoscere che l'odio continua a trovare nuove forme e nuove voci. La memoria è un dovere. Il silenzio è una scelta.

Il 12 ottobre 1998 moriva Matthew Shepard, studente ventunenne dell'Università del Wyoming. Cinque giorni prima era stato attirato in un'imboscata, brutalmente aggredito, legato a una recinzione nelle campagne vicino a Laramie e lasciato morire. Ricoverato in condizioni gravissime, non sopravvisse alle ferite riportate.

La sua morte sconvolse gli Stati Uniti e trasformò il suo nome in un simbolo della lotta contro la violenza e i crimini d'odio rivolti alle persone LGBTQ+. 

Ma ricordare Matthew Shepard non significa limitarsi a rievocare una tragedia del passato. Significa interrogarsi sul presente.

Troppo spesso la sua storia viene raccontata come un episodio isolato, come il gesto di due individui violenti. Sarebbe una lettura rassicurante. E sarebbe sbagliata.

L'omicidio di Matthew Shepard non nacque nel vuoto. Fu il prodotto di un clima culturale in cui l'ostilità verso le persone LGBTQ+ veniva normalizzata, minimizzata o giustificata. Prima dell'aggressione vennero i pregiudizi. Prima dei colpi vennero le parole. Prima dell'omicidio venne la convinzione che alcune vite valessero meno di altre.

Ventotto anni dopo, sarebbe comodo dichiarare chiusa quella pagina.

Non lo è.

L'odio che colpì Matthew Shepard continua a manifestarsi ogni volta che qualcuno viene disumanizzato per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità di genere. Continua a vivere nelle campagne di delegittimazione, negli insulti presentati come opinioni, nel linguaggio che trasforma le minoranze in bersagli.

Non serve arrivare alla violenza fisica per contribuire a un clima di violenza.

Chi alimenta paure infondate contro le persone LGBTQ+, chi diffonde stereotipi, chi nega dignità e identità ad altri esseri umani, partecipa alla costruzione dello stesso terreno su cui possono crescere esclusione, discriminazione e aggressioni.

La memoria ha valore soltanto se produce consapevolezza.

Per questo il nome di Matthew Shepard non appartiene solo alla storia. Appartiene all'attualità.

Mentre ci avviciniamo al Transgender Day of Remembrance del 20 novembre, il suo ricordo ci obbliga a porre una domanda scomoda: quanto odio continuiamo ancora a tollerare quando si rivolge a persone considerate diverse?

La risposta non riguarda il Wyoming del 1998.

Riguarda noi.

Riguarda il linguaggio pubblico, i social network, i media, la politica e la responsabilità collettiva di non restare in silenzio di fronte alla disumanizzazione degli altri.

Ricordare Matthew Shepard non significa celebrare una vittima.

Significa rifiutare l'idea che l'odio sia inevitabile.

E significa riconoscere che chi ancora oggi lo alimenta, sotto qualunque forma, contribuisce a mantenere vivo ciò che lo ha ucciso.

Fonti

  • Matthew Shepard Foundation - Our Story: ricostruzione ufficiale dell'aggressione del 7 ottobre 1998 e della morte di Matthew Shepard il 12 ottobre 1998. [matthewshepard.org]
  • Encyclopaedia Britannica - Matthew Shepard: profilo biografico e impatto storico e politico del suo assassinio. [britannica.com]
  • U.S. Department of Justice - The Matthew Shepard and James Byrd, Jr., Hate Crimes Prevention Act of 2009: descrizione della legge federale che ha esteso le tutele contro i crimini d'odio includendo orientamento sessuale e identità di genere. [justice.gov]

Vanessa Mazza Blog 🌈🏳️‍⚧️✊🏻

martedì 22 settembre 2026

Il buio oltre il salotto. Se la carne viva delle minoranze diventa un "capriccio" da kermesse

Illustrazione artistica in doppia esposizione del profilo di una donna fuso con una foresta di pini, sfumata con i colori rosa, fucsia e azzurro ciano su sfondo bianco, simbolo di identità e rivendicazione.
Esistere visibilmente, con la forza di radici profonde che nessuna ipocrisia può estirpare.
 Di Vanessa Mazza

C’è un limite oltre il quale il dibattito intellettuale smette di essere un esercizio di pensiero e diventa un atto di deliberata violenza verbale. Quel limite è stato ampiamente superato quando, sul palco di NOVA, il filosofo conservatore Marcello Veneziani ha liquidato i diritti civili e l’esistenza della comunità TLGBQI+ come un’oppressione asfissiante perpetrata da una presunta “cultura woke”. Assistendo a quel finale di dibattito, la reazione immediata non può che essere una rabbia profonda, viscerale. Una rabbia che, per quanto ampiamente prevedibile conoscendo l’impianto ideologico della destra conservatrice, non smette di ferire per la freddezza con cui cancella la realtà.

Quel video risale alla fine del 2024, ma se oggi, a settembre 2026, è tornato a circolare con prepotenza nei video della nuova kermesse di Milano, è perché quel finto scontro ideologico è il motore immobile della propaganda attuale. La riproposizione di quel frammento non è casuale: è una strategia. La kermesse milanese ha bisogno di un nemico già confezionato, riconoscibile, pronto da consumare. Ripescare NOVA significa riciclare lo stesso copione, lo stesso allarme artificiale, la stessa retorica della “maggioranza silenziosa”. È la prova che non esiste un dibattito nuovo: esiste solo la ripetizione ossessiva di un format che funziona perché sposta lo sguardo dalle responsabilità politiche alle identità vulnerabili.

Il salotto di NOVA: l’attacco all’America e l’eterno stravolgimento delle parole


Il fulcro del dibattito a NOVA si è concentrato sull’America di Donald Trump, eletto trionfalmente proprio grazie alla costante evocazione di quella “maggioranza silenziosa” che si ribella alle élite. Nel suo intervento, Veneziani ha dipinto gli Stati Uniti come un territorio sottomesso al dominio asfissiante del mainstream progressista, accusando le università americane di essere i laboratori di una censura culturale che starebbe colonizzando anche l’Italia.

Al suo fianco, Marco Travaglio ha rincarato la dose spostando il focus sull’informazione nostrana, denunciando un clima di conformismo politico e di autocensura generalizzata. Ma è proprio qui che si consuma l’equivoco più pericoloso: pur muovendosi da una prospettiva diversa rispetto a Veneziani, Travaglio finisce per alimentare la stessa narrazione di assedio culturale. Trasforma la questione dei diritti in un problema di “clima mediatico”, spostando l’attenzione dalle vite reali alla percezione del dibattito. Così facendo, contribuisce a legittimare l’idea che la visibilità delle minoranze sia un eccesso, un rumore di fondo, invece che una necessità democratica.

“Woke” e “Lobby”: parole svuotate per riempire la propaganda

Ma di cosa parlano esattamente quando dicono “Woke” e “Lobby”? C’è un’ignoranza di fondo — o forse una precisa malafede — nel modo in cui usano questi termini.

“Woke” deriva dal verbo inglese to wake (“svegliarsi”). È una parola nata nella comunità afroamericana per indicare la necessità di rimanere consapevoli di fronte alle ingiustizie sociali e al razzismo strutturale. Nei salotti della destra, questo termine è stato trasformato in uno spauracchio, un brand dispregiativo utilizzato per accorpare sotto un’unica etichetta negativa qualsiasi battaglia di emancipazione, dal femminismo ai diritti di trans e migranti.

Dall’altro lato, molti progressisti e giornalisti liquidano la questione dicendo che la cultura woke “non esiste”, poiché priva di un manifesto unico o di un leader. Questo crea un cortocircuito totale in cui le due visioni non si incontreranno mai: per i conservatori si tratta di una dittatura culturale delle multinazionali e dei campus; per le minoranze si tratta semplicemente del diritto di esistere senza essere presi a calci per strada.

L’ipocrisia del “buio della notte” e la paura della visibilità

La realtà sociologica dietro l’attacco di Veneziani alla visibilità delle minoranze nei media e nelle scuole — bollata come “propaganda”, “esibizionismo” o “indottrinamento” — nasconde la più profonda delle ipocrisie conservatrici. È il modello storicamente riassunto dal motto militare americano Don’t ask, don’t tell (“non chiedere, non dire”).

Secondo questa visione patriarcale:

  • La tolleranza è privata: puoi vivere la tua identità e la tua sessualità, ma solo nel segreto, nel silenzio, senza disturbare la vista della maggioranza.

  • L’ordine pubblico deve rimanere tradizionale: leggi, scuola e spazio pubblico devono riflettere unicamente il modello eteronormativo e i ruoli di genere classici.


È l’ipocrisia di chi nel buio della notte consuma ciò che alla luce del sole vieta e condanna agli altri, privandoli del coraggio di vivere a viso aperto. Perché per loro la visibilità è un “danno”? Perché finché una realtà rimane nascosta sotto il tappeto, non ha potere politico, non richiede diritti legali — come matrimoni, tutela sul lavoro o trascrizioni dei figli — e non mette in discussione i privilegi del sistema.

La visibilità dà coraggio e dignità. Ed è esattamente questo che la politica reazionaria vuole arginare per mantenere la società statica e gerarchica.

Smontare la menzogna con i dati:

Mentre i teorici del complotto parlano di potentissime “lobby”, i dati ufficiali descrivono una realtà criminale di soppressione delle minoranze.

L’Agenzia FRA certifica che due persone trans su tre subiscono sistematicamente molestie e stigmi feroci.

Globalmente, i rapporti omosessuali e trans restano criminalizzati in 65 Stati, con la pena di morte prevista in 7 di essi.

Come evidenziato da The Lancet, i movimenti contro le persone LGBTQ+ minacciano la libertà e la privacy di tutti. In Italia, questo clima si riflette negli attacchi ai consultori e nei tentativi di ridimensionare la legge 194 e i diritti civili.

Abbattere l’arena dei nuovi schiavi

Grafica concettuale in bianco e nero che mostra una piramide sociale con un leader al vertice e, in basso, un'arena circolare dove le persone si scontrano tra loro, divise da fasci di luce colorata.
L'arena dei nuovi schiavi: spingere gli ultimi a combattersi tra loro per proteggere i privilegi del vertice.

Come approfondito nel saggio Arena dei nuovi schiavi, la politica sfrutta le guerre culturali per contrapporre i diritti dei lavoratori a quelli civili, distogliendo l’attenzione da problemi reali come i milioni di individui in povertà assoluta in Italia. La controinformazione deve denunciare questo inganno e ribadire che i diritti sono universali.


I dati dell’Agenzia FRA e gli allarmi di The Lancet ci ricordano che la difesa dei diritti civili non è una moda passeggera, ma una linea di trincea globale per la libertà di ciascuno di noi. Contro la menzogna della “maggioranza oppressa” e i finti scontri dell’arena dei nuovi schiavi, l’unica risposta possibile è la visibilità radicale.

Continueremo a occupare lo spazio pubblico, a parlare a viso aperto, a pretendere tutele legali alla luce del sole. Non siamo il loro capriccio da salotto. Siamo la realtà che non possono più spegnere. E ogni volta che provano a ricacciarci nel buio, noi rispondiamo con ciò che li terrorizza di più: esistere. Visibilmente, fieramente, irrevocabilmente.

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti Ufficiali (Link Attivi)
  • I dati relativi alle violenze sistemiche e alle tutele sono consultabili nel report ufficiale dell'Agenzia FRA dell'Unione Europea sulla condizione delle persone LGBTI.
  • L'analisi geopolitica e l'allarme sulla regressione dei diritti e della privacy globale sono tratti dall'editoriale della rivista scientifica The Lancet.

mercoledì 2 settembre 2026

L'odio omofobo uccide ancora: trovato morto il ragazzo gettato nel Naviglio a Vigevano

Una singola candela di cera bianca accesa, parzialmente consumata con gocce di cera colate sul lato sinistro, posizionata su una superficie di legno scuro. La fiamma è vivida, stabile e luminosa, circondata da un contrasto netto con uno sfondo completamente nero e buio.
Una luce contro il buio dell'indifferenza. La comunità si stringe nel dolore e nella rabbia per la giovane vita spezzata a Vigevano.

Mentre sul blog vi parlavo della paura di amare e delle cicatrici della storia, la realtà più cruda e violenta è tornata a bussare alla nostra porta. Questa mattina, 2 settembre 2026, a Vigevano, è stato trovato il corpo senza vita di un ragazzo salvadoregno di soli 24 anni.

La notizia è agghiacciante per quello che nasconde. Questo giovane era lo stesso che solo dieci giorni fa, il 21 agosto, era stato avvicinato da due aggressori vicino al ponte della Giacchetta, insultato brutalmente per il suo orientamento sessuale e spinto nelle acque del Naviglio.
Il ragazzo era riuscito a salvarsi dal canale aggrappandosi alla riva, ma lo choc emotivo e psicologico era stato devastante. Ferito nell'anima, aveva persino scelto di non sporgere querela, forse schiacciato dal terrore di ritorsioni o dalla vergogna, anche se le forze dell'ordine avevano fortunatamente proceduto d'ufficio bloccando i responsabili. Oggi il suo coinquilino ha fatto la tragica scoperta nell'appartamento in cui viveva. Sarà l'autopsia a chiarire le cause esatte del decesso, ma una cosa è già certa: questo ragazzo è stato ucciso dall'isolamento, dall'odio e da un clima sociale intollerabile.
Poche ore fa scrivevo su questo spazio che “la paura ti fa preferire il silenzio al rischio di essere te stessa”. Questa tragedia ci sbatte in faccia il lato più estremo e oscuro di quella stessa paura. Non possiamo restare in silenzio di fronte a vite spezzate a vent'anni per il solo diritto di esistere.
Il mio pensiero va a lui. La mia rabbia va a chi legittima questo clima di caccia all'uomo. Non smetteremo di denunciare. Non smetteremo di lottare.
— Vanessa Mazza TLGBQI+
Editorialista indipendente. Contro l’ipocrisia, sempre.
Fonte: Aggiornamenti in tempo reale e lanci d'agenzia curati da ANSA, cronaca locale dettagliata pubblicata su MilanoToday e approfondimenti investigativi del Corriere della Sera.

mercoledì 19 agosto 2026

Trenta contro uno, ma terrorizzati da due mani intrecciate: la crisi della virilità italiana

Grafica di denuncia sociale sull'affetto tra due uomini e la violenza, articolo di Vanessa Blog Mazza sul pestaggio omofobo ad Angelo Ratti a Olbia.
"Perché la società chiama 'forza' la violenza, ma trema davanti all'affetto tra due uomini." (Grafica di controinformazione sociale)

Di Vanessa Mazza — Libera pensatrice, cittadina e attivista transessuale (Milano, Lombardia)

C’è una domanda, apparentemente semplice ma terribilmente profonda, che in queste ore circola sui canali dell’attivismo indipendente e che mette a nudo tutta l’ipocrisia della nostra civiltà: perché la società vede gli uomini con le armi come simbolo di forza e virilità, ma si sente minacciata quando due uomini camminano mano nella mano?

Questo interrogativo, rilanciato in una potente grafica dall’artista Wanderson Dutch, tocca il cuore pulsante del patriarcato e della mascolinità tossica. Ci costringe a guardare in faccia un paradosso sociologico brutale: abbiamo costruito un mondo in cui l’esibizione di uno strumento di morte è socialmente accettata e persino glorificata, mentre l’esibizione pubblica dell’amore, della tenerezza e dell’identità queer genera panico, violenza e censura.

L’estetica della violenza come surrogato di virilità

Da secoli, la narrazione dominante capitalista e conservatrice educa gli uomini a una forma di identità basata sul dominio, sul controllo e sulla sottomissione dell’altro. La pistola, il fucile, la divisa militare diventano i feticci di questa supposta “supremazia”. L’uomo armato viene sdoganato dai media generalisti e dalla politica di destra come il prototipo del “buon padre di famiglia” o del “difensore della patria”.

In questa logica perversa, la forza non risiede nella capacità di costruire, accogliere o proteggere la vita attraverso l’empatia, ma nella capacità geometrica di distruggerla. La società patriarcale non ha paura dell’arma perché l’arma rispetta le regole della gerarchia e del potere coercitivo. L’arma non mette in discussione il sistema: lo difende.

Dalla teoria alla strada: la cronaca nera dell’omofobia in Italia

Se qualcuno pensa che questo paradosso sia solo una riflessione filosofica astratta, farebbe bene a sfogliare i giornali italiani di questi giorni di agosto 2026. La cronaca ci consegna una realtà brutale che ricalca esattamente questa dinamica di potere violento.

Il volto di Angelo Ratti dopo il pestaggio omofobo a Olbia, servizio di Sky TG24, articolo di controinformazione di Vanessa Blog Mazza.
Il servizio di Sky TG24 sulla denuncia del 39enne Angelo Ratti, aggredito da trenta persone in spiaggia a Olbia. (Foto: Sky TG24)

Il pensiero va dritto alla terribile aggressione squadrista avvenuta a Porto Istana, vicino a Olbia, ai danni del promoter milanese Angelo Ratti alla vigilia di Ferragosto. Un uomo accerchiato, aggredito alle spalle e pestato con calci, pugni e sassate da un branco di circa trenta persone. Il motivo? Il solito, vigliacco pretesto omofobo.

Durante il linciaggio, i componenti del branco (giovanissimi mossi come marionette, ma spalleggiati anche da adulti) hanno vomitato i classici insulti volti a deumanizzare la vittima, riducendola in una pozza di sangue con traumi profondi al volto e la perdita temporanea dell’udito.

Come se non bastasse la violenza della strada, la vittima ha dovuto denunciare persino lo stigma istituzionale subìto al momento dei soccorsi da parte di operatori sanitari che, ridendo, invitavano i colleghi a non toccarlo per paura di un sangue ipoteticamente “infetto”, legando ancora una volta l’omosessualità al pregiudizio filone degli anni Ottanta.

Ecco dove porta la cultura del dominio: trenta persone che si sentono forti e “virili” solo quando distruggono un corpo non conforme a terra.

La minaccia politica di due mani che si stringono

Al contrario, cosa c’è di così sovversivo in due uomini che camminano mano nella mano per strada? Perché quel gesto pacifico scatena reazioni di intolleranza, sguardi di disgusto o, nei casi peggiori, la furia di un intero branco?

La risposta è politica. Due uomini che si tengono per mano, o che rivendicano i propri spazi di aggregazione senza nascondersi, rifiutano apertamente i ruoli rigidi imposti dal machismo istituzionale. Sostituiscono la violenza con la vulnerabilità. Mostrano che l’identità maschile può esistere al di fuori del binario del dominio e della competizione fisica, aprendosi alla cura reciproca.

Quel gesto spaventa i bigotti perché disarma l’ordine costituito. Una società che si sente minacciata dall’affetto e spaventata dalla diversità, ma rassicurata dalla violenza di gruppo, è una società malata di analfabetismo emotivo.

Disarmare la mente, liberare i corpi

È tempo di invertire la rotta culturale. Dobbiamo avere il coraggio di dire che la vera forza non ha bisogno di fondine, di branchi di trenta persone o di retoriche belliciste. La vera virilità sta nel coraggio di essere se stessi alla luce del sole, nel difendere la dignità dei più vulnerabili e nel rivendicare il diritto all’affetto e all’esistenza senza dover chiedere il permesso a nessuno.

In Italia manca ancora una tutela legislativa efficace e specifica contro i crimini d’odio omotransfobici. Finché lo Stato lascerà questo vuoto, e finché una pistola sarà considerata più rispettabile di una carezza, la nostra controinformazione non smetterà di scrivere, di denunciare e di lottare.

Perché la violenza distrugge, ma è solo la libertà dei corpi che ci rende umani.

Fonti e approfondimenti internazionali e di cronaca:

giovedì 16 luglio 2026

RAINBOW WASHING A PALAZZO: IL SIRACUSA PRIDE SVENDE I CORPI TRANS PER 25 MILA EURO

Documento ufficiale della Deliberazione della Giunta Comunale di Siracusa numero 84 del 6 luglio 2026 relativo al Siracusa Pride.
Il frontespizio della Deliberazione della Giunta Comunale n. 84 del 06/07/2026: il documento ufficiale che svela il prezzo dell'accordo commerciale dietro il Siracusa Pride 2026.

SIRACUSA
– Può un Pride, il simbolo storico della rivolta e della liberazione nata dai sampietrini di Stonewall, voltare le spalle alla comunità transessuale per trasformarsi in una sfilata commerciale? È la domanda dolorosa che si stanno ponendo attivisti e collettivi dopo la decisione del Siracusa Pride 2026 di nominare come madrina della manifestazione la showgirl Heather Parisi. Una scelta scellerata che ha sollevato un'ondata di proteste, culminata con l'uscita sdegnata dal comitato organizzatore di realtà storiche del territorio come Stonewall, Agedo e persino del sindacato CGIL Siracusa.
Per capire le radici di quella che molti definiscono una vera e propria farsa politica, basta scorrere i documenti ufficiali dell'amministrazione. La chiave di tutto è scritta nella Deliberazione della Giunta Comunale n. 84 del 06/07/2026.
Il "Teatro degli Orrori": Una madrina contro le donne trans
Scegliere Heather Parisi come volto e madrina di un Pride non è solo una scelta infelice: per molti attivisti rappresenta un insulto diretto alla memoria di chi il movimento lo ha fondato, come Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson. Parisi, infatti, ha più volte espresso pubblicamente posizioni nettamente contrarie alle istanze della comunità transgender. Come ricordato dalle testate di informazione come Open, la showgirl ha sostenuto visioni escludenti secondo cui "se hai un pene non puoi essere una donna", si è schierata contro la presenza delle donne trans nello sport e ha ribadito che l'identità trans sarebbe un semplice capriccio individuale.
Ma con quali criteri queste persone che invitano certi personaggi — già tristemente conosciuti per la loro omotransfobia — vengono scelti per partecipare o sono addirittura premiati nel mese del Pride?
Qualcosa non va nella testa di chi propone, senza alcuna vergogna, figuri che tripudiano quotidianamente sui nostri corpi e sui nostri diritti fondamentali. Questo "teatro degli orrori", purtroppo, lo abbiamo già visto recitare sul palcoscenico dell'attivismo italiano. Non è la prima volta.
I militanti ricordano bene la ferita del 2019, quando gli organizzatori del Milano Pride nominarono come madrina la conduttrice Caterina Balivo, sommersa dalle critiche a causa delle sue storiche uscite omofobe e stereotipate pronunciate in televisione. In quel caso, però, la reazione compatta della base militante costrinse l'organizzazione a fare un immediato passo indietro. A Siracusa, invece, la protesta è stata ignorata e si è preferito tirare dritto pur di non disturbare lo show.
Sulla vicenda è intervenuta duramente anche Vladimir Luxuria su Repubblica, lanciando una provocazione sacrosanta: "Essere transfobe fa curriculum per diventare madrina di un Pride?". Assistere a festival in cui la transfobia viene sdoganata in cambio di un briciolo di visibilità pop dimostra come certi comitati abbiano totalmente smarrito la propria sanità politica e il rispetto per la comunità trans, ridotta a un accessorio sacrificabile.
Il trucco burocratico: i sogni di parità traditi sulla carta
Analizzando le carte della delibera, l'ipocrisia istituzionale salta all'occhio sin da pagina 3. Nelle premesse, la Giunta Comunale si fa scudo citando solennemente l'Articolo 3 della Costituzione Italiana, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e le linee strategiche del Comune sulla "Parità di genere". L'atto dichiara l'impegno istituzionale verso la "prevenzione e rimozione di ogni forma di discriminazione".
Peccato che, poche righe sotto, la teoria ceda il passo al business. Il documento rivela che il Presidente del Comitato Arcigay Siracusa (beneficiario formale dell'atto) ha presentato un preventivo totale da ben 35.000,00 euro per il "Siracusa Pride 2026", incassando dal Comune un finanziamento diretto di 25.000,00 euro e il supporto logistico gratuito (palco, transenne e permessi ZTL) nella prestigiosa cornice dell'Area Maniaca (Castello Maniaca).
Carte alla mano: i soldi arrivano dal bilancio delle vacanze
La vera e propria "pistola fumante" si trova a pagina 4, dove viene indicata l'esatta copertura finanziaria del budget. I soldi pubblici non arrivano da capitoli destinati alle pari opportunità, all'inclusione o alle politiche sociali. Vengono prelevati interamente dai cassetti dell'intrattenimento estivo e delle vacanze:
  • 21.000,00 euro dal capitolo 12353.1 denominato "Estate Siracusana - Spese Per Eventi Estivi".
  • 4.000,00 euro dal capitolo 12353.2 denominato "Iniziative e Manifestazioni Turistiche".
Nelle motivazioni della Giunta, il Pride viene promosso ed elogiato non come momento di protesta o di tutela delle minoranze, bensì come progetto di "promozione turistica", capace di "attrarre flussi di visitatori non residenti e a generare ricadute sul sistema ricettivo, della ristorazione e dei servizi locali".
In cambio dell'assegno, l'organizzazione ha promesso al Comune lo "Star Show", un evento musicale civetta studiato per fare grandi numeri, garantendo la presenza di una formazione musicale d'autore e di una giovane attrice protagonista di serie tv di successo. Una casella commerciale che è stata poi completata dal nome nazionalpopolare di Heather Parisi. Il comitato si accolla le spese commerciali (tra cui i diritti SIAE) e le responsabilità civili e penali (pagina 5), blindando l'accordo con il Comune a discapito della coerenza politica.
Se il Pride diventa un carnevale estivo
Il quadro che emerge dai documenti ufficiali è desolante. I 25.000 euro del Comune hanno di fatto comprato il silenzio e la linea politica dell'evento, trasformando una marcia di liberazione in un pacchetto turistico per la stagione estiva.
Quando un Pride smette di ascoltare il grido di dolore delle persone transessuali pur di non far saltare i fondi di uno show musicale già concordato a bilancio con le istituzioni, significa che la politica ha ceduto il passo al marketing. Per 25.000 euro presi dal capitolo "Spese per eventi estivi", la dignità e la tutela delle vite trans sono state messe in secondo piano, riducendo la complessità delle esistenze queer a un intrattenimento da spiaggia.
Le strade di Siracusa vedranno sfilare i carri, ma senza pezzi importanti della comunità che hanno preferito la dignità delle proprie esistenze ai finanziamenti turistici di Palazzo.
By Vanessa Mazza, TLGBQI+
Questo blog è il mio spazio di resistenza, poesia e verità. Non scrivo per chi si nasconde. Scrivo per chi vuole vedere, sentire, cambiare.
📚 Fonti e Approfondimenti Nazionali ed Editoriali