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lunedì 15 settembre 2025

La Finlandia prepara il processo contro l'ex ministra Päivi Räsänen, per discorsi omofobi.


Päivi Räsänen è sotto processo per incitamento all'odio dopo aver usato “passaggi biblici” per condannare le persone LGBT, nonostante il Paese sia uno Stato laico.

La deputata finlandese ed ex ministro degli Interni è accusata di incitamento all'odio per aver espresso le sue convinzioni cristiane sul matrimonio e la sessualità. Per aver usato “passaggi biblici” per condannare le persone LGBT.


Il post includeva un versetto di Matteo 5:11: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Due tribunali l'hanno assolto all'unanimità, ma il pubblico ministero ha presentato ricorso alla Corte Suprema finlandese, con udienza fissata per il 30/10/2025.

Sebbene l'ex ministra abbia affermato che i suoi messaggi di odio rientrano nel diritto alla “libertà di espressione”, le organizzazioni per i Diritti Umani hanno chiesto sanzioni esemplari per ribadire che deve essere data priorità alla protezione dei gruppi storicamente discriminati.

Se fosse confermato che Päivi ha violato la legge, il suo reato potrebbe essere punito con una multa o con la reclusione, il che costituirebbe un precedente in questo Paese europeo considerato uno dei più inclusivi al mondo, ma in cui i discorsi di incitamento all'odio sono aumentati in modo esponenziale.


È da molto tempo che lo Stato si è separato dalla Chiesa... Nella società moderna la ragione e le scienze prevalgono sull'ignoranza e l “” fantasia del cielo.“” Lo Stato di diritto deve prevalere in una democrazia.

mercoledì 10 settembre 2025

Monica Helms, ideatrice della bandiera trans, fugge dagli Stati Uniti a causa della crescente ostilità nei confronti della comunità LGBTQ+.


Fu creata da Monica Helms, donna trans e attivista, nel 1999 per simboleggiare la diversità della comunità trans e i diritti e riconoscimenti per i quali lotta ancora oggi.
Il rosa celebra chi si identifica come donna nonostante il genere assegnato alla nascita, e il blu chi si identifica come uomo nonostante il genere assegnato alla nascita. Il bianco invece include le persone intersessuali e coloro che sono in transizione o non hanno un genere definito.


Helms, 74 anni, attualmente risiede in Georgia con sua moglie, Darlene Wagner. La coppia ha lanciato una campagna di crowdfunding per sostenere il proprio trasferimento all'estero, esprimendo timori per la propria sicurezza nell'attuale clima politico. “Siamo preoccupate che possa succedere qualcosa che ci porti ad essere arrestate solo per essere ciò che siamo”, ha detto Helms al Bay Area Reporter.

La Georgia è diventata un ambiente particolarmente ostile per le persone transgender, con quattro leggi anti-trans approvate a partire 2023. Queste includono il divieto per le ragazze trans di partecipare agli sport scolastici, restrizioni alle cure di affermazione di genere per i minori e le persone incarcerate e una legislazione che potrebbe consentire la discriminazione con il pretesto della libertà religiosa.

Helms non è l'unica a nutrire queste preoccupazioni. Un recente sondaggio del Williams Institute ha rivelato che quasi la metà di tutti gli adulti trans negli Stati Uniti ha preso in considerazione la possibilità di trasferirsi fuori dallo Stato o all'estero a causa del peggioramento del clima legale e sociale.

Nonostante la sua decisione di andarsene, Helms rimane impegnata nella difesa dei diritti. “Non abbandoneremo il nostro attivismo”, ha scritto sulla sua pagina GoFundMe. La sua bandiera, che ha sempre insistito affinché rimanesse libera per uso pubblico, è diventata un simbolo globale della visibilità e dell'orgoglio transgender. “Non importa come la sventoli, è sempre corretta, il che significa trovare la correttezza nelle nostre vite”, ha detto una volta.

Monica Helms è nata l'8 marzo 1951 a Sumter, in South Carolina. Proveniente da una famiglia con una forte tradizione militare, ha trascorso gran parte della sua infanzia a Phoenix, in Arizona, vivendo in Germania e in Kansas, prima di tornare a Phoenix per frequentare il liceo.

Nel 1970, all'età di diciannove anni, entrò nella Marina Militare, frequentando la Naval Nuclear Power School. Prestò servizio nella Marina Militare degli Stati Uniti dal 1970 al 1978, lavorando e vivendo su due sottomarini dotati di missili. Dopo aver lasciato la Marina Militare, Monica proseguì gli studi e l'attivismo. Si sposò poi nel 1980 e ebbe due figli. Nel 1990 iniziò la sua carriera presso la società di telecomunicazioni Sprint.

Nel 1997 Monica ha intrapreso il processo di transizione e ha presentato nuovamente domanda di adesione alla sezione di Phoenix dell'US American Submarine Veterans Group con il nome “Monica”, incontrando però una forte resistenza e venendo indirizzata invece a un gruppo generico di veterani per donne. Tuttavia, Monica ha contestato la decisione e dopo alcuni mesi è riuscita a entrare a far parte del Submarine Veterans Group. Monica è la prima donna ad aver mai aderito all'organizzazione.

Nonostante questo successo, la transizione di Monica ha causato un significativo sconvolgimento personale, che ha portato al divorzio dalla moglie e dai figli. Tuttavia, i suoi figli sono cresciuti accettandola per la persona che era.

Monica ha poi co-fondato It's Time Arizona, un'organizzazione con sede in Arizona che sostiene la parità di trattamento per le persone trans nell'esercito. Nel 1999, Monica ha fatto parte di una delegazione che si è recata a Washington DC per fare pressione sul Congresso. Nello stesso anno, ha creato l'iconica bandiera transgender, che è diventata un simbolo dell'orgoglio transgender. Nel 2000 si è trasferita in Georgia e ha lavorato in un'organizzazione locale chiamata TransAction, che si occupava di convincere i rifugi per senzatetto ad accettare le persone trans. In seguito è diventata direttrice esecutiva del gruppo.

Nel 2003 Monica ha co-fondato la Transgender American Veterans Association (TAVA), che ha svolto un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti dei transgender e nella loro inclusione nell'esercito.

Nel 2004 Monica è stata delegata alla Convention Nazionale Democratica. Il 1° maggio ha guidato la prima Transgender Veterans March to the Wall, un evento significativo che ha onorato i veterani caduti affermando al contempo la presenza e la visibilità delle persone transgender. La TAVA rimane un'importante organizzazione che difende i membri delle forze armate e i veterani transgender.

Nel 2014, lo Smithsonian Institute ha accettato la bandiera originale dell'orgoglio transgender di Monica, affinché potesse essere conservata per le generazioni future. Un anno dopo, Monica si è ritirata dal suo lavoro al call center della Sprint, ponendo fine a una carriera venticinquennale. Si è poi iscritta all'università con l'obiettivo di conseguire una laurea in produzione televisiva.

Nel 2019, l'attivismo, l'impegno e i contributi storici di Monica sono stati riconosciuti quando è entrata a far parte della Pride50 di Queerty come una delle “persone pioniere” che hanno contribuito in modo significativo alla “uguaglianza, accettazione e dignità per tutte le persone queer”.

Nel 2023, all'età di 71 anni, Monica ha accolto nella sua vita una figlia trans di 14 anni. La sua autobiografia, “More than Just a Flag” (Più di una semplice bandiera), è una testimonianza del suo percorso di trasformazione e del suo impatto duraturo sulla comunità LGBTQ.

La partenza di Helms segna un momento di riflessione nella lotta in corso per i diritti LGBTQ+ negli Stati Uniti. La sua storia fa eco a una tendenza più ampia che vede le persone trans e le loro famiglie cercare rifugio in paesi più accoglienti, tra cui Canada, Australia e Nuova Zelanda.

In qualità di creatrice di una bandiera che ha sventolato durante gli eventi Pride in tutto il mondo e che è persino conservata allo Smithsonian, la decisione di Helms di lasciare la sua patria sottolinea la gravità delle sfide che la comunità trans deve affrontare oggi in America.

Fonte:scenemag.co.uk

martedì 9 settembre 2025

ORRORE IN BOTSUANA Segnalato il Brutale Omicidio di un Giovane Modello, la Polizia Indaga su un Presunto Crimine d'Odio

La comunità LGBTQ+ del Botswana è sconvolta dalla tragica notizia dell'omicidio di Kenosi Mokobamotho, amato modello, presentatore e coreografo, in quello che si ritiene essere un crimine d'odio omofobo.

Secondo l'associazione Lesbians, Gays, and Bisexuals of Botswana (LEGABIBO), Mokobamotho sarebbe stato aggredito, picchiato, bruciato e abbandonato sul ciglio della strada durante il fine settimana nella città di Maun. È stato ricoverato in ospedale, martedì ha ceduto alle gravi ferite riportate. Secondo alcune notizie non verificate diffuse sui social media, Mokobamotho sarebbe stato aggredito da un gruppo di uomini.

L'organizzazione LEGABIBO (Lesbians, Gays and Bisexuals of Botswana) ha dichiarato il proprio “sconcerto, indignazione e allarme”, sottolineando che nessuna famiglia dovrebbe affrontare un dolore così grande causato dalla violenza dell'odio omofobo.

L'organizzazione ha chiesto un'indagine completa, una rapida punizione dei responsabili e la creazione di leggi specifiche contro i crimini d'odio motivati dall'omofobia, dalla transfobia o da altre forme di discriminazione.

A Maun, situata nel nord del Botswana, la situazione per la comunità LGBTQIA+ è complessa: la depenalizzazione dell'omosessualità nel 2019 è un passo importante, ma la società rimane ancora molto tradizionale e conservatrice. Le dimostrazioni pubbliche di affetto possono portare a reazioni spiacevoli, poiché la mentalità è ancora influenzata da valori culturali che in passato hanno visto le persone LGBTQIA+ come "non africane". Sebbene le leggi siano più avanzate a livello nazionale rispetto ad altri luoghi in Africa, l'accettazione sociale a Maun è molto più lenta rispetto a Gaborone, la capitale. 

Gli attivisti sottolineano che l'assenza di una legislazione contro i crimini d'odio rende vulnerabile la popolazione LGBTQ+.

venerdì 5 agosto 2011

(Repubblica.it) Bocconi, studente sospeso un anno per scritte e insulti contro i gay


Bocconi, studente sospeso un anno per scritte e insulti contro i gay
Aveva minacciato un ragazzo e lasciato scritte razziste in bacheca. La decisione del consiglio di facoltà. L’associazione degli omosessuali di ateneo: “Messaggio di speranza dopo la bocciatura della legge anti discriminazione alla Camera”

di LUCA DE VITO

MILANO - Linea dura della Bocconi contro le aggressioni omofobe in ateneo. Il consiglio di facoltà ha deciso di sospendere per un anno intero l’autore delle scritte e degli insulti che tre mesi fa hanno preso di mira gli iscritti all’associazione Best (Studenti Bocconi Equal Students). «Lo studente responsabile è stato identificato, sottoposto a provvedimento disciplinare e portato avanti al consiglio di facoltà», ha fatto sapere ai membri dell’associazione il consigliere delegato della Bocconi Bruno Pavesi.

Una decisione senza precedenti, quella presa dall’ateneo, dettata dalle regole dell’Honor Code introdotto da circa un anno in via Sarfatti. E una decisione che arriva quasi in contemporanea con la bocciatura della legge contro l’omofobia alla Camera. Una coincidenza, questa, che non è sfuggita ai ragazzi del Best che hanno visto il provvedimento dell’università come «un messaggio di speranza agli studenti bocconiani e non solo» arrivato dopo il «voto circa le pregiudiziali di incostituzionalità in relazione al ddl». Gli studenti dell’associazione, in merito alla decisione presa, si dichiarano «soddisfatti delle misure prese da parte dell’Università Bocconi contro l’individuo in questione e si augurano che procedimenti come questo non debbano più ripetersi».

Gli episodi a cui si riferisce il provvedimento sono due. A Maggio un ragazzo dell’associazione era stato aggredito verbalmente e minacciato mentre cercava di evitare che strappassero i suoi manifesti, al quarto piano di via Sarfatti. Dopo un paio di settimane, alcuni poster del Best sono stati trovati imbrattati con scritte inneggianti all’olocausto: 'i froci si curano a Zyklon b' e 'l’hiv la vostra punizione'. Le indagini della commissione — effettuate anche attraverso l’osservazione dei nastri delle telecamere a circuito chiuso — hanno portato all’individuazione di un unico responsabile per entrambi i casi. Bocche cucite sulla sua identità, ma la punizione è stata tra le più dure: sospensione per un anno dall’Università con conseguente perdita delle sessioni di esami.

Il regolamento a cui hanno fatto riferimento i commissari parla chiaro. Tra le tipologie di comportamenti sanzionabili previsti dal codice d’onore c’è infatti il «causare un pregiudizio o un pericolo di pregiudizio all’incolumità fisica o morale di altre persone». Ergo, le offese e le aggressioni omofobe non sono comportamenti che possono essere tollerati dall’ateneo. Adesso l’aggressore non soltanto non potrà dare esami per un anno, ma porterà nel suo curriculum una macchia indelebile: tutte le sanzioni disciplinari sono infatti registrate nella carriera scolastica dello studente e vengono trascritte nei fogli di congedo e in sede di determinazione del voto finale di laurea.

Non è la prima volta che l’ateneo ricorre a provvedimenti disciplinari. Sanzioni più leggere sono state comminate a chi è stato sorpreso a copiare esami o tesi di laurea, ma anche a chi ha avuto comportamenti che non avevano a che fare con la didattica. Come quando alcuni studenti norvegesi sono stati puniti per aver sfasciato le stanze di un pensionato studentesco dopo essersi ubriacati. Oppure come quando i frequentanti di un corso extracurriculare di etica sono stati colti sul fatto mentre si firmavano le presenze obbligatorie, per coprirsi le assenze a vicenda.

Fonte:http://www.radicalimilano.it/public/Rassegna-Stampa/visua.asp?dati=ok&id=5058