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venerdì 4 aprile 2014

Transgender, sono troppi i rischi per chi vuole operarsi in Italia

MEDICINA
Liste d'attesa eterne, scarsa specializzazione, poca attenzione alle ricadute psicologiche sui pazienti. Troppo spesso nel nostro paese chi deve cambiar sesso affronta un'odissea anche in sala operatoria. Tanto che un gruppo di pazienti ha fatto causa al Sistema sanitario nazionale

di Antonio Sciotto.


Operarsi in Italia, per chi è transessuale, può essere un grosso rischio: “Molti medici non hanno sufficiente esperienza e non conoscono le tecniche più avanzate: per noi l'intervento ha aperto una vita di inferno”. La denuncia viene da un gruppo di donne che ha tentato di cambiare sesso (erano nate come uomini), oggi assistite da un avvocato, anche lei transessuale, che però per non esporsi a pericoli si è fatta operare in California, pagando di tasca propria, da una chirurga tra le più specializzate al mondo.

“Sto seguendo 13 ragazze, contro diversi ospedali italiani – spiega Alessandra Gracis, legale con sede a Conegliano, nel trevigiano – Siamo in causa per avere un risarcimento, perché gli interventi correttivi che ho già consigliato alle mie clienti di tentare in altri paesi, dagli Usa alla Thailandia, sono molto costosi e loro sono quasi prive di reddito”.

Operazioni diverse ore più lunghe del necessario, infezioni continue e fistole, la necessità di portare una sorta di dilatatore per anni, a volte anche tutta la vita: sono questi alcuni degli incredibili problemi a cui sono andate incontro le donne oggi in causa contro il nostro sistema sanitario nazionale.

Chiamati a pagare i danni il Policlinico Umberto I (4 casi) e il San Camillo (2 casi) di Roma, e diversi nosocomi di Brescia, Chieti, Pietra Ligure, Bologna. Le ragazze di Alessandra sono sì clienti, ma anche amiche, e per lei, portare avanti queste denunce, ha un valore politico: “In Italia – spiega – si fanno pochi interventi in tanti centri ospedalieri, il che non permette ai medici di specializzarsi. Dovrebbero, al contrario, come nel caso del Charing Cross Hospitaldi Londra, unico centro specialistico in Inghilterra, puntare su un solo ospedale di eccellenza. Cercheremo di farci riconoscere non soltanto il danno biologico, ma anche quello arrecato all'identità di genere, alle relazioni sociali, in base all'articolo 2 della Costituzione”.

Particolarmente grave il caso dell'Umberto I di Roma: quattro pazienti assistite da Gracis hanno denunciato penalmente l'equipe di chirurghi per “lesioni personali gravissime”, chiedendo anche l'interdizione dal ripetere lo stesso tipo di intervento in futuro. “I medici – spiega l'avvocato – hanno utilizzato una tecnica del tutto sperimentale, senza fornire informazioni adeguate: hanno ricostruito la vagina partendo da tessuto prelevato dalla bocca e poi coltivato in vitro. I risultati sono stati disastrosi, ma l'Umberto I ha continuato per almeno due anni dopo il primo intervento a utilizzare questa tecnica. Addirittura l'estate scorsa hanno pubblicato gli esiti in un articolo scientifico sul PRSJournal , la rivista dei chirurghi plastici americani, definendo l'operazione 'fattibile, sicura e vantaggiosa'”.

Gli interventi per cambiare sesso sono circa 120 l'anno in Italia, ma non esiste un registro ufficiale: il conto, empirico, viene dall' Onig , osservatorio dell'identità di genere, che sul suo sito web accorpa i dati parziali provenienti dai diversi istituti. Sono quasi tutte operazioni M to F (male to female, da uomo a donna) perché quelle F to M (da donna a uomo), in Italia sono a uno stato ancora embrionale, e chi vuole tentarle si rivolge perlopiù all'estero.


“AL LIMITE SI POTREBBE FARE SUORA”
Silvia Cimmino è una delle quattro ragazze operate all'Umberto I, tutte con risultati catastrofici, molto simili tra loro: “I medici mi hanno prospettato un intervento 'innovativo' – racconta - spiegando che avrebbero prelevato tessuto dalla bocca: avrebbero coltivato cellule staminali per creare il rivestimento della mia futura vagina, quello che di solito si ottiene rivoltando il pene. Ma non c'è stata mai un'informazione esauriente sui rischi, solo parole generiche”.

“Fu eseguito un primo intervento per creare la cavità vaginale, demolendo i miei organi maschili. Ma pochi giorni dopo mi sono venute delle infezioni, e dopo un mese e mezzo la cavità era già chiusa. Dopo il secondo intervento ho passato un mese in ospedale per un'altra infezione, e ho dovuto portare un dilatatore per 11 mesi. All'inizio mi avevano detto che questo dilatatore – una sorta di tubo in silicone riempito di soluzione fisiologica - avrei dovuto sopportarlo solo 6 mesi, ma alla fine è arrivato l'annuncio-choc: 'Dovrà portarlo tutta la vita'”.

Silvia racconta di essersi sentita come una cavia dei medici del Policlinico: “E pensare che chiedono allo Stato di finanziare queste operazioni dagli esiti disastrosi. Un continuo di infezioni, batteri e secrezioni: hanno ammesso dopo varie visite che era capitato anche ad altre ragazze”. Infine, oltre al danno, la beffa. I dottori si prendono pure gioco di lei: “'Al limite, male che vada, c'è anche l'altro buco', mi hanno detto. 'Si può sempre fare suora'. Ero sconvolta non solo dai risultati, ma anche da questo modo di trattarmi”.

“Mi hanno proposto di riprovarci prelevando la pelle addominale – conclude Silvia – Ma chi si fida più: non so se avrò il coraggio di rimettermi sotto i ferri. A volte mi sento come un eunuco: ho 28 anni e non posso vivere a pieno la mia vita”.

“RINUNCERAI ALLE RELAZIONI, MA ALMENO TI SALVI LA VITA”
Un'altra testimonianza – ma in questo caso la ragazza ci chiede l'anonimato – viene da una causa in corso con l'ospedale di Pietra Ligure. Lucia (usiamo un nome di fantasia) è stata in lista d'attesa alla Asl di Trieste per ben 7 anni: ha iniziato nel 2005 e nel 2012 le hanno telefonato per sapere se fosse ancora interessata. Alla fine ha deciso di operarsi a Santa Corona, in Liguria, perché lì avrebbe atteso meno.

Un intervento di 7 ore, e due settimane dopo a casa. Ma qui cominciano i guai: “Si manifestò una fistola, cioè un piccolo foro, che faceva riversare l'urina nella cavità vaginale, quindi si creavano continue infezioni – racconta Lucia - L'operazione era stata quella classica, usando il tessuto penile. Dopo qualche mese mi dissero che avrei dovuto portare un catetere infilato nella vescica per almeno un anno, in attesa di un nuovo intervento. Buona parte di quell'anno lo passai in ospedale, alternando nuovi interventi – in tutto una decina – con brevi periodi passati a casa. Alla fine i chirurghi mi hanno detto: non puoi tenere la fistola, dobbiamo chiudere la cavità vaginale, utilizzando tessuto preso da altre parti del corpo”.

“'Sacrifichiamo la qualità dei rapporti ma salviamo la vita', mi dissero i chirurghi. Non avevo scelta, provavo dolori massacranti e con questo catetere nella vescica non riuscivo neanche a camminare. Alla fine avevo il fisico massacrato, per i ripetuti interventi che necessitavano di tessuti da tutto il corpo: cicatrici su braccia, gambe, pancia. Tale fu lo choc che da allora non sono più tornata in Liguria, non ho il coraggio, mi viene l'ansia anche se dovesse essere solo per una vacanza”.

“Da poco mi ha visitato una specialista americana, Marci Bower: dice che qualcosa si può tentare, ma che è rischioso. Si potrebbero creare problemi nell'apparato digerente, e forare l'uretra. 'Se ti buco l'intestino – mi ha detto – poi dovrai portare un sacchetto per le feci per tutta la vita'”.

Lucia vive a Treviso: una legge regionale, la 22 del 1993, assicurerebbe alle persone transessuali venete di essere assistite e operate in Regione nei centri che la giunta avrebbe dovuto individuare entro 30 giorni, ma nessun governatore l'ha mai applicata e finanziata. “Ho scritto a Luca Zaia – dice l'avvocato Gracis – Ma non mi ha mai risposto. Mi piacerebbe incontrare con le altre ragazze il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, per far presenti tutti i limiti del nostro sistema sanitario: chiedere di investire su questo tipo di interventi, di razionalizzare il sistema, centralizzando in un unico ospedale la chirurgia e delocalizzando solo il resto”.

“ALLA FINE POTRO' FARE LA PIPI' IN PIEDI”
Alessandro Iuliano ha fatto il percorso opposto: padovano, 40 anni, ha cominciato 5 anni fa la sua transizione da donna a uomo. “Io della chirurgia italiana ho una esperienza positiva – racconta – ma perché ho saputo fermarmi a un certo punto. Al Sant'Orsola di Bologna ho fatto la mastoplastica riduttiva, per avere i pettorali maschili, e la demolizione dell'utero: ma il resto, la falloplastica, me la faranno in Belgio”.

Alessandro prima di entrare in una sala operatoria si è informato a lungo, attraverso dei forum su Internet, con ragazzi che come lui sono nati in un corpo femminile: “In Italia dicono che riescono a farti la falloplastica, ma in realtà ancora non ci sono arrivati: per quello che ho potuto vedere dalle persone con cui ho parlato, ti lasciano la vecchia uretra, quindi non chiudono completamente la vagina: un ragazzo che si è operato a Trieste mi ha detto che per mesi ha sofferto di fistole e infezioni. In Belgio al contrario ricostruiscono l'intero organo: a me hanno prelevato il tessuto da gambe e braccia. Alla fine potrò fare la pipì in piedi”.

Sembra un particolare, questo della posizione in cui si urina, ma evidentemente il problema è sentito: per molti anche questa è “identità di genere”. L'intervento di Alessandro è stato finanziato dalla sanità italiana, grazie alle nuove normative europee per cui puoi curarti in tutta l'Unione: “La mastoplastica però si erano rifiutati di finanziarmela: evidentemente il nostro Paese riconosce indirettamente che la falloplastica è meglio farla fuori. L'operazione in Belgio è costata, per differenti interventi successivi, intorno ai 45 mila euro, di cui io ho messo circa il 10% in forma di ticket”. E l'erezione? E' l'ultimo passaggio, l'intervento finale: “Si ottiene grazie a una protesi in titanio, rivestita con materiale biocompatibile, che si attiva meccani
camente”.
04 aprile 2014

giovedì 19 aprile 2012

Identità di genere e transgenderismo?



Rispondendo a tante persone che mi chiedano spiegazione su transessualità,transgederrismo e identità di genere, penso che serva anche ai giovani transgender, ai genitori che scoprono che il loro bambino(a) possa essere transgender. Questi persone sono alla ricerca di informazione per se stessi, ma anche per loro familiari e amici. Nel mio sforzo per raggruppare questi risposte concrete a queste domande, ho cercato per le risorse. La maggior parte della letteratura potette trovare su internet, ho cercato di prendere le informazione in particolare dai  professionisti che aiutano che hanno già una conoscenza di base di transgenderismo. Spero che questo articolo possa essere utile e utilizzato dai genitori, insegnanti, parenti, amici, professionisti e studenti.

Essere transgender è un problema serio per coloro che sono trans, e alla loro famiglia e amici, ma so per esperienza personale che se c'è un vuoto di leggerezza, si può finire per sentirsi senza speranza, soprattutto considerando la mancanza di comprensione del'opinione pubblica Italiana che circonda le questioni trans. La negazione ad una corretta e onesta informazione; di cosa siamo.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera

La transessualità è la condizione di una persona la cui identità sessuale fisica non è corrispondente alla condizione psicologica dell'identità di genere maschile o femminile e che, sovente, persegue l'obiettivo di un cambiamento del proprio corpo, attraverso interventi medico-chirurgici.


Storia del concetto

Secondo il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Manuale di Classificazione dei Disturbi Mentali, redatto dall'Associazione Americana degli Psichiatri) e l'International Classification of Diseases (a cura dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, X edizione), la persona transessuale soffre del disturbo dell'identità di genere (DIG). Questo senso di distonia e disforia nei confronti del proprio sesso di nascita può svilupparsi già nei primi anni di vita, durante l'adolescenza o, più raramente, in età adulta.

Il termine "transessuale" è stato coniato nel 1949 dal dottor David Cauldwell (1897-1959), ma è diventato di uso comune dopo la pubblicazione del libro The transsexual phenomenon (Il fenomeno transessuale) del dott. Harry Benjamin, edito nel 1966, che è diventato ben presto testo di studio universitario, in quanto è il primo libro che indaga sulla transessualità con un approccio anchenosografico, affermando che si tratta dell'unica patologia classificata come psichiatrica a non essere curata psichiatricamente. Lo psichiatra infatti non "guarisce" la persona transessuale facendola nuovamente sentire a proprio agio con il suo sesso di origine, bensì avviando la persona a cui è diagnosticato il "disturbo dell'identità di genere" alle terapie endocrinologiche e/o chirurgiche per iniziare il percorso di transizione.

"1982 Il 14 Aprile viene approvata in Italia la legge 164 che permette di cambiare sesso."



"Identità di genere" in relazione a "ruolo" e "sesso" 
Sesso, identità di genere e orientamento sessuale: tre concetti differenti che concorrono alla sessualità di una persona.


Nella maggioranza della popolazione, l'identità, il ruolo di genere e il sesso biologico corrispondono (persone "cisgender").


Ad esempio, una donna cisgender:
ha gli attributi femminili (sesso)
si sente donna (identità)
viene percepita dagli altri come donna (ruolo)

Idem nel caso di un uomo cisgender, dove però ovviamente sesso, identità e ruolo di genere saranno al maschile.

L'identità di genere è il modo in cui un individuo percepisce il proprio genere: questa consapevolezza interiore porta a dire "io sono uomo" o "io sono donna".


Transgender.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il termine transgender ha assunto nella lingua italiana diversi significati a seconda degli ambiti in cui è usato.

La sua origine è da identificarsi all'interno del movimento LGBT, nato negli Stati Uniti d'America intorno ai primi anni ottanta, per indicare un movimento politico che contesta la logica eterosessista e genderista secondo la quale i sessi dell'essere umano sono solo due, che l'identità di genere di una persona debba necessariamente combaciare con il sesso biologico e che il tutto debba restare immodificabile dagli esseri umani.

Il termine "transgender", quindi, nasce come termine ombrello dentro cui si possono identificare tutte le persone che non si sentono racchiuse dentro lo "stereotipo di genere" normalmente identificato come "maschile" e "femminile".

Da questo punto di vista sotto il termine "ombrello" di "transgender" possono identificarsi:
la persona transessuale operata (che ha raggiunto a tutti gli effetti e in tutto e per tutto il genere sentito proprio).
la persona transessuale non completamente operata (che ha lasciato integri i genitali di origine).
la persona genderqueer (femmina genetica o maschio genetico di qualsiasi orientamento sessuale) che non si riconosce nel binarismo/dicotomia uomo/donna, rifiutando così lo stereotipo di genere che la società e la cultura locale impone ai due sessi. In questo senso e in questa accezione del termine, che però è la meno conosciuta in Italia, alcuni ritengono che transgender e "queer" siano due termini-ombrello fra loro sovrapponibili.
la persona crossdresser, termine che tende a sostituirsi sempre più alla dicitura "travestito" perché associato, quest'ultimo, alla parafilia. In questo senso il crossdresser è una persona che si traveste, in privato e/o pubblicamente, senza implicazioni di eccitazione sessuale; il crossdressing può praticarlo sia una donna che uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale.

Nel tempo e nella trasposizione del termine nella cultura italiana la parola transgender ha assunto diversi ed altri significati che poco hanno a che vedere con l'origine del termine inteso come "movimento politico culturale". Questa seconda accezione è ormai diventata più popolare di quella originale.
La traduzione italiana di transgender sarebbe transgenere, ma questo termine non si è radicato nell'uso comune nella nostra lingua e quindi un termine "importato" dall'inglese e lasciato in prevalenza immutato.

percorso di transizione.


Ogni anno 30 persone transessuali si sottopongono a un intervento chirurgico per cambiare sesso (in Italia sono circa 150). E, come racconta la psicologa Daniela Anna Nadalin, che lavora al consultorio del Mit “sono sempre più i giovani, accompagnati dalle famiglie”. Sono circa 780 gli utenti del consultorio del Mit, ma non per tutti il percorso di transizione si conclude con l’intervento chirurgico. Per quelli che ci arrivano però l’attesa è lunga: 2 anni per il passaggio MtF (da uomo a donna) e 7/8 mesi per il passaggio FtM (da donna a uomo). Il percorso di transizione può essere quindi anche molto lungo: se si considera che servono almeno 2 anni di accompagnamento e supporto dal primo accesso, a cui vanno aggiunti, oltre a quelli della lista di attesa, anche quelli del tribunale che deve esprimersi sulla domanda di cambio di sesso (in media 1 anno). Alla fine di questo percorso, per la legge italiana un transessuale da donna a uomo diventa uomo a tutti gli effetti, compreso il diritto di sposarsi ed adottare. Lo stesso vale per la transessuale da uomo a donna. Teoricamente sarebbe molto difficile o addirittura impossibile risalire al sesso originario di una persona, ma non sempre è così. L'ufficiale dell'anagrafe potrà, comunque vedere le "tracce" sull'estratto integrale di nascita e, allo stesso tempo, l'impiegato che si occupa della residenza ai servizi demografici vedrà un atto di nascita con lo stesso numero a nome di due persone. Stesso vale per il Tribunale, o anche l'Agenzia Delle Entrate, e sono solo pochissimi esempi.


MtF o M2F (Male to Female) è un acronimo inglese che indica una persona che transiziona con il suo corpo da maschio a femmina. In inglese si dice anche transwoman o trans woman, cioè donna trans. Talvolta in italiano viene usato anche il termine 'neodonna' (nuova donna), per riferirsi a trans operate.

Orientamento sessuale delle persone MtF .

Così come le donne nate tali, anche l'orientamento sessuale delle donne MtF può essere diverso da persona a persona, perciò una MtF può essere: una donna eterosessuale (a cui piacciono gli uomini) 
oppure lesbica (a cui piacciono le altre donne) 
o bisessuale e tutte le altre sfumature intermedie e casi minori. In genere la casistica è simile a quella delle donne nate tali e la maggior parte delle donne MtF è eterosessuale.

La vaginoplastica è una complessa operazione chirurgica.
Questa tecnica viene usata per:
riattribuzione del sesso genitale a cui si sottopongono alcune transessuali MtF (male to female, da uomo a donna) per poter cambiare sesso, per quanto storicamente sempre esistita (con castrazione e/o evirazione volontaria) ha raggiunto solo negli ultimi anni dei livelli eccezionali, tanto da essere indistinguibile una vagina vera da una ottenuta chirurgicamente. Oltre all'estetica si aggiunge una buona funzionalità, tanto da poter essere utilizzata come una vagina naturale. È naturalmente esclusa la possibilità di procreare.

FtM o F2M (Female to Male) è un acronimo inglese indicante una persona che opta per una transizione del proprio corpo da femmina a maschio. In inglese viene anche usato il termine transman o trans man, cioè uomo trans.
Gli FtM sono persone geneticamente di sesso femminile (aventi cromosomi sessuali XX) che si identificano e si sentono uomini, desiderando di vivere nel ruolo di genere maschile; questa condizione è causata dalla disforia di genere.

Attualmente esistono terapie ormonali principalmente a base di testosterone e di altri androgeni steroidei, oltre alle terapie chirurgiche quali: mastectomia, isterectomia e interventi demolitivi/ricostruttivi dei genitali a cui possono sottoporsi le persone trans*, seguendo così un percorso di transizione per adeguare il proprio corpo all'identità di genere sentita. Alla fine di tale percorso, secondo la legge del 164/82, è possibile rettificare sui documenti di riconoscimento il genere sentito/raggiunto e il nome maschile prescelto.

  La falloplastica è un'operazione chirurgica di creazione o modifica del pene.
Costruzione.
La completa ricostruzione è un'operazione chirurgica complessa utilizzata da uomini cisgender (cioè nati tali) nei casi in cui a seguito di una malattia o un incidente hanno perduto il pene o da uomini transessuali FtM (dall'inglese Female to Male, cioè da donna a uomo).

Esistono diverse tecniche per eseguire una falloplastica ricostruttiva. Sono operazioni molto complesse (8-10 ore) con risultati non sempre soddisfacenti per cui sono ancora poche le persone, soprattutto transgender, che decidono di sottoporvisi.

Per gli uomini transessuali o transgender esiste un'operazione alternativa chiamata Metoidioplastica.
Così come gli uomini nati tali, anche l'orientamento sessuale degli uomini trans può essere diverso da individuo a individuo, perciò un FtM può essere: un uomo eterosessuale (a cui piacciono le donne) 
oppure omosessuale (a cui piacciono altri uomini) 
o bisessuale, comprendendo tutte le altre sfumature intermedie di preferenze sessuali. Secondo il DSM-IV, la maggior parte degli uomini trans è "sessualmente attratta dalle femmine".


Nell'uso psicologico, psichiatrico, endocrinologico e legale.

Nella terminologia psicologica, psichiatrica, endocrinologica e legale il termine "transgender" viene utilizzato in termini semplificativi per indicare una persona transessuale non operata ai genitali. Secondo questa accezione del termine quindi transgender diventa un termine per indicare solamente una sottocategoria delle persone transessuali, e per separare il/la transessuale operato/a (ai genitali) da quello/a non operato/a.
Così come per il transessualismo anche per il termine "transgender" vi è una totale e netta differenziazione sulla declinazione al maschile o al femminile fra mondo accademico e movimento transgender/transessuale.
Analogamente al transessualismo, i testi medici e legali declinano (salvo rarissime eccezioni) il termine al maschile per le persone che effettuano una transizione da maschio a femmina (androginoide) e al femminile per le persone che effettuano una transizione da femmina a maschio (ginoandroide).

Dando così la prevalenza alla genetica rispetto all'identità di genere della persona.
Tale utilizzo della declinazione è fortemente contestato dal movimento transgender e transessuale (e dal movimento GLBTQ) in quanto ritiene che sia da far prevalere l'identità di genere della persona sul mero dato biologico di nascita.
Semplificando: la persona nata maschio che assume l'identità femminile e di conseguenza anche un nome femminile (poniamo ad esempio "Anna") per la cultura scientifica è "il" transgender Anna, per il movimento è invece "la" transgender Anna.
Utilizzo accademico.

L'utilizzo accademico della coniugazione del termine peraltro spesso fatto proprio dal giornalismo e dai media ha la controindicazione di determinare veri e propri "salti mortali" nella lingua italiana. 

Esemplificando: "IL" transgender Anna è andato o è andata a fare la spesa"? Il nome Anna si coniuga in genere al femminile, ma per una persona transessuale o transgender lo si coniuga al maschile con ciò determinando una sorta di discrimine fra la "Anna" donna genetica e la "Anna" transessuale o transgender.
Ed è proprio per questo fatto che la declinazione utilizzata dal mondo accademico viene contestata dal movimento transgender e transessuale in tutto il mondo ed anche in Italia.
Come sostituzione di transessuale.

Una terza accezione del termine "transgender" è quella che sostituisce il termine "transessuale", sovrapponendosi ad esso.
La ragione, anch'essa nata all'interno del movimento LGBT o GLBT è da trovarsi nel fatto che il termine "transessuale" è di per sé impreciso, se non errato dal punto di vista clinico. In realtà qualsiasi persona operi una transizione sessuale, agisce sul "gender", sul genere sessuale e non sul sesso che, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, è e resta immutabile.
Quindi transgender può anche essere usato al posto di transessuale, peraltro cancellando la dicotomia fra "operati" e non operati che poco interessa il "gender" ma molto invece interessa il "sesso" di una persona.

mercoledì 5 ottobre 2011

CASSAZIONE: TRANS OPERATO MALE, SI A RISARCIMENTO

Doveva essere l'operazione che avrebbe reso possibile la transizione verso la sua nuova identità sessuale. Ma così non è stato per il paziente che aveva deciso di sottoporsi ad un intervento per cambiare sesso. Da un punto di vista medico, infatti, l’operazione non è perfettamente riuscita poiché le modifiche chirurgiche che ha apportato il dottore non consentono al paziente di avere regolari rapporti sessuali, con conseguente inappagamento della nuova identità .

Il Tribunale presso cui si è rivolto il paziente obbligava il medico, l'azienda Asl e l'assicurazione al risarcimento per il danno subito. La Corte d'Appello ha però ribaltato il verdetto, rigettando la domanda risarcitoria dell'accusa, e assolvendo l’azienda ospedaliera da ogni responsabilità, in quanto era “del tutto carente la prova della pretesa imperizia del chirurgo”.
Il paziente insoddisfatto della sentenza ha deciso di rivolgersi alla Suprema Corte che invece ha accolto il ricorso. Secondo i giudici la transessuale che aveva subito l' intervento sbagliato “doveva limitarsi a denunciare l'aspetto colposo dell'attività del medico. Diversamente si sarebbe finito per far gravare sul richiedente un onere supplementare”.

Inoltre la Cassazione ha riscontrato altre responsabilità da parte del medico e dell’azienda ospedaliera: a partire dall'omessa informazione delle conseguenze dell'intervento, l'adozione di tecniche non sperimentate in luogo di protocolli ufficiali e collaudati (com'era accaduto in quel caso), nonchè la mancata conoscenza dell'evoluzione della metodica interventistica, oltre ai classici criteri di imprudenza, imperizia e negligenza dell'operatore. Gli ermellini hanno seguito il principio per cui l’intervento diretto al transessualismo deve sempre e comunque garantire l’integrale modifica dei caratteri sessuali di una persona, con il conseguente diritto del soggetto transessuale a vivere la nuova vita, secondo l’identità prescelta, anche per quel che riguarda la sfera sessuale. Le parti in causa sono state dunque condannate ad un cospicuo risarcimento del paziente, che non ha potuto gioire della sua nuova identità a causa di un errore, che aveva modificato il suo aspetto fisico, ma senza soddisfare pienamente le sue esigenze sessuali.

Fonte:http://www.justicetv.it/index.php/news/1049-cassazione-trans-operato-male-si-a-risarcimento