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venerdì 4 aprile 2014

Transgender, sono troppi i rischi per chi vuole operarsi in Italia

MEDICINA
Liste d'attesa eterne, scarsa specializzazione, poca attenzione alle ricadute psicologiche sui pazienti. Troppo spesso nel nostro paese chi deve cambiar sesso affronta un'odissea anche in sala operatoria. Tanto che un gruppo di pazienti ha fatto causa al Sistema sanitario nazionale

di Antonio Sciotto.


Operarsi in Italia, per chi è transessuale, può essere un grosso rischio: “Molti medici non hanno sufficiente esperienza e non conoscono le tecniche più avanzate: per noi l'intervento ha aperto una vita di inferno”. La denuncia viene da un gruppo di donne che ha tentato di cambiare sesso (erano nate come uomini), oggi assistite da un avvocato, anche lei transessuale, che però per non esporsi a pericoli si è fatta operare in California, pagando di tasca propria, da una chirurga tra le più specializzate al mondo.

“Sto seguendo 13 ragazze, contro diversi ospedali italiani – spiega Alessandra Gracis, legale con sede a Conegliano, nel trevigiano – Siamo in causa per avere un risarcimento, perché gli interventi correttivi che ho già consigliato alle mie clienti di tentare in altri paesi, dagli Usa alla Thailandia, sono molto costosi e loro sono quasi prive di reddito”.

Operazioni diverse ore più lunghe del necessario, infezioni continue e fistole, la necessità di portare una sorta di dilatatore per anni, a volte anche tutta la vita: sono questi alcuni degli incredibili problemi a cui sono andate incontro le donne oggi in causa contro il nostro sistema sanitario nazionale.

Chiamati a pagare i danni il Policlinico Umberto I (4 casi) e il San Camillo (2 casi) di Roma, e diversi nosocomi di Brescia, Chieti, Pietra Ligure, Bologna. Le ragazze di Alessandra sono sì clienti, ma anche amiche, e per lei, portare avanti queste denunce, ha un valore politico: “In Italia – spiega – si fanno pochi interventi in tanti centri ospedalieri, il che non permette ai medici di specializzarsi. Dovrebbero, al contrario, come nel caso del Charing Cross Hospitaldi Londra, unico centro specialistico in Inghilterra, puntare su un solo ospedale di eccellenza. Cercheremo di farci riconoscere non soltanto il danno biologico, ma anche quello arrecato all'identità di genere, alle relazioni sociali, in base all'articolo 2 della Costituzione”.

Particolarmente grave il caso dell'Umberto I di Roma: quattro pazienti assistite da Gracis hanno denunciato penalmente l'equipe di chirurghi per “lesioni personali gravissime”, chiedendo anche l'interdizione dal ripetere lo stesso tipo di intervento in futuro. “I medici – spiega l'avvocato – hanno utilizzato una tecnica del tutto sperimentale, senza fornire informazioni adeguate: hanno ricostruito la vagina partendo da tessuto prelevato dalla bocca e poi coltivato in vitro. I risultati sono stati disastrosi, ma l'Umberto I ha continuato per almeno due anni dopo il primo intervento a utilizzare questa tecnica. Addirittura l'estate scorsa hanno pubblicato gli esiti in un articolo scientifico sul PRSJournal , la rivista dei chirurghi plastici americani, definendo l'operazione 'fattibile, sicura e vantaggiosa'”.

Gli interventi per cambiare sesso sono circa 120 l'anno in Italia, ma non esiste un registro ufficiale: il conto, empirico, viene dall' Onig , osservatorio dell'identità di genere, che sul suo sito web accorpa i dati parziali provenienti dai diversi istituti. Sono quasi tutte operazioni M to F (male to female, da uomo a donna) perché quelle F to M (da donna a uomo), in Italia sono a uno stato ancora embrionale, e chi vuole tentarle si rivolge perlopiù all'estero.


“AL LIMITE SI POTREBBE FARE SUORA”
Silvia Cimmino è una delle quattro ragazze operate all'Umberto I, tutte con risultati catastrofici, molto simili tra loro: “I medici mi hanno prospettato un intervento 'innovativo' – racconta - spiegando che avrebbero prelevato tessuto dalla bocca: avrebbero coltivato cellule staminali per creare il rivestimento della mia futura vagina, quello che di solito si ottiene rivoltando il pene. Ma non c'è stata mai un'informazione esauriente sui rischi, solo parole generiche”.

“Fu eseguito un primo intervento per creare la cavità vaginale, demolendo i miei organi maschili. Ma pochi giorni dopo mi sono venute delle infezioni, e dopo un mese e mezzo la cavità era già chiusa. Dopo il secondo intervento ho passato un mese in ospedale per un'altra infezione, e ho dovuto portare un dilatatore per 11 mesi. All'inizio mi avevano detto che questo dilatatore – una sorta di tubo in silicone riempito di soluzione fisiologica - avrei dovuto sopportarlo solo 6 mesi, ma alla fine è arrivato l'annuncio-choc: 'Dovrà portarlo tutta la vita'”.

Silvia racconta di essersi sentita come una cavia dei medici del Policlinico: “E pensare che chiedono allo Stato di finanziare queste operazioni dagli esiti disastrosi. Un continuo di infezioni, batteri e secrezioni: hanno ammesso dopo varie visite che era capitato anche ad altre ragazze”. Infine, oltre al danno, la beffa. I dottori si prendono pure gioco di lei: “'Al limite, male che vada, c'è anche l'altro buco', mi hanno detto. 'Si può sempre fare suora'. Ero sconvolta non solo dai risultati, ma anche da questo modo di trattarmi”.

“Mi hanno proposto di riprovarci prelevando la pelle addominale – conclude Silvia – Ma chi si fida più: non so se avrò il coraggio di rimettermi sotto i ferri. A volte mi sento come un eunuco: ho 28 anni e non posso vivere a pieno la mia vita”.

“RINUNCERAI ALLE RELAZIONI, MA ALMENO TI SALVI LA VITA”
Un'altra testimonianza – ma in questo caso la ragazza ci chiede l'anonimato – viene da una causa in corso con l'ospedale di Pietra Ligure. Lucia (usiamo un nome di fantasia) è stata in lista d'attesa alla Asl di Trieste per ben 7 anni: ha iniziato nel 2005 e nel 2012 le hanno telefonato per sapere se fosse ancora interessata. Alla fine ha deciso di operarsi a Santa Corona, in Liguria, perché lì avrebbe atteso meno.

Un intervento di 7 ore, e due settimane dopo a casa. Ma qui cominciano i guai: “Si manifestò una fistola, cioè un piccolo foro, che faceva riversare l'urina nella cavità vaginale, quindi si creavano continue infezioni – racconta Lucia - L'operazione era stata quella classica, usando il tessuto penile. Dopo qualche mese mi dissero che avrei dovuto portare un catetere infilato nella vescica per almeno un anno, in attesa di un nuovo intervento. Buona parte di quell'anno lo passai in ospedale, alternando nuovi interventi – in tutto una decina – con brevi periodi passati a casa. Alla fine i chirurghi mi hanno detto: non puoi tenere la fistola, dobbiamo chiudere la cavità vaginale, utilizzando tessuto preso da altre parti del corpo”.

“'Sacrifichiamo la qualità dei rapporti ma salviamo la vita', mi dissero i chirurghi. Non avevo scelta, provavo dolori massacranti e con questo catetere nella vescica non riuscivo neanche a camminare. Alla fine avevo il fisico massacrato, per i ripetuti interventi che necessitavano di tessuti da tutto il corpo: cicatrici su braccia, gambe, pancia. Tale fu lo choc che da allora non sono più tornata in Liguria, non ho il coraggio, mi viene l'ansia anche se dovesse essere solo per una vacanza”.

“Da poco mi ha visitato una specialista americana, Marci Bower: dice che qualcosa si può tentare, ma che è rischioso. Si potrebbero creare problemi nell'apparato digerente, e forare l'uretra. 'Se ti buco l'intestino – mi ha detto – poi dovrai portare un sacchetto per le feci per tutta la vita'”.

Lucia vive a Treviso: una legge regionale, la 22 del 1993, assicurerebbe alle persone transessuali venete di essere assistite e operate in Regione nei centri che la giunta avrebbe dovuto individuare entro 30 giorni, ma nessun governatore l'ha mai applicata e finanziata. “Ho scritto a Luca Zaia – dice l'avvocato Gracis – Ma non mi ha mai risposto. Mi piacerebbe incontrare con le altre ragazze il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, per far presenti tutti i limiti del nostro sistema sanitario: chiedere di investire su questo tipo di interventi, di razionalizzare il sistema, centralizzando in un unico ospedale la chirurgia e delocalizzando solo il resto”.

“ALLA FINE POTRO' FARE LA PIPI' IN PIEDI”
Alessandro Iuliano ha fatto il percorso opposto: padovano, 40 anni, ha cominciato 5 anni fa la sua transizione da donna a uomo. “Io della chirurgia italiana ho una esperienza positiva – racconta – ma perché ho saputo fermarmi a un certo punto. Al Sant'Orsola di Bologna ho fatto la mastoplastica riduttiva, per avere i pettorali maschili, e la demolizione dell'utero: ma il resto, la falloplastica, me la faranno in Belgio”.

Alessandro prima di entrare in una sala operatoria si è informato a lungo, attraverso dei forum su Internet, con ragazzi che come lui sono nati in un corpo femminile: “In Italia dicono che riescono a farti la falloplastica, ma in realtà ancora non ci sono arrivati: per quello che ho potuto vedere dalle persone con cui ho parlato, ti lasciano la vecchia uretra, quindi non chiudono completamente la vagina: un ragazzo che si è operato a Trieste mi ha detto che per mesi ha sofferto di fistole e infezioni. In Belgio al contrario ricostruiscono l'intero organo: a me hanno prelevato il tessuto da gambe e braccia. Alla fine potrò fare la pipì in piedi”.

Sembra un particolare, questo della posizione in cui si urina, ma evidentemente il problema è sentito: per molti anche questa è “identità di genere”. L'intervento di Alessandro è stato finanziato dalla sanità italiana, grazie alle nuove normative europee per cui puoi curarti in tutta l'Unione: “La mastoplastica però si erano rifiutati di finanziarmela: evidentemente il nostro Paese riconosce indirettamente che la falloplastica è meglio farla fuori. L'operazione in Belgio è costata, per differenti interventi successivi, intorno ai 45 mila euro, di cui io ho messo circa il 10% in forma di ticket”. E l'erezione? E' l'ultimo passaggio, l'intervento finale: “Si ottiene grazie a una protesi in titanio, rivestita con materiale biocompatibile, che si attiva meccani
camente”.
04 aprile 2014

domenica 23 settembre 2012

Il primo Cardinale Rosso transgender

La natura stupisce sempre con dei colpi di scena formidabili e, dopo la scimmietta dalle colorazioni bluastre, è il turno del primo volatile transgender. O sarebbe meglio dire ermafrodita, perché geneticamente sia maschio che femmina, anche se entrambe le definizioni potrebbero sembrare fuorvianti così come spiegato di seguito. A scoprirlo un lettore del portale Evolution Is True, il quale ha inoltrato alla redazione le immagini di questo straordinario Cardinale.


Il Cardinale Rosso è un uccello prevalentemente diffuso nel Nord America, la cui peculiarità è un piumaggio di un rosso-porpora molto accesso. Il maschio assume queste colorazioni, mentre la femmina è solitamente sulle tonalità del marrone o del crema. L’esemplare fotografato, tuttavia, assume entrambi i toni e il suo corpo è sagittalmente diviso in due lati, quello maschile e quello femminile.


Il fenomeno non è di certo nuovo alla scienza zoologica: si chiama ginandromorfismo, ovvero una modifica cromosomica che porta gli esemplari affetti ad avere sia caratteri maschili che femminili. E il fatto curioso è che gli animali ginandromorfi – si ricordi il gatto Venus, idolo dei social network di qualche settimana fa – presentano sempre manti perfettamente suddivisi a metà, come se si trattasse di due soggetti distinti.

A livello di vita, nulla cambia per questi soggetti nel regno animale, se non in termini di riproduzione. Molti animali ginandromorfi subiscono la modifica genetica solo nei loro caratteri secondari, quali appunto piume e pelo, ma non tutti gli esemplari – di questo Cardinale Rosso, ad esempio, non è dato sapere – presentano genitali sia maschili che femminili. Inoltre, non tutti sono in grado di fecondare, di deporre uova oppure di sostenere una gravidanza. Ma nel mondo animale non vi è discriminazione, quindi i loro corpi sgargianti non possono che essere un valore aggiunto.

martedì 3 aprile 2012

"Diventare Me" la storia di otto famiglie con bambini transgender.


New York, 1 aprile 2012

Questo mese, il pluripremiato newsmagazine "In The Life" ha fatto il suo debutto con(Becoming Me) "Diventare Me", la storia di otto famiglie con bambini transgender di età dai 5 a 25.



È maschio o femmina? Molti genitori vogliono sapere la risposta prima che il loro bambino nasca, e la maggior parte aspettano che i loro figli sviluppino una identità di genere che rispecchi il sesso biologico nei loro primi anni. Ma per i bambini transgender, l' identità di genere si sviluppa durante l'infanzia, l'adolescenza o in età adulta.

"Diventare Me" Ha rinunciato al sensazionalismo con uno sguardo sensibile alle reali esperienze di vita delle famiglie i cui figli non si riconoscono nel loro sesso biologico di genere. Con lo sviluppo sano dei propri figli, questi genitori devono confrontarsi con entrambe le percezioni di genere, la transfobia diffusa e le decisioni controverse.

"Diventare Me" e andato in onda il 1 aprile sulle emittenti televisive pubbliche in tutto il paese e sarà disponibile gratis in streaming sul sito In The Media Life .

Oltre al debutto dell' episodio, ci sarà una discussione online su la disforia di genere il 3 Aprile 2012.


giovedì 6 ottobre 2011

Femmina, maschio o non specificato: tra i passi avanti dell’Australia e la farsa italiana


Il Governo australiano, il 14 Settembre scorso, ha annunciato le nuove linee guida in materia di regolamentazione dell’indicazione relativa all’identità di genere sui passaporti. Grazie a queste nuove norme d’ora in poi sarà più semplice, per le persone con sesso e/o identità di genere diverse da quelle della maggioranza della popolazione, poter scegliere l’indicazione di genere che sentono propria indipendentemente dall’essersi o meno sottoposti a riattribuzione chirurgica del sesso, mentre le persone intersessuali potranno scegliere, se lo vorranno, una terza opzione “X” per, traduco, “indeterminato, non specificato o intersex” oltre alle tradizionali “F” e “M”.

Si tratta dunque di un grande passo avanti nel riconoscimento dei diritti delle persone trans e intersessuali poiché alle persone trans viene riconosciuta la possibilità di adeguare il passaporto all’aspetto fisico e alla propria identità di genere senza necessità di sottoporsi alla riattribuzione chirurgica di sesso o prima di sottoporvisi; e alle persone intersex per la prima volta viene riconosciuto il diritto a definirsi appartenenti a un sesso/genere altro rispetto alla dicotomia maschio/femmina dominante, oppure a scegliere “F” o “M” come genere di appartenenza anche se diverso da quello che è stato attribuito loro alla nascita.

Sarà sufficiente una lettera da parte del medico che certifichi che la persona ha ricevuto o riceve trattamenti clinici appropriati per la transizione, oppure che si tratta di una persona intersex che non si identifica con il sesso assegnato alla nascita ma con quello opposto o con il genere intersex, il terzo genere o un genere non specificato.

Questa la notizia dall’Australia. Passiamo ora a vedere come è stata data in Italia, perché il modo in cui la notizia è stata filtrata dalle maggiori agenzie di stampa italiane è essa stessa una notizia, una notizia che produce riflessioni e considerazioni amare.

In primo luogo spariscono subito le persone intersex. Non c’è agenzia di stampa italiana in cui venga scritta la parola intersessuale. Evidentemente il concetto di intersessualità nel nostro paese continua a risultare per lo più ignoto e ignorato: e perché mai un giornalista serio dovrebbe prendersi la briga di verificare il significato di quell’“intersex” o di quel “sex and gender diverse people” presente nelle fonti originali? Già, perché mai..? Meglio tradurre sbrigativamente transessuali, senza riflettere sulle conseguenze di questa scelta.

La sparizione del termine intersex dai primi comunicati italiani ha avuto come primo effetto quello di sminuire enormemente dal punto di vista simbolico la rilevanza della decisione australiana che ha invece una portata storica reale. Il riconoscimento pubblico della legittimità dell’essere e riconoscersi intersessuali è una conquista enorme per tutti e per le persone intersex in particolare, proprio a causa dell’invisibilizzazione cui invece sono generalmente costrette fin dalla nascita, invisibilizzazione che significa in primo luogo privazione dei diritti umani fondamentali quali il diritto all’integrità del proprio corpo, il diritto a non ricevere interventi di chirurgia estetica invasivi e irreversibili sui genitali e senza consenso informato, il diritto a non ricevere somministrazione di farmaci a vita per una ‘normalizzazione’ al maschile o (molto più spesso) al femminile non richiesta.

La cancellazione del termine e della categoria “intersex” e della sua sostituzione con transgender (o, peggio, con “i transessuali” come se la decisione australiana si riferisse esclusivamente a persone di sesso femminile che transizionano verso il maschile), ha creato automatismi e certezze laddove invece la materia è tutt’altro che certa: nelle linee guida infatti la possibilità di scegliere la “X” è esplicitata solo per le persone intersex. Per le persone in transizione (“for people transitioning”) si parla della possibilità di cambiare il dato sul passaporto, sempre previa dichiarazione medica, specificando il genere di elezione (femminile o maschile), senza necessità di intervento chirurgico ai genitali ma rimanendo all’interno del binarismo sessuale, a meno che (sembra di leggere tra le righe) non venga loro certificata una qualche forma di intersessualità o di indeterminatezza di genere.

Detto questo, si può poi certamente discutere sull’opportunità o meno dell’indicazione del genere sui documenti; io sono tra coloro che caldeggiano l’eliminazione di questo dato da ogni tipo di documento di riconoscimento: il Governo britannico sta riflettendo proprio su questa possibilità sempre in relazione ai passaporti (http://www.guardian.co.uk/uk/2011/sep/19/home-office-gender-free-passports).
Bisogna però anche tenere realisticamente conto del fatto che quella è una battaglia non facile da vincere nell’immediato futuro, visto che ci troviamo in società che si fondano proprio sul binarismo sessuale e sulla gerarchia dei ruoli sociali di genere. Anche per queste difficoltà l’aggiunta di una categoria di sesso/genere e di una lettera corrispondente nei documenti può essere una soluzione (seppure intermedia e temporanea) e uno strumento per il riconoscimento di realtà altrimenti negate e private dei diritti elementari. Il riconoscimento burocratico, infatti, non soltanto protegge dalle discriminazioni e facilita movimenti e azione quotidiane per le persone trans, ma restituisce legittimità giuridica, civile e sociale alla propria esistenza a chi invece è stato invisibilizzato fin dalla nascita e fisicamente modificato proprio perché la sua esistenza fisica intersex era ritenuta inaccettabile in quanto non rispondente alla cornice culturale del binarismo sessuale.

Infine, come alcuni hanno fatto notare, rimane il pericolo costituito dall’esibire in paesi estremamente transfobici, omofobici e intersexfobici un documento che presenta un’alternativa al tradizionale rigido dimorfismo di genere. In questi paesi, però, la situazione per chi non è conforme era e rimane pericolosa anche senza un documento che dia riconoscimento: è pericoloso nel momento in cui viene esibito un documento con un’indicazione di genere che non corrisponde all’aspetto attuale della persona; e in questi paesi generalmente le persone transgender già evitano il più possibile di fare scalo.

Certo è che in Italia difficilmente si potrà aprire un dibattito pubblico allargato alla cittadinanza estesa e un confronto serio su questi argomenti se chi ha il dovere di fare informazione corretta e precisa passa invece un’informazione distorta e falsata, e se di questa informazione noi continuiamo a fidarci prendendola per buona.

* Transessualità o DIG (disforia dell’identità di genere)

Situazione vissuta da quelle persone che sentono che la propria identità di genere non combacia con il corpo anatomico: per superare questa condizione di sofferenza la transessuale (MtoF: persona che nasce maschio e si sente donna) o il transessuale (FtoM: persona che nasce femmina e si sente uomo) cercherà di intraprendere un percorso di riallineamento fra l’identità di genere e le caratteristiche fisiche del proprio corpo, attraverso assunzione di ormoni e interventi chirurgici.

* Intersessualità o DSD (disorders of sex development)

Con intersessualità si indica una molteplicità e varietà di condizioni in cui si trova chi nasce con cromosomi sessuali, e/o un apparato riproduttivo, e/o caratteri sessuali secondari che variano rispetto alle definizioni tradizionali di ciò che è considerato femminile e maschile. Spesso l’intersessualità non è evidente alla nascita ma si palesa durante la pubertà o può essere scoperta in età adulta.

lunedì 3 ottobre 2011

Cameron pensa al nuovo passaporto: "Maschio, femmina o genere X?"


Dopo l'Australia l'iniziativa viene esaminata anche dal premier inglese. E in Gran Bretagna è già scoppiata la polemica

Allo studio in Gran Bretagna il passaporto senza sesso. I sudditi di Sua Maestà potranno scegliere di non identificarsi come maschio o femmina sul documento di viaggio in base a una terza opzione riservata a persone dal sesso non determinato, se andrà in porto una riforma all’esame del governo di David Cameron. Lo ha annunciato il ministero dell’Interno confermando indiscrezioni apparse oggi sulla stampa. Maschio, femmina o "X".

Basterà apporre una "croce" al posto dello standard "M" o "F" nella casella che indica l’identificazione di genere per uscire dalla categorie tradizionali. «L’Identity and Passport Service sta considerando di mettere a disposizione varie opzioni di genere a chi chiede il passaporto», ha detto un portavoce in un comunicato.

In Gran Bretagna il dibattito è alto: nei giorni scorsi ha fatto scalpore la decisione di una coppia di genitori di mandare il figlio a scuola vestito da bambina. Ma una cosa è il comportamento dei privati, un’altra le decisioni amministrative. «Stiamo esplorando le implicazioni di sicurezza con i nostri partner internazionali», ha aggiunto il portavoce precisando che il progetto è tuttora allo stato di «discussione preliminare»: tutti i cambiamenti sui passaporti britannici «devono rispondere a rigorosi requisiti di sicurezza» anche perchè potrebbe essere messa a rischio l’incolumità del transessuale che viaggia in paesi meno tolleranti quanto a orientamento di genere.

Attualmente le regole in Gran Bretagna consentono a una persona transgender o intersex di identificarsi con un sesso che non necessariamente coincide con quello adottato nella pratica. Chi invece sta sottoponendosi ad operazioni di cambio di sesso può modificare l’identità di genere sul passaporto solo dopo avere completato il processo. L’iniziativa segue quella annunciata nei giorni scorsi in Australia che consente ai transessuali di identificarsi con una "x" accanto alle ordinarie definizioni di ’maschile e ’femminilè.

La decisione del governo di Camberra era stata una scelta consapevole per dare nuovo impulso alla lotta contro la discriminazione dei transgender, garantendo loro la possibilità di indicare nel passaporto il genere scegliendo tra tre opzioni: maschio, femmina o X, ovvero sesso ’indeterminatò. Non ci sono regole internazionali che impongono che i passaporti contengano l’indicazione del sesso: allo stesso tempo i paesi che si adeguano alle norme previste dall’International Civil Aviation Organisation per i passaporti elettronici possono scegliere di introdurre l’opzione "X" alla casella del genere. Inserisci link

In Gran Bretagna l’emissione del passaporto è prerogativa reale: per porre in atto il cambiamento basterebbero pochi giorni se il governo decidesse di andare in questo senso. Secondo una ricerca di Gires, un gruppo di sostegno ai trans, una riforma del genere potrebbe interessare fino a 90 mila persone. Le implicazioni per persone di sesso non definito sono più alte: si pensa che il 4 per cento della popolazione britannica ha qualche forma di variazione intersex spesso senza neanche esserne consapevole.

Fonte:http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/420970/

lunedì 12 settembre 2011

PRIMO GLOBAL FORUM INTERSEX INTERNAZIONALE


Comunicato Stampa

5 Settembre 2011
Bruxelles, Belgio

Il primo Forum Intersex Internazionale a livello globale si è tenuto a
Bruxelles dal 3 al 5 settembre 2011.
Questo evento storico ha riunito 24 attivisti in rappresentanza di 17
diverse organizzazioni impegnate sulle tematiche intersex, da tutti i
continenti.

In troppe parti del mondo le persone intersex sono ancora sottoposte
a procedure inumane e degradanti, operazioni chirurgiche e
trattamenti ormonali senza il consenso del diretto interessato e
invece a discrezione dei medici, al di fuori di ogni regolamentazione
legislativa.

Tutto questo viene fatto per “normalizzare” i genitali e i corpi delle
persone intersex per condurle all'interno dello stretto binarismo
sessuale maschio/femmina.

La patologizzazione delle persone intersex porta a enormi violazioni
dei diritti umani e ad un abuso dell'integrità fisica e della dignità
personale.

Il Forum concorda sugli obiettivi di porre fine alle discriminazioni
contro le persone intersex e di garantire loro il diritto
all'integrità del proprio corpo e all’autodeterminazione:

1. Porre fine alle pratiche di “normalizzazione” e mutilazione, quali
la chirurgia ai genitali, i trattamenti medici e psicologici, gli
infanticidi e gli aborti selettivi (sulla base dell’intersessualità)
che ancora avvengono in alcune parti del mondo.

2. Assicurare che il consenso informato, individuale, libero,
prioritario e pienamente consapevole da parte delle persone intersex
sia un requisito obbligatorio in tutte le pratiche mediche e nei
protocolli sanitari.

3. Creare e facilitare lo svilupparsi di ambienti favorevoli, sicuri e
di supporto per le persone intersex, per i loro familiari e amici.

Questa nuovo network informale che si è costituito si batterà per il
rispetto dei diritti umani delle persone intersessuali a livello
internazionale, nazionale e regionale. Il prossimo incontro del Forum
è previsto entro la fine del 2012.

Il Forum è stato facilitato e sponsorizzato da ILGA (Associazione
Internazionale Lesbica Gay Trans e Intersex) e dalla sua sezione
europea ILGA - Europe. Il Forum ha visto anche la presenza di alcuni
rappresentanti di TGEU (Transgender Europe) e IGLYO (International
Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender and Queer Youth and Student
Organisation), e continuerà a costruire alleanze più ampie anche con
altre organizzazioni per l’uguaglianza e i diritti umani che operano
nelle aree dei diritti delle donne, dei diritti delle popolazioni
indigene e delle persone con disabilità.


Per maggiori informazioni

Africa:
Sally Gross +27 827884205 coordinator@intersex.org.za

Latin America:
Mauro Isaac Cabral +54 (9) 351 5589876 maulesel@gmail.com

North America:
Jim Bruce +1 707-793-1190 jim@aiclegal.org

Asia:
Hiker Chiu +886 0923868653 hiker@oii.tw

Australia & Pacific:
Gina Wilson +61 418290336 or +61 2 97499989 oiiaustralia@bigpond.com

Europe:
Del LaGrace Volcano +46 7626 88 312 or +46 19 33 52 03 dellagracevolcano@me.com

International:
Sebastian Rocca (ILGA) +32 471 80 20 99 director@ilga.org
Silvan Agius (ILGA-Europe) +32 2 609 54 17 or +32 496 708 370
silvan@ilga-europe.org


Traduzione Italiana di Michela Balocchi

Qui il comunicato stampa in versione originale:
http://www.ilga-europe.org/home/news/latest_news/intersex_forum