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giovedì 10 settembre 2026

🇮🇹 La sindrome di Kabul: Chi sono gli “Italebani” e perché l’estremismo nostrano invidia il fondamentalismo

llustrazione concettuale a forma di clessidra: nella parte superiore la silhouette di un miliziano armato di Kabul, nella parte inferiore un leone da tastiera che digita insulti sui social.
Il paradosso degli Italebani: non odiano il fondamentalismo di Kabul, lo invidiano. Li odiano solo perché ci sono riusciti prima di loro.

Sui social network sta circolando un saggio satirico, firmato “Dal Web”, che introduce un neologismo tanto geniale quanto inquietante: gli Italebani. Non è una semplice provocazione: È un identikit culturale che rivela come l’estrema destra, qui e nel resto del mondo, stia scivolando dal conservatorismo al fondamentalismo.

Per evitare di confondere la dialettica politica con il fanatismo ideologico, smontiamo questo fenomeno pezzo per pezzo.

1. Politica vs Dogma

“Quando dite ‘di destra’ state indicando una posizione politica. Gli Italebani non hanno posizioni politiche. Hanno dogmi: ti permettono di avere ragione senza chiederti perché. Basta credere.”

La mia analisi: La prima cosa da capire è la separazione fondamentale tra la normale dialettica politica e il fanatismo. In una democrazia, le forze conservatrici si scontrano con quelle progressiste su visioni economiche e sociali (le tasse, le riforme, la gestione dello Stato). Questo fa parte del gioco democratico. L'Italebano, invece, compie un salto fuori da questo perimetro: sostituisce il confronto delle idee con il dogmatismo identitario. Non propone soluzioni pratiche, impone fedi assolute. Il dogma cancella la fatica di pensare: non richiede studio o approfondimento, richiede solo un'obbedienza cieca che spegne il cervello.

2. La mappa dei dogmi: L’ossessione per il controllo dei corpi

“Credono che una donna che abortisce commetta un omicidio.
 Credono che due uomini che si baciano corrompano i bambini.
 Credono che la scuola indottrini. 
Credono nella famiglia patriarcale con donna sottomessa. 
Credono nella militarizzazione dello Stato.”

La mia lettura critica:
Se guardiamo da vicino il pacchetto di credenze dell'Italebano, ci accorgiamo che si tratta di un'agenda ossessiva incentrata sul controllo biologico e sociale delle persone. C'è la colpevolizzazione delle donne e il tentativo di smantellare i loro diritti riproduttivi. C'è l'omofobia strutturale, che vuole cancellare la visibilità delle persone LGBTQI+ dallo spazio pubblico usando la scusa di "proteggere i bambini". E infine c'è il mito patriarcale della famiglia gerarchica, dove l'uomo comanda e la donna deve stare sottomessa a fare figli. Se leggiamo questa mappa senza bende sugli occhi, ci accorgiamo che coincide millimetricamente con le leggi applicate dai regimi teocratici e integralisti.

Colpevolizzare le donne
  • cancellare la visibilità LGBTQIA+

  • restaurare la famiglia gerarchica

  • sacralizzare l’autorità maschile

  • militarizzare lo Stato

Le donne come bersaglio primario

L’Italebano non vuole solo “difendere la famiglia”: vuole riportare le donne al Medioevo.

Per lui:

  • una donna che abortisce è un’assassina

  • una donna che denuncia violenza “se l’è cercata”

  • una donna che studia, lavora, decide è una minaccia

  • una donna libera è un’anomalia da correggere

L’Italebano non odia le donne: odia la loro autonomia.

E sogna un mondo dove la donna torna a essere:

  • fattrice

  • serva

  • proprietà

  • silenzio

È qui che la sindrome di Kabul diventa evidente: la donna non è un soggetto politico, è un corpo da disciplinare.

3. Il paradosso dell’invidia: “Vincerà Kabul”

“Gli Italebani non odiano i Talebani. Li invidiano. Li odiano perché ci sono riusciti prima di loro.”

La mia analisi: Questa è la tesi più potente del testo e svela l'ipocrisia finale. L'Italebano sventola i simboli cristiani o la presunta difesa dell'Occidente non perché ami la libertà, ma perché vuole usarli come una clava per escludere gli altri. Nei fatti, l'estremista di casa nostra prova una profonda invidia per i Talebani afghani. Ne ammira la forza bruta, la capacità di azzerare i diritti delle donne con un decreto, di perseguitare apertamente le minoranze sessuali, di zittire la scienza e di governare attraverso la censura e il terrore. 

Invidia i Talebani perché:

  • hanno cancellato i diritti delle donne

  • perseguitano gli omosessuali

  • silenziano gli intellettuali

  • governano con terrore e censura

L'unica vera differenza tra un Talebano a Kabul e un Italebano a Roma è che il primo ha già preso il potere con le armi, mentre il secondo sta cercando di farlo usando la propaganda social, l'algoritmo di TikTok e le urne democratiche.

L’autostrada dell’ignoranza e l’abbraccio delle Ancelle

Illustrazione stencil in bianco e nero di tre silhouette di donne incatenate e sottomesse, simbolo del patriarcato e della sottomissione femminile.
L'abbraccio più doloroso resta quello di chi, pur facendo parte delle minoranze, decide di farsi complice di questo disegno per sentirsi accettato, dimenticando che nella mente di un fanatico le nostre vite sono solo anomalie da correggere.

Questa analisi si ricollega direttamente alle denunce che porto avanti ogni giorno su questo blog. L'Italebano non nasce dal nulla: è il prodotto finale di anni di tagli all'istruzione pubblica, di demonizzazione della cultura e di analfabetismo funzionale. È l'individuo spaventato dal progresso che, invece di aspirare all'intelligenza, preferisce osteggiarla perché la cultura lo fa sentire inferiore.
Ma il pericolo più grande è il vittimismo strategico di cui questo fanatismo si nutre. Al grido di "non si può più dire niente", questa maggioranza aggressiva bullizza le minoranze, rivendica il diritto all'insulto e prepara il terreno per l'eliminazione dei diritti civili.

Le donne complici

La ferita più dolorosa è vedere donne biologiche che diventano megafono del patriarcato. Difendono la “famiglia tradizionale” senza capire che, nella mente dell’Italebano, la loro libertà è un errore storico da correggere.

Una donna che vota per chi vuole abolire il divorzio, criminalizzare l’aborto e ridurre la cultura a peccato non sta scegliendo “valori”: sta scegliendo la propria sottomissione.

I migranti come specchio dell’ipocrisia

L’Italebano applaude quando all’estero vincono i nazionalisti, convinto che “finalmente sbatteranno fuori gli immigrati”. Dimentica una verità elementare: per ogni altro nazionalismo, l’immigrato è lui.

Il migrante è il suo bersaglio preferito perché rappresenta ciò che l’Italebano teme di essere:

  • povero

  • vulnerabile

  • senza potere

  • senza voce

Il migrante è lo specchio che l’Italebano non vuole guardare: gli ricorda che la sua identità non è superiorità, ma paura.

🧨 Conclusione

E l'abbraccio più doloroso, come ho scritto nel post precedente, resta quello di chi, pur facendo parte delle minoranze, decide di farsi complice di questo disegno per sentirsi accettato. Sostenere chi vuole blindare i confini della propria "siepe" significa dimenticare che, nella mente di un Italebano, le nostre vite sono solo anomalie da correggere o da nascondere. La democrazia non rischia di morire per una minaccia esterna; rischia di morire per mano di un fondamentalismo domestico che odia Kabul solo perché invidia le sue catene.

— Vanessa Mazza TLGBQI+

Editorialista indipendente. Contro l'ipocrisia, sempre.
🔗 Fonti e Riferimenti:
  • Testo d'origine: Saggio satirico di analisi sociale diffuso sulle piattaforme digitali (Autore originario dal Web).
  • Approfondimenti globali: Per capire come le tesi del fondamentalismo domestico si sovrappongano alle agende internazionali dell'estrema destra, vedi l'inchiesta sui movimenti anti-gender di CNN As Equals.

giovedì 4 dicembre 2025

Zerocalcare rinuncia a “Più libri più liberi”: «Non si condividono spazi con i nazisti»


Michele Rech, in arte Zerocalcare, è uno dei fumettisti più influenti della scena italiana contemporanea. Nato ad Arezzo nel 1983 e cresciuto a Rebibbia, ha trasformato il fumetto in uno strumento di memoria collettiva e impegno politico. Opere come La profezia dell’Armadillo, Kobane Calling e la serie Netflix Strappare lungo i bordi hanno raccontato con ironia e profondità le contraddizioni di una generazione, intrecciando autobiografia e cronaca sociale.

La sua decisione di rinunciare alla fiera “Più libri più liberi” non è un gesto isolato, ma un atto politico. La manifestazione romana, dedicata alla piccola e media editoria, ha confermato la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco, nota per pubblicazioni che celebrano figure nazifasciste. Un gruppo di intellettuali, tra cui Alessandro Barbero e Antonio Scurati, aveva già lanciato un appello contro questa scelta. Zerocalcare ha scelto di non partecipare: «Ognuno ha i suoi paletti, questo è il mio. Non si condividono spazi con i nazisti».

Il caso mette in luce una dinamica inquietante: frange antidemocratiche sfruttano gli spazi della democrazia per diffondere idee che mirano a distruggerla.

La presenza di editori che esaltano il nazifascismo in una fiera culturale normalizza l’odio come “opinione legittima”.


La mancanza di prese di posizione nette da parte delle istituzioni culturali e politiche rischia di trasformarsi in complicità.


La democrazia, se non difesa, può essere trascinata lentamente verso nuove forme di autoritarismo, silenziose ma pervasive.


Il gesto di Zerocalcare è un atto di resistenza culturale. Ricorda che la libertà non è neutrale e che la cultura non può accogliere chi nega la dignità umana. In tempi di avanzata dell’estrema destra, dire no diventa un dovere civico e morale.

martedì 20 dicembre 2016

La vita nascosta Nella Roma di Sara Ficocelli nessuno è ciò che sembra.



La vita nascosta Nella Roma di Sara Ficocelli nessuno è ciò che sembra.

Ai margini della conturbante borghesia descritta da Sorrentino ne La grande bellezza vive una Roma di frontiera che molti intuiscono ma nessuno conosce: è la Capitale della “grande bruttezza”, dove il tempo scorre scandito da problemi logoranti, piccoli o grandi orrori quotidiani e la rassegnazione è la miglior alleata. È questa la realtà con la quale gli abitanti fanno i conti ogni giorno ed è questa la città più interessante: piena di storie, di emozioni, di vita. “Una vita troppo vera per restare nascosta”, come recita il titolo della nota di postfazione firmata dallo scrittore (Prove di felicità a Roma Est, Einaudi 2010) e regista (I primi della lista, Fino a qui tutto bene) Roan Johnson. Una vita che, una volta scoperta, non si può non amare.

Il libro. Iris è una transessuale che si prostituisce nei quartieri alti di Roma. Ha clienti importanti ma sogna di trovare un lavoro “normale”. Il suo compagno, Roberto, gestisce un bar insieme al trentacinquenne Mauro, e ha un rapporto complicato con la famiglia della ex moglie. Dalla loro realtà semplice e popolare Iris è tagliata fuori, e spesso si riduce a spiare le giornate di Roberto dalla vetrina del locale di fronte al suo. A ravvivare il torpore di queste giornate sarà l’incontro con una giovane Sinti in difficoltà, che la trascinerà in una storia di violenze dagli sviluppi tortuosi, in una Roma spietata, piena di pregiudizi e ipocrisia eppure ancora capace di spiazzante generosità.

L’autrice. Sara Ficocelli è nata a Pisa ma vive e lavora a Roma, dove collabora dal 2007 per Repubblica e altre testate del Gruppo Espresso. Ha ricevuto il premio Sodalitas e il premio Paidoss per le sue inchieste su donne e welfare e prostituzione minorile, e una menzione speciale al premio Tonino Carino per un reportage sull'Australia. Ama viaggiare e andare in bicicletta. La vita nascosta è il suo primo romanzo. 




La vita nascosta MdS Editore, 2016 Collana Cattivestrade - pp. 180 - € 12,00

Presentazione 28 maggio ore 19.00 MONK – Circolo ARCI, via Giuseppe Mirri n. 35 - ROMA Ingresso riservato ai soci ARCI


MdS Editore - Società Cooperativa Via Filippo Buonarroti 11 56127 Pisa (PI) - P.IVA 02072310507 info@mdseditore.it – tel +39 328 5461837 – www.mdseditore.it


Fonte:http://www.mdseditore.it/catalogo/la-vita-nascosta.php