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mercoledì 28 ottobre 2026

L’ONU NON È IL SALOTTO DI WASHINGTON: LA LEZIONE DI DIGNITÀ DI CUBA CONTRO IL BLOQUEO

Grafica giornalistica intitolata "Cuba in piedi contro il bloqueo". Mostra una strada dell'Avana al buio durante un blackout, illuminata solo dai fari di un'auto d'epoca, sormontata dal logo azzurro delle Nazioni Unite e da grafici finanziari digitali.

Una strada dell'Avana immersa nel buio del blackout elettrico, illuminata solo dai fari di un'auto d'epoca. In alto, i simboli e i grafici dell'ONU ricordano lo scontro diplomatico globale sul bloqueo. (Grafica: vanessablogmazza.com)

Se qualcuno pensava che il Palazzo di Vetro di New York fosse una dépendance della Casa Bianca, le ultime ore hanno dimostrato l’esatto contrario. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata teatro di uno scontro verbale senza precedenti, dove la delegazione di Cuba ha alzato la testa di fronte a quella che molti osservatori considerano la declinazione più pura dell'arroganza imperiale statunitense.

Il rappresentante permanente degli Stati Uniti, l’ambasciatore Mike Waltz, è salito al podio tentando di trasformare l’aula in un palcoscenico per la politica interna della Florida, utile a strizzare l'occhio all'elettorato radicale di Miami. Di fronte alle proteste veementi e ai punti d'ordine sollevati dalla delegazione cubana — che sbatteva i pugni sui tavoli contro quelle che riteneva provocazioni inaccettabili — Waltz ha reagito urlando:

"Back up. This is not Havana! Every time you interrupt me, I'm just going to keep explaining how corrupt this regime is."
(“Indietro. Questa non è L'Avana! Ogni volta che mi interrompete, continuerò a spiegare quanto sia corrotto questo regime”).
Ma l’ambasciatore yanqui ha dimenticato un dettaglio fondamentale: l'ONU si trova in un distretto internazionale regolato da trattati precisi e fondato sull'uguaglianza sovrana dei popoli. La risposta di Cuba non si è fatta attendere. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha preso la parola per denunciare l'inasprimento di una guerra multidimensionale e non convenzionale, definendo le ultime sanzioni un vero e proprio assedio e lanciando un messaggio chiaro al mondo:
"Access to fuel supplies to Cuba, both commercial and humanitarian, is being prevented through direct threats, unilateral coercive actions, and even the harassment or intimidation of tankers by U.S. naval forces. [...] Let Cuba live in peace. Cuba would be better off without the blockade."
(“L'accesso alle forniture di carburante a Cuba, sia commerciali che umanitarie, viene impedito attraverso minacce dirette, azioni coercitive unilaterali e persino il tormento o l'intimidazione delle petroliere da parte delle forze navali statunitensi. [...] Lasciate vivere Cuba in pace. Cuba starebbe meglio senza il blocco”).
Il volto più feroce del blocco: il collasso energetico programmato
Per capire la portata del coraggio del popolo cubano, bisogna guardare oltre la diplomazia e osservare cosa accade nelle strade dell'isola. Negli ultimi mesi del 2026, la crisi energetica a Cuba ha raggiunto livelli drammatici, culminando in ripetuti blackout nazionali che hanno paralizzato intere province, compromettendo persino le pompe dell'approvvigionamento idrico e i servizi sanitari di base.
Questa non è "incompetenza", come vorrebbe far credere Washington. È l'effetto diretto di un blocco energetico chirurgico intensificato dall'amministrazione statunitense. Cuba riesce a produrre autonomamente solo il 40% del combustibile di cui ha bisogno. Il resto deve essere importato. Tuttavia, le sanzioni secondarie e l'inserimento arbitrario di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo creano un regime di terrore finanziario:
  • Persecuzione dei trasporti: Le compagnie di navigazione e gli armatori internazionali che accettano di trasportare petrolio verso l'isola subiscono sanzioni draconiane, sequestri e il divieto di attraccare nei porti statunitensi.
  • Blocco dei pagamenti: Anche quando Cuba trova partner commerciali disposti a vendere carburante o pezzi di ricambio per le sue obsolete centrali termoelettriche, le banche internazionali congelano i fondi per paura delle ritorsioni statunitensi.
Privare un intero popolo della luce, dell'acqua e dei farmaci non è diplomazia: è una punizione collettiva. E nonostante questo assedio, il popolo cubano resiste con una dignità immutabile.
I DATI TECNICI E IL CONTESTO INTERNAZIONALE
Per blindare questa analisi di fronte a qualsiasi critica, ecco la scheda tecnica con i dati storici, normativi e politici che certificano l'illegittimità delle azioni statunitensi:
1. Il risultato del voto (Ottobre 2026)
L'Assemblea Generale ha esaminato la storica risoluzione intitolata "Necessità di porre fine all'embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba". L'esito ha decretato il totale isolamento politico globale di Washington:
  • Maggioranza plebiscitaria: Il testo è stato approvato con oltre 180 voti favorevoli.
  • Isolamento USA: Come accade regolarmente dal 1992, solo gli Stati Uniti e Israele hanno votato contro la mozione, confermando che la comunità internazionale respinge compattamente le sanzioni. I dettagli e la cronaca del voto sono consultabili nel resoconto ufficiale sul Dossier del Confronto USA-Cuba all'ONU.
2. La cronologia del Bloqueo: una guerra lunga sessant'anni
L'assedio economico contro l'isola non è una misura temporanea, ma una strategia strutturata attraverso i decenni:
  • 1960 (Le prime sanzioni): Sotto l'amministrazione Eisenhower, gli USA riducono le quote di importazione dello zucchero cubano in risposta alle legittime nazionalizzazioni delle proprietà statunitensi sull'isola.
  • 1962 (L'embargo totale): Il presidente John F. Kennedy firma il Proclama Presidenziale 3447, formalizzando il blocco commerciale, economico e finanziario totale.
  • 1992 e 1996 (L'inasprimento extraterritoriale): Vengono approvate la Legge Torricelli (1992) e la Legge Helms-Burton (1996). Queste norme estendono l'illegalità delle sanzioni alle sussidiarie straniere di aziende statunitensi e colpiscono le imprese di paesi terzi che commerciano con Cuba, calpestando brutalmente il principio di sovranità degli altri Stati.
  • 2014-2016 (Il disgelo temporaneo): Barack Obama e Raúl Castro avviano una storica riapertura diplomatica. In questa storica finestra, gli USA si astengono per la prima volta nel voto all'ONU del 2016.
  • 2017-Presente (Il ritorno alla linea dura): L'amministrazione Trump cancella i progressi di Obama, riattiva i meccanismi giudiziari contro le aziende straniere e reinserisce arbitrariamente Cuba nella lista nera dei paesi sponsor del terrorismo. Questa misura, mantenuta dalle amministrazioni successive, esclude di fatto l'isola dai circuiti finanziari globali, esasperando l'attuale Crisi Energetica a Cuba documentata dalle Nazioni Unite.
3. Lo status internazionale dell'ONU: le regole che Waltz ha finto di non conoscere
L'arroganza del "This is America" pronunciata dall'ambasciatore statunitense si scontra frontalmente con il diritto internazionale che tutela l'indipendenza del Palazzo di Vetro:
  • L'Accordo di Sede (Headquarters Agreement, 1947): Questo trattato bilaterale stabilisce che il quartier generale dell'ONU a New York è un distretto internazionale. L'area è totalmente inviolabile: le forze di polizia e la magistratura americane non possono mettervi piede senza il consenso del Segretario Generale.
  • La Carta dell'ONU (Articolo 2): Stabilisce chiaramente che l'Organizzazione si fonda sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suoi membri. Nessuno Stato, nemmeno quello ospitante, ha il diritto di imporre la propria giurisdizione all'interno dei lavori dell'Assemblea. Il testo normativo è accessibile sulla piattaforma della Carta delle Nazioni Unite.
  • Privilegi e immunità: I diplomatici accreditati godono di immunità totale per garantire che possano esprimersi liberamente e denunciare le ingerenze straniere senza subire ritorsioni dal Paese ospitante, proprio come ha fatto la delegazione dell'Avana nel corso del Dibattito Generale di Cuba all'ONU.
Il verdetto della storia
Il tentativo statunitense di piegare Cuba attraverso la fame e il buio è fallito davanti alla coscienza del mondo. L'aula delle Nazioni Unite ha ricordato a Washington che il tempo delle cannoniere e dei blocchi economici medievali è ampiamente scaduto. È arrivato il momento di ascoltare la voce del pianeta, rispettare il coraggio di un popolo straordinario e lasciare che Cuba respiri, viva e decida in totale autonomia il proprio futuro.
Di Vanessa Mazza
Attivista LGBTQI+, blogger e opinionista indipendente 
Fonti e Riferimenti Utili:

martedì 27 ottobre 2026

Lula è Tetra! Abbiamo abbattuto il muro del fascismo, ma la lotta contro l'odio continua

1. Quando la carichi, puoi inserire questa descrizione: "Il presidente Lula da Silva alza la Costituzione brasiliana sopra una folla oceanica di sostenitori durante una manifestazione politica a San Paolo."

Il Brasile ha respirato.

Dopo mesi di impegno, passione e dedizione, ho votato con la coscienza tranquilla e il cuore pieno di speranza. Non erano elezioni come le altre. In gioco c'era la sopravvivenza stessa della nostra democrazia, sotto attacco permanente da parte di chi sogna l'autoritarismo e disprezza le regole della convivenza civile.

Ho votato per Lula perché credo in un Brasile più giusto, più solidale e più democratico. Ho votato pensando ai più poveri, a chi lotta ogni giorno per arrivare alla fine del mese, a chi ha bisogno di opportunità, dignità e di uno Stato presente.

Ma ho votato anche pensando alle persone che, come me, fanno parte della comunità LGBTQIA+ e in particolare alle persone trans, che continuano a pagare un prezzo altissimo in termini di discriminazione, esclusione e violenza.

In queste settimane il movimento LGBTQIA+ è sceso in strada, ha gridato le proprie ragioni, ha difeso la propria esistenza e ha rivendicato l'uguaglianza come un diritto non negoziabile. Nessuno era disposto a fare un passo indietro.

Illustrazione in stile pittura a olio che mostra, di spalle, un gruppo diversificato di persone che cammina unito verso l'orizzonte su uno sfondo rosso vivo. Tra di loro si vedono persone che indossano la bandiera arcobaleno LGBTQIA+, la bandiera dell'orgoglio trans e una persona in sedia a rotelle. Insieme, sollevano in alto una grande bandiera del Brasile, simboleggiando l'unione, la diversità e la riconquista dei diritti sociali.

C'è molto da imparare dai nostri omologhi brasiliani. Hanno saputo mobilitare energie immense, parlare a tutta la società, costruire alleanze e trasformare la speranza in partecipazione. Sono corsi alle urne sapendo che il futuro si decide con il coraggio di esserci.

Qualunque fosse stato il risultato, sapevo di aver agito secondo i miei valori.

Oggi quel voto è diventato una vittoria straordinaria.

Una coincidenza tanto poetica quanto storica: la conclusione di questo scrutinio coincide con il compleanno di Lula. L'uomo che ha cambiato il Brasile per milioni di persone conquista un quarto mandato e firma una delle più incredibili rimonte della storia politica contemporanea.

Lula è tetra-campione.

Questa è STORIA.

E ognuno di voi ha contribuito a scriverla.

Di fronte a noi c'era un muro enorme. Un sistema di interessi, privilegi e potere apparentemente invincibile.

Eppure lo abbiamo abbattuto.

Abbiamo sconfitto la disinformazione di Meta, lo strapotere delle scommesse (bets), le ingerenze degli USA e l'ombra delle milizie. Abbiamo sconfitto l'élite finanziaria di Faria Lima, i mercati speculativi, la banda di Vorcaro e l'intero clan bolsonarista

Persino Donald Trump aveva scommesso sulla continuità della dinastia Bolsonaro.

Flávio Bolsonaro aveva alle spalle una parte enorme del potere economico e mediatico.

Eppure l'erede del golpismo è stato sconfitto con oltre quattro milioni di voti di scarto.

E ora, come prevedibile, mette in discussione il risultato.

Nulla di nuovo.

I nemici della democrazia accettano il voto popolare soltanto quando vincono.

Congratulazioni, Brasile.

C'è qualcosa di profondamente bello nel vedere il fascismo sconfitto dalle urne, dalla partecipazione e dalla democrazia."

Ma la gioia non deve trasformarsi in ingenuità.

La minaccia fascista è reale. È feroce. È violenta.

Nelle ore che hanno preceduto e seguito il voto, il bolsonarismo ha mostrato ancora una volta il suo volto più oscuro.

  • Hanno assassinato a colpi di arma da fuoco un sostenitore di Lula nel Mato Grosso do Sul.
  • Hanno colpito alla testa con un mattone una consigliera comunale del PT.
  • A Santos hanno brutalmente aggredito Marcelo, un giovane ingegnere di 30 anni, fino a provocargli la morte cerebrale, solo perché partecipava a un'iniziativa pro-Lula. Il bolsonarismo uccide.
  • Hanno bloccato illegalmente gli autobus a Salvador per ostacolare il voto delle fasce più povere della popolazione.
  • Abbiamo assistito a scene aberranti: un uomo nero incatenato come strumento di propaganda politica, episodi di apologia del nazismo e persino maltrattamenti agli animali utilizzati come spettacolo ideologico.

Per questo la nostra lotta deve essere continua. La democrazia non si difende da sola. I diritti non si difendono da soli. La libertà non si difende da sola.

Ma la risposta più bella è arrivata dal popolo brasiliano.

È arrivata dai seggi.

È arrivata dalla memoria.


Migliaia di anziani, tra cui moltissimi centenari, hanno affrontato ogni difficoltà per votare. Donne e uomini che hanno conosciuto la dittatura, la censura e la paura hanno scelto di esserci ancora una volta, per consegnare alle nuove generazioni un Paese più libero.

Il Brasile ha scelto l'amore contro l'odio.

Ha scelto la dignità contro l'umiliazione.

Ha scelto la democrazia contro il fascismo.

La strada sarà lunga e le sfide saranno enormi. Ma oggi il popolo brasiliano ha dimostrato al mondo una verità semplice e potentissima: nessun muro di odio è indistruttibile quando milioni di persone decidono di abbatterlo insieme.

Primo piano del presidente Lula da Silva, sorridente e con una camicia rossa, mentre fa il gesto del pollice alzato in segno di vittoria. Indossa un cappello di paglia e sullo sfondo si nota il simbolo della stella rossa, trasmettendo un messaggio di gioia, fiducia e speranza per il futuro del Brasile.

Buon compleanno, presidente Lula.

Che i tuoi 81 anni siano celebrati non soltanto come il giorno della tua nascita, ma come il giorno in cui un intero popolo ha rinnovato la propria fiducia nella democrazia, nella giustizia sociale e nella speranza.

Oggi il Brasile ti regala la vittoria. E tu, ancora una volta, restituisci al Brasile la speranza.

Parabéns, presidente Lula. Viva il Brasile. Viva la democrazia. 🇧🇷✨

Dal Brasile arriva una lezione per il mondo: la democrazia può vacillare, ma non si arrende mai.

Vanessa Mazza

Fonti e dati ufficiali:

sabato 24 ottobre 2026

Il Pugnale Invisibile – Parte 3: L'economia di guerra sulla pelle degli ultimi

Corridoio buio e deserto di un ospedale pubblico italiano con una sedia a rotelle vuota in primo piano a sinistra. Sulla parete destra è appeso un cartello con la scritta "LA SALUTE È UN DIRITTO NON UN LUSSO". In fondo al corridoio, attraverso un'ampia vetrata panoramica, si vede lo sfondo di una città sotto un cielo cupo e nuvoloso dove si staglia la sagoma imponente di un carro armato militare in movimento.
Per ogni euro investito nella scuola, lo Stato ne assegna 1,45 alle armi. E un aumento dell'1% della spesa militare taglia la sanità pubblica dello 0,62%. I soldi per i letti d'ospedale finiscono nei fumi delle fabbriche di bombe. Online oggi su vanessablogmazza la Parte 3 de "Il Pugnale Invisibile": Economia di guerra.

Nella sua anatomia della violenza istituzionale, Bertolt Brecht inseriva una formula che oggi conserva una sorprendente attualità: «Inviando alla guerra».

Con queste parole il drammaturgo tedesco richiamava l'attenzione su una forma di violenza esercitata non attraverso il singolo gesto individuale, ma attraverso decisioni politiche capaci di coinvolgere intere collettività.

Oggi non esistono più i sovrani che guidano personalmente gli eserciti sul campo di battaglia, ma il rapporto tra potere politico, interessi economici e conflitti armati continua ad alimentare uno dei dibattiti più delicati del nostro tempo. In un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti, il riarmo è tornato al centro delle priorità di molti governi occidentali.

Le vere priorità di uno Stato, tuttavia, non si misurano soltanto nei discorsi ufficiali o nelle dichiarazioni di principio. Si misurano nei documenti di bilancio, nelle destinazioni della spesa pubblica e nelle scelte concrete che determinano quali settori riceveranno risorse e quali dovranno invece continuare a convivere con carenze strutturali.

Ed è proprio qui che emerge la domanda più importante:

quale prezzo sociale comporta l'economia di guerra?

La manovra economica sulla pelle degli ultimi

I numeri meritano attenzione perché raccontano una realtà spesso assente dal dibattito pubblico.

Secondo le elaborazioni dell'Osservatorio MilEx e della Rete Italiana Pace e Disarmo, la spesa militare italiana prevista per il 2026 raggiunge circa 33,9 miliardi di euro, una delle cifre più elevate registrate nella storia repubblicana recente.

Il dato, da solo, non dimostra necessariamente che le risorse vengano sottratte ad altri settori. Tuttavia solleva interrogativi inevitabili sulle priorità che guidano la programmazione economica nazionale.

Alcune analisi del Documento Programmatico di Bilancio hanno evidenziato come gli incrementi destinati al comparto della difesa risultino superiori a quelli previsti per altri ambiti strategici come l'istruzione e la formazione. Secondo queste elaborazioni, per ogni euro aggiuntivo destinato alla scuola, l'incremento delle spese militari risulta sensibilmente più elevato.

Si tratta di una scelta politica legittima, ma non neutrale.

Ogni bilancio pubblico racconta una gerarchia di priorità. Ogni euro destinato a un settore rappresenta un euro che non potrà essere impiegato altrove.

Mentre molte scuole continuano a confrontarsi con problemi strutturali, carenze di personale e precarietà lavorativa, il comparto della difesa beneficia di investimenti crescenti legati alle nuove strategie di sicurezza nazionale e internazionale.

La questione, quindi, non è soltanto quanto si spende.

La questione è cosa si sceglie di privilegiare.

Le bombe non vengono pagate soltanto con il denaro. Vengono pagate con ciò che quel denaro avrebbe potuto diventare.

Il vaso di Pandora della sanità pubblica

Il rapporto tra spesa militare e welfare è oggetto di studio da molti anni e non può essere ridotto a uno slogan.

Diverse ricerche internazionali hanno evidenziato una correlazione significativa tra l'aumento delle spese militari e la riduzione degli investimenti destinati ad altri servizi pubblici.

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica The Lancet ha rilevato che, in numerosi contesti internazionali, la crescita della spesa militare tende ad associarsi a una riduzione delle risorse destinate alla sanità pubblica.

Naturalmente una correlazione non equivale automaticamente a un rapporto diretto di causa ed effetto. Ma il dato invita a riflettere.

In Italia il dibattito sulla sanità continua a ruotare attorno a problemi ormai noti: liste d'attesa molto lunghe, carenza di personale, pronto soccorso sotto pressione e profonde disuguaglianze territoriali nell'accesso alle cure.

Di fronte a queste difficoltà, diventa legittimo chiedersi se una parte delle risorse pubbliche possa essere utilizzata per rafforzare i servizi essenziali invece di alimentare ulteriormente la corsa al riarmo.

Le scelte di bilancio non sono mai soltanto numeri.

Sono decisioni che incidono concretamente sulla vita delle persone.

Ogni investimento aggiuntivo nella difesa rappresenta una scelta politica che deve essere valutata anche alla luce delle esigenze della sanità, dell'istruzione, della ricerca e delle politiche sociali.

Ed è qui che la discussione smette di essere tecnica e torna a essere profondamente morale.

Democrazie fragili e dipendenze politiche

Quando una democrazia fatica a garantire risposte efficaci ai bisogni fondamentali dei cittadini, il rischio non riguarda soltanto il piano economico.

Riguarda la fiducia stessa nelle istituzioni.

Storicamente, periodi caratterizzati da forti disuguaglianze sociali, difficoltà economiche e percezione di abbandono hanno favorito la crescita di movimenti populisti, pulsioni autoritarie e forme di radicalizzazione politica.

Le democrazie non si indeboliscono soltanto quando vengono attaccate dall'esterno.

Si indeboliscono anche quando una parte crescente della popolazione smette di percepirle come strumenti capaci di migliorare la propria condizione.

Per questo motivo il dibattito sul riarmo non può essere limitato alla sola dimensione geopolitica.

Deve interrogarsi anche sugli effetti interni che determinate scelte possono produrre nel lungo periodo.

Molti governi europei sostengono che l'aumento della spesa militare sia una risposta necessaria alle sfide del presente. Altri osservatori ritengono invece che si stia consolidando una forma di dipendenza strategica e culturale da logiche internazionali che rischiano di ridurre lo spazio per investimenti sociali altrettanto urgenti.

È una discussione complessa.

Ma proprio per questo merita di essere affrontata senza slogan e senza semplificazioni.

Chi paga davvero il costo della guerra?

C'è una domanda che attraversa tutta la storia dei conflitti.

Chi ne paga il prezzo?

Le decisioni vengono prese nei palazzi istituzionali, nei vertici diplomatici e negli organismi internazionali.

Le conseguenze, però, ricadono molto spesso sui cittadini comuni.

Sono i lavoratori.

Sono le famiglie economicamente più fragili.

Sono i giovani chiamati a sostenere gli effetti economici, sociali e umani di scelte prese altrove.

Se i costi della guerra fossero distribuiti in modo uguale tra tutte le classi sociali, forse il dibattito pubblico assumerebbe contorni molto diversi.

La storia mostra invece che i sacrifici richiesti durante le grandi crisi raramente colpiscono tutti con la stessa intensità.

Ed è proprio per questo che la domanda sulle priorità rimane aperta.

Il pugnale invisibile dei bilanci

Brecht aveva ragione a porre il problema.

Una società riconosce con facilità la violenza del singolo individuo che impugna un coltello.

Molto più difficile è riconoscere le conseguenze di decisioni economiche e politiche che, nel tempo, producono esclusione sociale, rinuncia alle cure, impoverimento e perdita di opportunità.

Quando queste conseguenze vengono presentate come inevitabili, necessarie o strategiche, il rischio è che la sofferenza concreta delle persone scompaia dietro il linguaggio tecnico della politica e della geopolitica.

Il pugnale visibile continua a essere perseguito dalla legge.

Quello invisibile continua a nascondersi nei bilanci, nelle priorità di spesa e nelle scelte che determinano chi riceverà sostegno e chi dovrà arrangiarsi da solo.

Ed è proprio per questo che occorre continuare a raccontarlo.

Vanessa Mazza
Il Pugnale Invisibile
Raccontare ciò che il potere preferisce non mostrare.


📌 Fonti e approfondimenti giornalistici per i lettori:
  • Analisi della manovra economica e bilancio d'armamento: PeaceLink – Armi contro scuola: cosa prevede la manovra economica e il Documento Programmatico di Bilancio 
  • I dati sul record del bilancio della Difesa in Italia: Famiglia Cristiana – Rapporto Annuario MilEx sul riarmo senza precedenti in Italia 
  • Il report scientifico internazionale sulla spesa pubblica: Quotidiano Sanità – Lo studio di The Lancet sul rapporto empirico tra incremento della spesa militare e tagli alla sanità 

venerdì 23 ottobre 2026

Il Pugnale Invisibile – Parte 2: Quando protestare diventa un problema

Ritratto drammatico in primo piano di un autotrasportatore con cappello nero e braccia conserte davanti al suo camion bianco durante una manifestazione. Il volto dell'uomo è circondato da un'interfaccia digitale trasparente della Polizia che mostra dati anagrafici oscurati, impronte digitali, foto segnaletiche e il timbro diagonale "SCHEDATO". In alto a destra compare lo stemma del Ministero dell'Interno - Direzione Centrale Polizia di Prevenzione. Sulla sinistra, un cartello di protesta recita "Trasportatori Lavoro Dignità Futuro".
Quando il dissenso diventa una colpa da schedare. Nel Sud Italia migliaia di autotrasportatori chiedono risposte sul carovita; il Viminale risponde con 1.339 identificati e decine di denunce. Oggi su vanessablogmazza pubblichiamo la Parte 2 della collana "Il Pugnale Invisibile": Criminalizzare il dissenso. 

Ogni democrazia si fonda su un principio essenziale: il diritto dei cittadini di esprimere il proprio dissenso.

Le manifestazioni, gli scioperi e le proteste non rappresentano un'anomalia del sistema democratico. Sono uno dei modi attraverso cui una società comunica il proprio malessere. Sono il termometro di problemi che la politica non è riuscita ad affrontare o, più spesso, ha scelto deliberatamente di ignorare.

Eppure, nei nostri giorni, sembra essersi diffusa una pericolosa e autoritaria inversione di prospettiva.

Quando migliaia di persone scendono in piazza contro il caro vita, l'aumento degli affitti, la precarietà del lavoro o il progressivo smantellamento dei servizi pubblici, la prima domanda di un governo sano dovrebbe essere semplice: perché stanno protestando?

Troppo spesso, invece, il dibattito si concentra esclusivamente su altro.

Una vetrina infranta finisce in apertura nei telegiornali. Un cassonetto incendiato monopolizza i talk show. Un momento di tensione isolato diventa il simbolo artificiale di un'intera manifestazione. Nel giro di poche ore, le ragioni di migliaia di persone vengono scientificamente cancellate dal racconto pubblico e sostituite dall'ossessione per l'ordine, per la sicurezza e per i nuovi decreti repressivi.

Così il conflitto sociale smette di essere una domanda politica e diventa un problema da gestire esclusivamente attraverso la repressione e il pugno duro.
Il risultato è paradossale.

I cittadini parlano di salari insufficienti, di bollette insostenibili, di sanità pubblica al collasso, di istruzione e di diritto alla casa. Il dibattito istituzionale risponde parlando di controlli, sanzioni, identificazioni e nuove misure di sicurezza. Il disagio reale scompare. Rimane soltanto la narrazione dell'emergenza.
Quando il dissenso viene schedato
Lo stiamo vedendo chiaramente proprio in queste ore con le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori nel Sud Italia. Migliaia di lavoratori hanno denunciato una situazione che considerano ormai economicamente insostenibile: aumento drammatico dei costi operativi, pressione fiscale soffocante, rincaro speculativo dei carburanti e margini di guadagno azzerati. Famiglie che non arrivano alla fine della settimana. 

La risposta delle istituzioni si è concentrata rapidamente e unicamente sul piano dell'ordine pubblico. 

Secondo il bilancio ufficiale diffuso dal Viminale, le operazioni di controllo a tappeto hanno portato all'identificazione di ben 1.339 persone, a 71 denunce penali e a 242 sanzioni amministrative, concentrate soprattutto nei nodi nevralgici della Campania e del resto del Meridione. Parallelamente, le forze dell'ordine sono intervenute per garantire la continuità della circolazione e limitare gli effetti dei blocchi stradali, scortando forzatamente circa 500 mezzi pesanti pur di non bloccare i consumi delle grandi città. 

Naturalmente uno Stato ha il dovere di garantire il rispetto della legge e la libertà di circolazione. Nessuna democrazia può accettare che il diritto alla protesta si trasformi automaticamente nel diritto di paralizzare un Paese. Ma la vera questione politica è un'altra.

Come siamo arrivati al punto che migliaia di lavoratori onesti ritengano necessario occupare svincoli, aree logistiche e snodi autostradali pur di ottenere un briciolo di attenzione? 

Perché la protesta estrema è diventata l'unico linguaggio che molti cittadini sentono ancora in grado di essere ascoltato da un potere sordo?

Il rischio – calcolato dall'alto – è che l'intero dibattito si concentri solo sui numeri delle denunce, delle schedature e delle sanzioni, mentre scompaiono dal racconto dei media principali le ragioni umane che hanno dato origine alla mobilitazione. 

Si parla dei blocchi, ma mai delle cause. 

Si discutono le conseguenze, ma mai le condizioni di miseria che le hanno generate.
 
Così il dissenso viene trasformato in un problema di polizia da gestire anziché in un segnale umano da comprendere. La politica arretra e lascia spazio alla logica dell'emergenza permanente e dei decreti liberticidi.
Il silenzio fa più paura delle piazze
Non è un fenomeno circoscritto agli autotrasportatori del Sud o ai cortei pacifici di Milano calpestati dalla propaganda. 

Dalle mobilitazioni dei lavoratori alle proteste contro il carovita, dagli scioperi alle manifestazioni territoriali, il rischio del nostro tempo è sempre lo stesso: trasformare il dissenso in una colpa e il manifestante in un potenziale criminale di ordine pubblico.

Una democrazia forte non dovrebbe avere paura delle piazze e delle voci che urlano. Dovrebbe avere un terrore sacro del loro silenzio.

Perché quando le persone smettono di protestare, non significa necessariamente che stiano bene. Significa che la disperazione ha ceduto il passo alla rassegnazione. Significa che hanno perso ogni fiducia nella possibilità di essere ascoltate. Significa che hanno smesoo di credere che la politica possa ancora rappresentare la vita reale. Ed è esattamente in quel momento di indifferenza collettiva che una democrazia comincia a morire, lasciando spazio ai ratti di fogna dell'autoritarismo.

Perché il problema non è mai la protesta in sé. Il problema è ciò che costringe migliaia di persone a lasciare il lavoro e la casa per scendere in strada.

E quando il potere smette di ascoltare quella voce e inizia a vedere ogni forma di contestazione soltanto attraverso la lente del codice penale, il pugnale invisibile affonda un po' più in profondità.

Vanessa Mazza
Il Pugnale Invisibile
Raccontare ciò che il potere preferisce non mostrare.
📌 Fonti e approfondimenti giornalistici per i lettori:
  • Il bilancio del Viminale sulle proteste dei TIR: RaiNews – Stretta sui blocchi degli autotrasportatori: denunce, sanzioni e scorte nel Mezzogiorno
  • I dettagli penali e l'azione sul territorio: L'Espresso – La repressione dei blocchi stradali e le identificazioni a tappeto
  • Il monitoraggio dei provvedimenti di sicurezza: Osservatorio Repressione – Analisi indipendente sulla criminalizzazione dei movimenti sociali in Italia