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mercoledì 28 ottobre 2026

L’ONU NON È IL SALOTTO DI WASHINGTON: LA LEZIONE DI DIGNITÀ DI CUBA CONTRO IL BLOQUEO

Grafica giornalistica intitolata "Cuba in piedi contro il bloqueo". Mostra una strada dell'Avana al buio durante un blackout, illuminata solo dai fari di un'auto d'epoca, sormontata dal logo azzurro delle Nazioni Unite e da grafici finanziari digitali.

Una strada dell'Avana immersa nel buio del blackout elettrico, illuminata solo dai fari di un'auto d'epoca. In alto, i simboli e i grafici dell'ONU ricordano lo scontro diplomatico globale sul bloqueo. (Grafica: vanessablogmazza.com)

Se qualcuno pensava che il Palazzo di Vetro di New York fosse una dépendance della Casa Bianca, le ultime ore hanno dimostrato l’esatto contrario. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata teatro di uno scontro verbale senza precedenti, dove la delegazione di Cuba ha alzato la testa di fronte a quella che molti osservatori considerano la declinazione più pura dell'arroganza imperiale statunitense.

Il rappresentante permanente degli Stati Uniti, l’ambasciatore Mike Waltz, è salito al podio tentando di trasformare l’aula in un palcoscenico per la politica interna della Florida, utile a strizzare l'occhio all'elettorato radicale di Miami. Di fronte alle proteste veementi e ai punti d'ordine sollevati dalla delegazione cubana — che sbatteva i pugni sui tavoli contro quelle che riteneva provocazioni inaccettabili — Waltz ha reagito urlando:

"Back up. This is not Havana! Every time you interrupt me, I'm just going to keep explaining how corrupt this regime is."
(“Indietro. Questa non è L'Avana! Ogni volta che mi interrompete, continuerò a spiegare quanto sia corrotto questo regime”).
Ma l’ambasciatore yanqui ha dimenticato un dettaglio fondamentale: l'ONU si trova in un distretto internazionale regolato da trattati precisi e fondato sull'uguaglianza sovrana dei popoli. La risposta di Cuba non si è fatta attendere. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha preso la parola per denunciare l'inasprimento di una guerra multidimensionale e non convenzionale, definendo le ultime sanzioni un vero e proprio assedio e lanciando un messaggio chiaro al mondo:
"Access to fuel supplies to Cuba, both commercial and humanitarian, is being prevented through direct threats, unilateral coercive actions, and even the harassment or intimidation of tankers by U.S. naval forces. [...] Let Cuba live in peace. Cuba would be better off without the blockade."
(“L'accesso alle forniture di carburante a Cuba, sia commerciali che umanitarie, viene impedito attraverso minacce dirette, azioni coercitive unilaterali e persino il tormento o l'intimidazione delle petroliere da parte delle forze navali statunitensi. [...] Lasciate vivere Cuba in pace. Cuba starebbe meglio senza il blocco”).
Il volto più feroce del blocco: il collasso energetico programmato
Per capire la portata del coraggio del popolo cubano, bisogna guardare oltre la diplomazia e osservare cosa accade nelle strade dell'isola. Negli ultimi mesi del 2026, la crisi energetica a Cuba ha raggiunto livelli drammatici, culminando in ripetuti blackout nazionali che hanno paralizzato intere province, compromettendo persino le pompe dell'approvvigionamento idrico e i servizi sanitari di base.
Questa non è "incompetenza", come vorrebbe far credere Washington. È l'effetto diretto di un blocco energetico chirurgico intensificato dall'amministrazione statunitense. Cuba riesce a produrre autonomamente solo il 40% del combustibile di cui ha bisogno. Il resto deve essere importato. Tuttavia, le sanzioni secondarie e l'inserimento arbitrario di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo creano un regime di terrore finanziario:
  • Persecuzione dei trasporti: Le compagnie di navigazione e gli armatori internazionali che accettano di trasportare petrolio verso l'isola subiscono sanzioni draconiane, sequestri e il divieto di attraccare nei porti statunitensi.
  • Blocco dei pagamenti: Anche quando Cuba trova partner commerciali disposti a vendere carburante o pezzi di ricambio per le sue obsolete centrali termoelettriche, le banche internazionali congelano i fondi per paura delle ritorsioni statunitensi.
Privare un intero popolo della luce, dell'acqua e dei farmaci non è diplomazia: è una punizione collettiva. E nonostante questo assedio, il popolo cubano resiste con una dignità immutabile.
I DATI TECNICI E IL CONTESTO INTERNAZIONALE
Per blindare questa analisi di fronte a qualsiasi critica, ecco la scheda tecnica con i dati storici, normativi e politici che certificano l'illegittimità delle azioni statunitensi:
1. Il risultato del voto (Ottobre 2026)
L'Assemblea Generale ha esaminato la storica risoluzione intitolata "Necessità di porre fine all'embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba". L'esito ha decretato il totale isolamento politico globale di Washington:
  • Maggioranza plebiscitaria: Il testo è stato approvato con oltre 180 voti favorevoli.
  • Isolamento USA: Come accade regolarmente dal 1992, solo gli Stati Uniti e Israele hanno votato contro la mozione, confermando che la comunità internazionale respinge compattamente le sanzioni. I dettagli e la cronaca del voto sono consultabili nel resoconto ufficiale sul Dossier del Confronto USA-Cuba all'ONU.
2. La cronologia del Bloqueo: una guerra lunga sessant'anni
L'assedio economico contro l'isola non è una misura temporanea, ma una strategia strutturata attraverso i decenni:
  • 1960 (Le prime sanzioni): Sotto l'amministrazione Eisenhower, gli USA riducono le quote di importazione dello zucchero cubano in risposta alle legittime nazionalizzazioni delle proprietà statunitensi sull'isola.
  • 1962 (L'embargo totale): Il presidente John F. Kennedy firma il Proclama Presidenziale 3447, formalizzando il blocco commerciale, economico e finanziario totale.
  • 1992 e 1996 (L'inasprimento extraterritoriale): Vengono approvate la Legge Torricelli (1992) e la Legge Helms-Burton (1996). Queste norme estendono l'illegalità delle sanzioni alle sussidiarie straniere di aziende statunitensi e colpiscono le imprese di paesi terzi che commerciano con Cuba, calpestando brutalmente il principio di sovranità degli altri Stati.
  • 2014-2016 (Il disgelo temporaneo): Barack Obama e Raúl Castro avviano una storica riapertura diplomatica. In questa storica finestra, gli USA si astengono per la prima volta nel voto all'ONU del 2016.
  • 2017-Presente (Il ritorno alla linea dura): L'amministrazione Trump cancella i progressi di Obama, riattiva i meccanismi giudiziari contro le aziende straniere e reinserisce arbitrariamente Cuba nella lista nera dei paesi sponsor del terrorismo. Questa misura, mantenuta dalle amministrazioni successive, esclude di fatto l'isola dai circuiti finanziari globali, esasperando l'attuale Crisi Energetica a Cuba documentata dalle Nazioni Unite.
3. Lo status internazionale dell'ONU: le regole che Waltz ha finto di non conoscere
L'arroganza del "This is America" pronunciata dall'ambasciatore statunitense si scontra frontalmente con il diritto internazionale che tutela l'indipendenza del Palazzo di Vetro:
  • L'Accordo di Sede (Headquarters Agreement, 1947): Questo trattato bilaterale stabilisce che il quartier generale dell'ONU a New York è un distretto internazionale. L'area è totalmente inviolabile: le forze di polizia e la magistratura americane non possono mettervi piede senza il consenso del Segretario Generale.
  • La Carta dell'ONU (Articolo 2): Stabilisce chiaramente che l'Organizzazione si fonda sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suoi membri. Nessuno Stato, nemmeno quello ospitante, ha il diritto di imporre la propria giurisdizione all'interno dei lavori dell'Assemblea. Il testo normativo è accessibile sulla piattaforma della Carta delle Nazioni Unite.
  • Privilegi e immunità: I diplomatici accreditati godono di immunità totale per garantire che possano esprimersi liberamente e denunciare le ingerenze straniere senza subire ritorsioni dal Paese ospitante, proprio come ha fatto la delegazione dell'Avana nel corso del Dibattito Generale di Cuba all'ONU.
Il verdetto della storia
Il tentativo statunitense di piegare Cuba attraverso la fame e il buio è fallito davanti alla coscienza del mondo. L'aula delle Nazioni Unite ha ricordato a Washington che il tempo delle cannoniere e dei blocchi economici medievali è ampiamente scaduto. È arrivato il momento di ascoltare la voce del pianeta, rispettare il coraggio di un popolo straordinario e lasciare che Cuba respiri, viva e decida in totale autonomia il proprio futuro.
Di Vanessa Mazza
Attivista LGBTQI+, blogger e opinionista indipendente 
Fonti e Riferimenti Utili:

mercoledì 23 settembre 2026

✊🔥 L’impero nudo e lo statista: la lezione di dignità di Lula schiaccia il bullismo coloniale di Trump all’ONU

Illustrazione concettuale dello scontro politico all'ONU nel 2026: a sinistra il presidente del Brasile Lula da Silva con le bandiere del Sud Globale, di Cuba e della Palestina; a destra il presidente USA Donald Trump circondato da navi e aerei militari.
illustrazione digitale concettuale che racchiude lo scontro politico e morale andato in scena all'ONU: la dignità sovrana del Sud Globale guidato da Lula contro l'unilateralismo bellico e fossile dell'impero di Trump.

Una frattura storica al Palazzo di Vetro

L’apertura dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha mostrato al mondo una verità che i media occidentali continuano a mascherare: il Sud Globale non è più disposto a subire. Mentre la stampa europea si limita a fare da megafono all’unilateralismo americano, dal podio dell’ONU è andato in scena uno scontro che non è solo geopolitico, ma profondamente morale.

Da un lato, il bullismo coloniale, la minaccia militare, la violenza ideologica. Dall’altro, la statura di un leader che parla per miliardi di persone: Luiz Inácio Lula da Silva.

🇧🇷 Lula: lo statista che rompe l’incantesimo dell’ipocrisia

Nel suo decimo discorso di apertura dell’Assemblea Generale — un primato storico — Lula ha denunciato senza filtri un sistema internazionale paralizzato dal veto delle superpotenze, definendo l’ONU “ostaggio dell’inazione del Consiglio di Sicurezza”.

Poi la frase che ha segnato una linea di demarcazione nella storia del Sud Globale:

“Il Brasile non è il cortiletto di nessuno.”

Con una postura fiera, Lula ha difeso la sovranità nazionale, le risorse strategiche, l’autonomia giudiziaria e il diritto dei paesi emergenti a svilupparsi senza portaerei straniere che pattugliano le loro acque. La sua visione è chiara: cooperazione, non coercizione.

L’ipocrisia di Trump e la resistenza dei popoli oppressi

Il contrasto nell’aula di New York si è fatto brutale quando la tribuna è passata a Donald Trump. Il presidente statunitense ha portato all’ONU lo spettacolo della coercizione e della minaccia esplicita, annunciando tagli draconiani ai fondi delle Nazioni Unite e dichiarando la propria intenzione di usare il potere militare nell’emisfero occidentale per tutelare gli interessi di Washington. Un intervento sterile, intriso di imperialismo e di un’arroganza che non ha più alcuna copertura diplomatica.

Ma il punto più basso e vergognoso del discorso di Trump è stato il suo attacco frontale ai funzionari dei diritti umani dell’ONU, colpevoli di aver criticato le sue politiche discriminatorie. Trump ha letteralmente sventolato la bandiera della sua “crociata anti‑trans”, scagliandosi contro i diritti delle persone transgender e spacciando odio ideologico e ostilità di Stato per una fantomatica “protezione dei bambini” dalla cosiddetta “mutilazione transgender”. L’ipocrisia è totale, disgustosa e grottesca: un uomo con un passato giudiziario, morale e personale devastante che sale sul podio delle Nazioni Unite per ergersi a paladino dell’infanzia, usando i corpi e le vite delle persone trans come carne da macello elettorale.

La violenza coloniale di Trump si è scontrata con la fiera resistenza dei popoli che non si lasciano piegare. Nel suo discorso, Trump ha attaccato Cuba definendola uno “Stato fallito”, occultando la verità storica: se l’isola attraversa una crisi drammatica, è il risultato diretto di un embargo criminale, disumano e anacronistico, aggravato dalle politiche asfissianti dell’amministrazione USA. La risposta di L’Avana è stata immediata e implacabile: la delegazione cubana, guidata dal ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, ha voltato le spalle al colonizzatore e ha abbandonato l’aula, lasciando Trump isolato a parlare davanti a una platea che ne misurava il vuoto morale.

Altrettanto assordante è stato il silenzio e la complicità dell’Occidente sul dramma del Medio Oriente. Mentre il Sud Globale si unisce nella coalizione P4M (Partners for Multilateralism) per chiedere riforme strutturali e l’applicazione del diritto internazionale, Israele continua a ignorare sistematicamente le risoluzioni ONU e le sentenze delle corti internazionali nell’indifferenza complice delle superpotenze occidentali. Questa asimmetria totale nell’applicazione dei diritti umani è la vera vergogna mondiale dei nostri giorni: un doppio standard intollerabile che alimenta guerre, genocidi e priva i paesi occidentali di qualsiasi credibilità morale.

🗺️ Il mondo multipolare è già iniziato

Dalla mappa Equal Earth — che restituisce dignità territoriale all’Africa e al Sud del mondo — alla nascita del P4M, il baricentro politico del pianeta si è spostato. L’unilateralismo americano mostra crepe sempre più profonde, mentre il Sud Globale rivendica spazio, voce e futuro.

il Sud Globale non chiede permesso. Pretende giustizia.

La scena di New York ha mostrato una verità che nessun editoriale occidentale può più nascondere:

Il re è nudo. Lo statista è vestito di dignità. E il mondo non è più disposto a inginocchiarsi.

Lula non ha parlato solo per il Brasile: ha parlato per tutti i popoli che rifiutano di essere cortili, colonie, bersagli o pedine. Ha parlato per chi resiste all’embargo, per chi difende i propri diritti, per chi non accetta più la violenza ideologica mascherata da moralismo.

Il Sud Globale non è spettatore. È protagonista. E la sua rivolta per la giustizia globale è appena cominciata.

— vanessa mazza TLGBQI+

Fonti e approfondimenti giornalistici:

mercoledì 5 agosto 2026

Oltre la gabbia bidimensionale: il fallimento del capitalismo e la paura del fantasma comunista

odice binario digitale verde in stile Matrix che forma la silhouette di un uomo che indossa occhiali da sole, a simboleggiare la gabbia invisibile, l'alienazione e l'omologazione del sistema capitalista.
Ci vogliono produttivi, obbedienti, indebitati e divisi, intrappolati in una realtà artificiale. Spezzare la matrice della gabbia bidimensionale significa riappropriarsi dell'anima e dello spirito dell'uomo.

“Ci sono persone che rincorrono i soldi, che si distruggono la salute per comprare cose di cui non hanno bisogno, guidando macchine che sono gabbie, bloccati in un'esistenza bidimensionale. Quelli sono i morti viventi sulle loro bare di metallo nelle autostrade. Noi siamo il centro di gravità, Bodhi. Dimostriamo che lo spirito dell’uomo è ancora vivo.”

Nota sul nome Bodhi: Nel film, Bodhi non è solo un personaggio: il suo nome, dal sanscrito, significa “risveglio”, “illuminazione”. È il simbolo di chi rifiuta la vita meccanica e si libera dalla gabbia del sistema. Per questo la sua frase è il cuore di questo articolo: lo spirito dell’uomo è vivo solo quando si risveglia dall’omologazione.

Se state leggendo queste righe su un blog che si occupa di diritti e percorsi trans, forse vi starete chiedendo perché partire da Point Break, da Bodhi, da una citazione che sembra lontana dalle battaglie quotidiane. È una domanda legittima. E la risposta è semplice: non esiste emancipazione dei corpi senza emancipazione delle menti. Se il sistema ci vuole docili, alienati, consumatori prima che persone, allora ogni lotta — anche quella per l’identità di genere — è parte di un fronte più grande.

Oggi viviamo dentro un’omologazione che non si limita a dettare cosa comprare o come apparire: detta come pensare. E quando un sistema riesce a fare questo, ha già compiuto il suo capolavoro più atroce: ha ucciso lo spirito dell’uomo, trasformando la vita in una routine bidimensionale.

Il punto di partenza: l’apprendimento sotto assedio

Qualche giorno fa, qui sul blog, un lettore — Stefano — ha sollevato una questione che merita attenzione. Ha ricordato come i tentativi storici di costruzione del socialismo siano sempre avvenuti sotto assedio: economico, militare, psicologico. È vero. E questo assedio ha inevitabilmente condizionato quei processi.

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi: “Ma allora perché non analizziamo con la stessa severità il capitalismo?” Ecco il punto: il capitalismo non è sotto assedio; il capitalismo è l’assedio. Non ha nemici che lo strangolano: è lui a strangolare.

E le sue macerie sono davanti agli occhi di tutti, anche se spesso fingiamo di non vederle.

La distruzione della salute per il profitto. L’isolamento sociale trasformato in algoritmo. La crisi ecologica e bellica alimentata da una crescita infinita che non può fermarsi.

Se vi sembra esagerato, pensate alla frase di Bodhi: una vita trascorsa dentro una gabbia di metallo, convinti di essere liberi solo perché possiamo scegliere tra due modelli di smartphone.

La paura secca del comunismo (che nessuno ha ancora visto)

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare: “Ma il comunismo ha fallito.” E qui nasce la distorsione più grande della narrazione dominante.

Di quale comunismo parliamo? In Italia — e nella quasi totalità dell’Occidente — non abbiamo mai visto una società comunista. Non abbiamo mai vissuto in un mondo dove i mezzi di produzione sono collettivi, dove casa e salute non sono merci, dove la ricchezza è distribuita secondo i bisogni.

E allora perché i media continuano a evocare il “fantasma del comunismo”? Perché serve a spaventare. Serve a blindare lo status quo. Serve a impedire che le persone si chiedano se un’alternativa al collasso capitalista sia possibile.

La verità è che il sistema non teme il comunismo storico: teme il risveglio delle coscienze.

Una visione mondiale: la regressione occidentale

Guardiamo il mondo. Mentre l’Occidente capitalista si arrocca dietro sanzioni criminali — come il bloqueo che soffoca Cuba — la sua stessa società regredisce. Si smantellano welfare, diritti civili, accesso all’aborto. Si alimenta una guerra culturale che divide, frammenta, indebolisce.

E qui la domanda è inevitabile: “Chi ci guadagna da questa frammentazione?” La risposta è semplice: il sistema. Vuole lavoratori contro minoranze, minoranze contro lavoratori, tutti contro tutti. Perché chi è diviso non si organizza. Chi è isolato non lotta. Chi è indebitato obbedisce.

Noi siamo il centro di gravità

Questo blog rifiuta la frammentazione. Rifiuta l’idea che la nostra identità sia un brand da vendere al pinkwashing capitalista. Rifiuta la narrazione che ci vuole “temi di nicchia” separati dalla lotta di classe, dalla geopolitica, dalla storia.

Rispondere al sistema significa recuperare l’anima, l’empatia, la capacità di pensare in grande. Significa spezzare la bidimensionalità del quotidiano per diventare un centro di gravità. I morti viventi strisciano sulle autostrade dell’omologazione; noi, con lo studio dei classici, la comprensione della storia e la militanza attiva, continuiamo a dimostrare che lo spirito dell’uomo è ancora vivo, vigile e pronto a combattere.

Di Vanessa Mazza — Libera pensatrice, cittadina e attivista transessuale (Milano, Lombardia, Italy)

 Riferimenti teorici e spunti per chi vuole andare più a fondo

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi: “Ma da dove nasce questa critica così radicale al capitalismo? E quali sono i testi che hanno ispirato questa lettura dell’alienazione, dell’omologazione e della resistenza?” È una domanda legittima, e la risposta non è un elenco freddo: è un percorso.

Per chi vuole approfondire, ci sono alcuni testi che aiutano a capire meglio le radici teoriche di ciò che ho scritto.

Sull’alienazione nella società capitalista Se vi interessa capire perché il capitalismo non distrugge solo il tempo, ma anche l’essenza umana, il punto di partenza sono i Manoscritti economico‑filosofici del 1844 di Karl Marx. È lì che nasce l’idea dell’essere umano separato da sé stesso, ridotto a ingranaggio.

Sull’omologazione culturale e la “vita bidimensionale” Per comprendere come il sistema trasformi la cultura in intrattenimento di massa e la vita in una superficie piatta, il testo fondamentale è Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. Il loro saggio sull’Industria Culturale spiega perfettamente la gabbia invisibile che ho descritto.

Sulle lotte antimperialiste e i movimenti di liberazione Quando parlo di assedio, di blocchi economici e di resistenza dei popoli, non lo faccio per retorica. Carlos Marighella, nel Piccolo manuale della guerriglia urbana, racconta cosa significa lottare contro un sistema che ti vuole silenzioso. È un testo breve, ma apre un mondo.

Sulla filosofia della ribellione e la metafora di Bodhi E se vi chiedete perché ho scelto Point Break, la risposta è nella sua sceneggiatura. Kathryn Bigelow costruisce Bodhi come simbolo del risveglio: un uomo che rifiuta la gabbia quotidiana e cerca un’esistenza più piena. È cinema, sì, ma è anche filosofia esistenziale.