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martedì 13 gennaio 2015

Il Mit ricorre alla Consulta contro la “sterilizzazione forzata”

Immagine tratta dalla pagina Fb della campagna “Un altro genere è possibile“
Bologna, 13 gen. – Dopo la campagna “Un altro genere è possibile” il Mit ha deciso di portare alla Corte Costituzionale il ricorso contro l’obbligo dell’intervento chirurgico per le persone trans che desiderano cambiare il genere sulla carta d’identità.

Ad aprire la strada al ricorso, spiega Cathy La Torre avvocata e vicepresidente del Mit, è stata l’ordinanza 228/2014 del Tribunale di Trento che ha sollevato la questione di costituzionalità sull'obbligo dell’operazione chirurgica prevista dalla legge 164 del 1982 “in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”. L’imposizione di un intervento chirurgico, dice l’ordinanza, potrebbe essere lesivo del diritto alla salute (“sia il trattamento ormonale sia la RCS, sono – notoriamente – molto rischiosi per la salute umana” si legge) e dello stesso diritto a scegliere la propria identità di genere, previsto dalla legge 164.

Il Mit ha quindi deciso di aderire a quella interpretazione del Tribunale di Trento raccontando le storie di persone trans che, avendo rifiutato l’operazione, si trovano spesso in situazioni difficili o imbarazzanti perché i documenti non rispecchiano il loro aspetto esteriore. I problemi possono accedere alle frontiere, in aeroporto, alla posta per il ritiro di una raccomandata, racconta Cathy La Torre.

I tempi in cui verrà analizzata la questione dipendono ora dalla Corte Costituzionale, ma La Torre è ottimista. La Consulta ha già dimostrato in passato di avere una certa sensibilità sul tema. C’è il precedente del caso Bernaroli, nel quale La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che annulla le nozze se uno dei due coniugi cambia sesso.


Damiana Aguiari

Fonte:http:http://www.radiocittadelcapo.it/archives/trans-mit-consulta-sterilizzazione-forzata-154566/

https://www.youtube.com/channel/UC3kvO2kgLuu4PB2UgneceLA

mercoledì 23 luglio 2014

Riattribuzione chirurgica del sesso: in Italia si può - Di Laura Denu.

RIATTRIBUZIONE CHIRURGICA DEL SESSO: IN ITALIA SI PUÒ - UNA CLASS ACTION INDISCRIMINATA RISCHIA DI AFFOSSARE 30 ANNI DI LAVORO, IMPEGNO E CONQUISTE


Perchè la volontà di riaffermare questo dato di fatto? Per contrappormi all'ondata di disinformazione, mistificazione e strumentalizzazione a cui sto/stiamo assistendo per mano e volontà di alcuni personaggi del mondo transgender e non solo, che hanno ritenuto proficuo fare azione di terrorismo, distribuendo sul territorio nazionale l'informazione secondo cui in Italia sarebbe azzardato se non addirittura pericoloso, rivolgersi ai diversi centri sparsi nel territorio, per accedere all'intervento per cambiare sesso.


“Non esistono centri autorizzati e sufficientemente specializzati” a cui rivolgersi per vedere tutelata la propria salute psico-fisica, e per scongiurare danni e mutilazioni irreversibili, sarebbe opportuno rivolgersi in Thailandia o negli USA. Affermazioni del genere danno il via a sentimenti diffusi di diffidenza e paura, che destabilizzano chi serenamente coltivava questo tipo di progetto.

Tutto si sviluppa da alcuni episodi di cronaca dell'ultimo anno, in particolare mi riferisco al caso del policlinico Umberto I di Roma e alle quattro pazienti che sarebbero state “usate come cavie” all'interno di un protocollo sperimentale a loro insaputa. Il caso vuole che io, per altre problematiche, frequenti il dipartimento di chirurgia plastica ricostruttiva del policlinico di Roma da ben 16 anni e per questo posso tranquillamente fare una considerazione personale in merito all'altissimo livello di professionalità, competenza, disponibilità e umanità degli operatori, di cui ho goduto in questi anni, anche nei momenti più difficili da gestire, al di là di ogni possibile aspettativa. Come testimone diretta, posso dunque contestualizzare questa mia personale esperienza.

Ora, si potrebbe fare un manuale vero e proprio su storia, termini, forma e sostanza, ma diventerebbe estenuante. Mi limito a mettere il punto su poche ma fondamentali questioni centrali.


L'intervento di riattribuzione chirurgica del sesso oggi è un intervento iper collaudato, che vede l'uso di tecniche chirurgiche raffinatissime ed ottimizzate a livelli altissimi, sia dal punto di vista estetico che funzionale, ma in soltanto tre o quattro centri sparsi nel territorio. In Italia si effettuano circa 150 interventi l'anno, con un aumento del 25% negli ultimi 5 anni. Per lo più si tratta di conversione andro-ginoide (da maschio a femmina). I numeri relativi alla riuscita dell’intervento chirurgico di RCS, stando alle percentuali fornite dai centri specializzati e associazioni, su 10 operazioni 8 hanno un buon esito, 2 hanno esito parzialmente o totalmente negativo (stenosi e fibrosi delle pareti vaginali, fistole, infezioni, prolasso della cute peniena che riveste la neo-vagina). Le seconde hanno altrettanto peso se si tratta della vita delle persone. Non esistono, in realtà, dati e statistiche precise che riportino i numeri esatti, ma le tendenza pare essere questa stimata. Dati confermati anche in questo studio presentato al Congresso Nazionale SIA.

Qui riprendo una considerazione, a mio parere equilibrata, di Porpora Marcasciano, presidente del MIT (Movimento Identità Transessuali), che si è espressa in un articolo su Italialaica.it in merito alla questione sollevata dall'avvocata Alessandra Gracis secondo cui in Italia non esistono centri affidabili a cui rivolgersi per cambiare sesso: “Facciamo nostre tutte le denunce di mala sanità sollevate da Alessandra e da tutte le persone trans che hanno subito dei danni reali e drammatici, con la speranza e l’invito a far rientrare le loro richieste in una strategia comune, intelligente, concordata e di rete. Facciamo molta attenzione perché il rischio di perdere quello che abbiamo conquistato è molto alto e su questo credo e spero che ognuno si assuma le proprie responsabilità, quelle di una popolazione di circa 50000 persone in Italia, della loro dignità, delle loro possibilità, dei loro diritti, compreso quello di cambiare sesso.”


Testimonianze dirette, che vengono dalla lunga frequentazione personale del Policlinico di Roma che esegue la RCS da almeno 20 anni, riferiscono esiti chirurgici soddisfacenti. E' evidente che nel mondo Trans, tutti/tutte sanno dove si può e dove non si può andare, quale chirurgo è più accreditato di altri o meno. E bisogna considerare che le reazioni biologiche ad un qualsiasi intervento chirurgico sono altamente soggettive, anche se fatto da mani esperte. Di questo una mente consapevole dovrebbe tenerne conto.


Questo è un punto centrale: la consapevolezza, l'informazione e le aspettative spesso poco realistiche che le persone danno a questo tipo di interventi. L'approccio a volte sembra essere al limite del “mi cambio il taglio di capelli”. Nell'articolo di Repubblica citato sopra si dichiara: “Nessun consenso informato presentato alle pazienti relativo al carattere sperimentale di quel tipo di operazione”. Eppure da qualche anno esiste l'obbligo di un consenso informato specifico, che spiega nei dettagli e in merito all'intervento a cui si sta per essere sottoposti, rischi, controindicazioni, eventuali complicazioni, ecc.

Per questo a seguire mi limiterò a stendere una lista di cose che spesso non fate ma che dovreste fare per auto-tutelarvi da brutte sorprese. Tenendo conto comunque delle ragioni per cui si arriva all'intervento oppresse e sfiancate da anni di attese, di rinvii, di ingerenze burocratiche e coatti protocolli pseudo-scientifici (Onig). Se abbracciate la scelta di autodeterminarvi, deciderete voi se, come, dove e quando.

Per avviare il percorso di transizione non occorre affidarsi necessariamente a consultori e associazioni. Basta cercarsi un buon avvocato ed un bravo endocrinologo che non sia legato a protocolli pseudo-scientifici.

Non occorre nessuna diagnosi di DIG (disturbo dell'identità di genere): sarà il giudice del tribunale di appartenza, una volta presentato il ricorso, se lo riterrà opportuno, a nominare un consulente tecnico d'ufficio (CTU), che deciderà per una indagine di tipo psicologico. Sta a voi stabilire la necessità di una relazione da allegare al ricorso (sono sufficienti due incontri) che confermi il DIG.
Le terapie ormonali possono essere prescritte da un endocrinologo di fiducia, meglio se in una struttura pubblica, senza l'autorizzazione di nessuno.
I trattamenti estetici di base (come l'epilazione) si fanno negli ospedali. Diversi fanno anche la mastoplastica additiva: chiedete, informatevi.
Stabilite il più possibile un rapporto di fiducia con i professionisti che vi seguono, dialogate con loro, chiedete, esigete risposte. Con il chirurgo che vi siete scelte non abbiate timori reverenziali, cercate un rapporto paritario di scambio emotivo e di informazioni. Se qualcosa non andrà proprio come previsto (capita), cercate un dialogo ed un confronto onesto e diretto per decidere insieme come comportarsi, anziché viverlo come un fallimento e chiudervi nell'irrisolvibile. È possibile, se vi siete scelte il medico giusto, che vi ascolta e che parla con voi perchè voi lo avete preteso.
Capisco che dopo anni di negazione di sé, la fretta di concludere un percorso, che in realtà non si chiude mai, prenda il sopravvento. Proprio per questo non mettetevi in lista per l'intervento in tre/quattro ospedali secondo il principio “chi mi chiama, prima vado”. A meno che non abbiate le possibilità economiche per andare all'estero, pagare e fare tutto in tempi ragionevoli per le vostre esigenze.
Non caricate l'intervento di aspettative poco realistiche: la vostra neo-vagina non è un organo “naturale” ma ri-costruito e che presenta dei limiti strutturali e anche di tipo biologico. Capacità di cicatrizzazione, tempi di guarigione, strutture cutanee, quantità di tessuto utilizzabile per la ricostruzione. Non esiste una neo-vagina profonda 20 cm, ma si può ottenere il meglio se ci si attiene scrupolosamente a tutte le indicazioni del caso. Il tutore vaginale per gli esercizi di dilatazione va usato tutta la vita, tranne se avete rapporti continuativi e “regolari”. La neo-vagina anche dopo 20 anni tende per natura alla fibrosi e al restringimento. Se un chirurgo non vi trasmette tutti questi dati, non è quello giusto. Cercatene un altro!
Il corpo è solo un corpo, non deve rappresentare nessuno tranne voi stesse/stessi, non esistono modelli e stereotipi a cui assomigliare, non dobbiamo diventare “normali e uguali” a nessuno. Pensare di fare la RCS se non si hanno motivazioni strutturate, realistiche e consapevoli, che non vadano oltre l'intimo perimetro del proprio sentire sarebbe un rischio in ogni caso. Anche se il vostro intervento avrà esiti strabilianti. Ma non fatevi strumentalizzare da personaggi senza scrupoli in cerca di potere e visibilità. Cercate soluzioni col vostro medico, se avete costruito e preteso un rapporto diretto, c'è sempre una soluzione se c'è stata quella consapevolezza come fondamento.
All'atto del ricovero vi viene chiesto di leggere e firmare il consenso informato. Se ve ne consegnano uno soltanto non lo firmate, chiedete il consenso informato specifico per l'intervento che state per fare, dove vengono elencati con chiarezza pro e contro. Ma soprattutto leggeteli e rileggeteli, non li legge nessuno, lo so. “Che mi frega di leggere tutti questi fogli, firmo e basta”! È un classico che si ripete sempre. In caso contrario non potrete recriminare nulla, se non lo avete letto ma lo avete firmato.
Non state dietro al “si dice in giro che”....cercate fonti di informazione attendibili, esistono ovunque, finchè non trovate il meglio per le vostre aspettative. Un protocollo sperimentale si chiama sperimentale perchè non è stato mai fatto ed è primario essere consapevoli del fatto che può andare a buon fine o meno. Nel caso dell'Umberto I non era sperimentale la tecnica chirurgica, già applicata da anni alle problematiche genitali femminili (sindrome di Mayer-Rokitansky-Kuster-Hauser) con successo. E' l'applicazione alla riattribuzione sessuale ad essere sperimentale, e non sempre con esiti negativi.
Non si accede alla RCS per le richieste del compagno di turno, oppure nell'illusione di una maggior integrazione socio-lavorativa o di una vita “normale” e meno marginalizzata. La tendenza alla prassi del respingimento e dell'esclusione sociale non avrà fine con un intervento chirurgico, ma forse avrà fine con la nostra lotta quotidiana per il diritto come “persona” all'affermazione delle nostre aspirazioni e dei nostri talenti personali.
Laddove è stato impossibile, invece, assicurarsi tutta una serie di tutele e garanzie, a causa di scelte sbagliate, affrettate o non dipendenti dalla propria volontà, e i danni subiti sono stati irreversibili, invalidanti, proprio a causa dell'incompetenza accertata del medico che vi ha operate, e dove viene a mancare la volontà da parte dei sanitari e della struttura a cui vi siete rivolte di collaborare nella ricerca di una qualche soluzione, allora diventa d'obbligo rivolgersi ad un legale e denunciare. E' falso che la classe medica sia inattaccabile, se si è stati attenti al fatto che regole, procedure e documentazioni siano state effettuate ed applicate correttamente.

Infine, il vero problema in Italia è rappresentato dalle lunghe liste di attesa nei centri migliori, perchè anche nei pochi centri specializzati si fanno pochi interventi in quanto classificati di bassa priorità. Siamo considerate “malate” (DSM), ma per curarci ci impiegano anni, questo è la contraddizione di fondo. Siamo tutte e tutti vittime di un sistema economico-politico-sociale che non funziona ed è innegabile, ma lavorare su noi stessi/stesse per imparare ad auto-tutelarci ed autodeterminarci diventa fondamentale per sopravvivere e resistere ad una macchina infernale pronta a schiacciare, ostacolare e distruggere. Quindi a ciascuno le proprie responsabilità, che si denunci la malasanità laddove esiste, ma attenzione a chi approfittando di questo polverone, non aspetta altro che toglierci anche quel poco che abbiamo conquistato. Poi altro che diritto alla salute!


Per questo a noi persone Trans, ma non solo, non è concesso improvvisare se vogliamo difendere e proteggere il nostro diritto ad essere e ad esserci, come meglio crediamo. Attraverso l'unico strumento che ci occorre: l'orgoglio di essere ciò che siamo, senza che nessuna istituzione scientifica e giuridica si arroghi il diritto di scegliere e decidere per noi. A qualsiasi prezzo, tranne quello della propria salute psico-fisica.

La normalizzazione non è mai una risposta!




Brevi cenni storici


La tecnica chirurgica di riattribuzione sessuale viene introdotta dal dott. Christian Hamburger che per la prima volta, nel 1951, portò a termine tale intervento. Pochi anni più avanti, nel 1956, il ginecologo francese Georges Burou, inizia presso una clinica nel centro di Mers Sultan, la sua lunghissima e storica esperienza medico/chirurgica di riattribuzione sessuale. Sarebbero più di 1000 gli interventi all'attivo di Burou, e la sua tecnica viene ancora oggi insegnata nel mondo, a quasi 30 anni dalla morte.



Il dott.re Georges Burou


In Italia fa da pioniere di questa tecnica chirurgica il prof. Angelo Salvini, urologo di fama europea che iniziò a praticarla clandestinamente a metà anni '70, alle persone che ne facevano richiesta e che non avevano la possibilità di recarsi a Londra (Charing Cross Hospital) o a Casablanca. L'attività del Prof. Salvini si sviluppa in modo esponenziale come unico punto di eccellenza italiano per il cambio di sesso, in quegli anni, a Milano.


In seguito, nei primi anni '90, altri due centri si sono uniti all'Ospedale di San Donato Milanese dove operava Salvini, l'ospedale Sant'Eugenio di Roma, dove operava il dott. Alfredo Palmisano, e il SAIFIP diretto e fondato nel '91 dal prof. Aldo Felici. Ma anche a Pietra Ligure (dott. Bormioli), a Trieste (dott. Trombetta), a Roma (prof. Scuderi), a Milano (prof. Austoni), a Perugia (prof. Dominici), a Bari (prof. Selvaggi).


Nel 1982 arriva il supporto della regolamentazione giuridica con la legge 164/82 – Norme in materia di riattribuzione sessuale – legge De Cataldo, voluta fortemente dal M.I.T. di quegli anni – Movimento Italiano Transessuali – e dal Partito Radicale, accolta ed approvata in tempi brevissimi dal Parlamento in modo trasversale.


E' proprio di questi mesi, dopo 30 anni, la proposta - ddl 405 - di ridiscussione della legge 164/82, che, pur essendo uno strumento giuridico rilevante, presenta alcuni aspetti di restrizione rispetto all'autodeterminazione delle persone, nella volontà, che dovrebbe essere riconosciuta, di non voler accedere alla riassegnazione chirurgica del sesso per vedere invece legittimato il diritto alla rettifica anagrafica del genere di appartenenza, senza dover essere obbligate/i alla medicalizzazione forzata, laddove non ve ne sia volontà e necessità.



Fonte: laura denu

giovedì 17 aprile 2014

Performance ' Gender Obsolescence' sorprendi nel rompere concetti sul sesso, genere e identità.


JULIUS KAISER e' videomaker, drag king e performance artist. La sua ricerca artistica ha origine nell'ambito della sperimentazione che indaga i ruoli sociali di genere proponendo una visione fluida degli stessi coerentemente con le teorie filosofiche Queer. 

L'incontro con l'artista Kyrahm ha determinato una prospettiva artistica ai contenuti di tale indagine, dando vita a performance sperimentali ottenendo riconoscimenti a livello internazionale. Lavora anche come videomaker realizzando videoclip e documentari, organizza workshop.

Insieme operano sia nella scena underground che nell'ambito dell'arte contemporanea presso gallerie, musei e rassegne internazional, organizzano seminari ed eventi.

Corpi nudi allineati, maschere d'oro che rivelano e nascondono l'identità.

Un rituale solenne che promette porre fine con sottigliezza, la sorpresa e la forza con le etichette e le aspettative di genere e le loro identità.

Nella ormai famosa performance " Gender Obsolescence" [ho meglio Human Installation], della coppia italiana Kyrahm e Julius Kaiser , aver penis, vagine, seno non dice molto su chi sei, soprattutto se si intende tali attributi come determinanti per le identità .

Al contrario, se allineati, strapazzate o [ri] costruiti, fanno parte di una ricca composizione delle possibilità di personaggi nelle transizioni costanti e incontri personali. 

Al suono di “The Unfolding” di Lisa Gerrard e Pieter Bourke , ogni individuo mostra una parte di sua storia attraverso il corpo. Chi e un po attento
, riesci a distinguere leggermente: un uomo cis, un uomo trans, una donna trans e una donna cis. 

Ecco, allora, apparire sul palco un'altra creatura, che rimescola l'ovvio, subisce un altro processo: quello dell'abbigliamento con pantaloni, giacca e cravatta. E getta inconsciamente la domanda: Chi è chi? per i Frammenti, genitale, vestiti, l'esperienza e la quotidianità? 

Alla fine, rimuovono tutte le maschere e rivelano il meraviglioso complesso. 

nel testo che accompagna la comunicazione, gli autori non definiscono un / una transessuale come qualcuno che sta diventando un uomo o una donna. "E 'il ritorno al contrario. Il cambiamento del corpo di un uomo transessuale non vuol dire che sta diventando un uomo, ma che sta tornando ad essere un uomo.



La performance ha vinto al Festival di Berlino 2008 Film, Vincitore Sezione Performance Human Installation I: Obsolescenza del Genere
2009, Venezia, e IDKEX negli Stati Uniti. 



Attualmente può essere visto su Youtube, con le restrizioni di età e con oltre 1 milione di visualizzazioni.




Donna cis :l termine "cis" si riferisce a cisgênero , un concetto che identifica le persone che non sono trans *



sabato 20 ottobre 2012

Riguardo il diritto di manifestare la propria transfobia: La Macelleria Sociale ha riaperto i battenti

pubblicata da Michela Angelini il giorno Sabato 20 ottobre 2012 alle ore 11.58 ·


“Macelleria sociale” ripete più volte il professor Paglianti, antropologo, durante il suo intervento al convegno “dalla scoperta di sé alla trasizione”. “Macelleria sociale” quando si vuole far coincidere genere e sesso anatomico. “Macelleria sociale” quando essere uomo o donna significa rispondere ad una lista di ruoli stereotipati. “Macelleria sociale” quando si negano le sfumature di genere a favore del binarismo sessuale. “Macelleria sociale” quando si pensa che gli ultimi 100 anni di storia cancellino tutti i precedenti. E' fiero di illustrare vite di importanti personaggi del passato nelle vesti del sesso opposto. Il genere è, infatti, una costruzione sociale, una lista di norme non scritte che è variata tanto nei secoli e varia a seconda della società considerata. Sorride mentre elenca i “sintomi” della disforia di genere (della transessualità) contenuti nel manuale diagnostico DSM IV e consiglia, ridendo, “attenti uomini veri, non lavate i piatti e non buttate la spazzatura, potreste essere presi per transessuali”.



Da ognuno dei professionisti che si sussegue al microfono, medici, psicologi, legali e persone direttamente coinvolte con le problematiche trans, emerge la consapevolezza che ogni individuo (trans o non trans) incarna una variante di genere e che ogni transessuale ha la sua personale storia. Società, legge, medicina e servizi devono rinunciare al dualismo di genere sostituendolo con un ventaglio di combinazioni di maschile e femminile, svincolato dalla conformazione genitale.



Ma fuori dal policlinico G.B. Rossi di Verona, che ospita l'evento, ci sono altri “esperti di tematiche sociali”, che esprimono idee diverse. Invece di presentarsi come professori, dottori o medici si presentano con i nomi di “Christus Rex, Lotta studentesca, Famiglia e civiltà e, ben barricati dietro lo slogan le tasse degli studenti non servono per pagare i “disturbi” altrui, distribuiscono volantini dove espongono teorie virilistico-fasciste.



Attraverso “per caso” la strada e un omone grande e grosso, rappresentante di quelli che i giornali chiamano “forze di estrema destra e cattolico tradizionalisti”, mi consegna uno di questi volantini. Apprendo, così, che l'università (la paladina dell'evoluzionismo chirurgico), spiegherà come cambiare sesso, sposarsi ed adottare bambini, a persone che spesso non intraprendono il percorso di transizione per cambiare sesso ma per creare figure a metà tra uomo e donna, che popolano le strade ed i locali notturni. Questa nuova tendenza, lontana dal buon gusto, non dovrebbe assolutamente essere oggetto di discussione all'interno di un'università, popolata da ragazzi e ragazze educati secondo natura per essere uomini e donne veri.

“Piacere, sono Michela e sono trans”, mi viene da dire all'omone, che bofonchia qualcosa tra un “oh ed un ah”. Chiedo perché siano li, a presidiare e a distribuire questi volantini e mi viene risposto “Perché qui si insegna a diventare trans”. Rispondo che, evidentemente, è mal informato. Il convegno tratta, infatti, dell'accettare se stessi senza dover combaciare con stereotipi di genere e che non necessariamente significa affrontare una transizione, ma solo star bene con se stessi. Mi viene risposto, con tono scocciato, che “non sono certo questi i problemi dell'Italia”.



Tornata dall'altro lato della strada Barbara X, scrittrice, attivista per i diritti trans ed antispecista, capendo l'ideologia alla base di tale presidio, espone una bandiera antifascista e sottolinea che manifestare per negare l'esistenza ad una categoria di persone (colpevoli di interpretare il sé secondo scienza e non secondo stereotipo) non può essere permessa, visto che l'Italia, democratica, è antifascista per costituzione.

Con mio grande rammarico, scopro che il presidio è autorizzato e che le “forze dell'ordine” presenti invitano Barbara a mettere via la bandiera perché, così facendo, stava dando via ad un contropresidio che, a differenza di quello dall'altro lato della strada, non aveva il benestare della questura. Le “forze dell'ordine” ci invitano a proseguire verso il convegno perché “il vostro posto è la dentro” mentre, evidentemente, stavamo infastidendo la regolare, giusta, transfobica manifestazione catto-fascista che, protetta dalle forze dell'ordine, era li per insegnare il verbo a chiunque passasse di lì: le persone trans sono una malattia contagiosa, a questo convegno vogliono farvi diventare trans.

“Macelleria sociale” è permettere manifestazioni con questi contenuti. Mi sarebbe stato permesso, davanti ad un convegno che parla di disabilità, di puntare il dito su questa categoria di persone,mezzi uomini e mezzi macchina, nuovi mostri dell'evoluzionismo chirurgico, che popolano i marciapiedi facendo spendere milioni di euro per abbattere le barriere architettoniche?

Secondo il signore della digos avrei tutto il diritto di farlo, perché siamo in democrazia. Io credo sarei stata, giustamente, lapidata dai passanti (che non credo sarebbero stati considerati un contropresidio). Qual'è la differenza tra la prima, reale, e la seconda, provocatoria, manifestazione? Ci sono persone che hanno più diritto all'esistenza di altre? Ci sono fascismi permessi e fascismi vietati? Credete ancora che una legge contro l'omotransfobia non serva?



C'è poi un altro dato, secondo me, altrettanto grave: accettare di essere macellat* socialmente. La stragrande maggioranza di persone, anche transessuali, che partecipa al convegno ritiene che fuori ci siano solo quattro poveracci non degni di attenzione. Peccato che questi “poveracci” siano fuori con uno striscione, un megafono ed altri volantini, a sputare ignoranza, pregiudizio e odio verso le persone trans verso ignari passanti o curiosi che, forse, senza questo bagno di sentenze sarebbero entrati ad informarsi sulle tematiche di genere.

Il convegno è stato definito un trionfo ma, mi chiedo, come possiamo definirci trionfanti se ignoriamo la dilagante transfobia, sminuendo la gravità di certi episodi? Non è forse il caso di smetterla con il qualunquismo e iniziare a reagire agli insulti della gente imbevuta di ideali che puzzano di vecchio?

In nome di quale democrazia dovremmo permettere a questa “macelleria sociale” di funzionare? Perché devo girarmi e vedere la dignità delle persone ridotta a mezzene e frattaglie da macellai legalizzati che brandiscono la lama dell'ignoranza?

Non è forse ora di reagire dando qualche scornata a questo sistema virilistico-fascista che pretende di decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato senza sapere nemmeno di cosa stanno parlando?

Non sarebbe, forse, il caso di pensare ad una manifestazione, ad un Verona pride, per dire a questa gente che siamo orgoglios* di essere transgender ed omosessuali e che i socialmente disadattati non siamo noi?

Spero che a seguito di questa riflessione sorgano idee per mettere in atto contromisure da parte della comunità GLBTIQ, in modo che episodi del genere non si ripetano perché, diciamocelo, non ne possiamo più di essere carne da macello.




lunedì 6 agosto 2012

TRIBUNALE ROMA: "RIASSEGNARE GENERE ANCHE SENZA OPERAZIONE"

La prima sezione del Tribunale civile di Roma ha stabilito che la legge 164 non ritiene l'intervento chirurgico come determinante per riassegnare il genere: "Il sesso dato complesso, non solo fisico".

La notizia risale allo scorso marzo ma è stata resa nota solo ora dal sito di Equal Jus, l'associazione europea di giuristi che si occupano di diritti delle persone lgbt.
La prima sezione del tribunale civile di Roma, decidendo in merito al caso di una trans MtoF, ha stabilito che non è necessario aspettare che la persona si sottoponga all'intervento per la riassegnazione del genere per cambiare i documenti all'anagrafe e sostituire il genere di nascita con quello scelto.
A quanto si legge nella sentenza, "il trattamento medico-chirurgico previsto dalla legge n. 164/82 è necessario nel solo caso in cui occorre assicurare al soggetto transessuale uno stabile equilibrio psicofisico, ossia nel solo caso in cui la discrepanza tra il sesso anatomico e la psicosessualità determini un atteggiamento conflittuale di rifiuto dei propri organi sessuali".

"Pertanto deve ritenersi che nei casi in cui non sussista tale conflittualità non è necessario l’intervento chirurgico per consentire la rettifica dell’atto di nascita" continunano i giudici secondo la cui interpretazione, la legge 164/82, quella che regolamenta la riassegnazione del genere, "non prevede il trattamento chirurgico di adeguamento degli organi sessuali come presupposto indispensabile per la rettifica, ma dispone so1o che tale intervento debba essere autorizzato, quando necessario.
Tale interpretazione si impone anche alla luce degli argomenti esposti dalla pronuncia della Corte Costituzionale n. 161/1985, nell’ambito della quale viene affermata una nozione di identità sessuale che tiene conto non solo dei caratteri sessuali esterni, ma anche di elementi di carattere psicologico e sociale, derivandone una 'concezione del sesso come dato complesso della personalità, determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando il o i fattori dominanti'".

La trans che aveva presentato ricorso presso il tribunale, si era già sottoposta all'operazione per a ricostruzione del seno e secondo le perizie presentate in tribunale, questo era bastato al raggiungimento di "un livello tale di integrazione dei propri organi genitali con la propria immagine corporea da poter vivere in modo soddisfacente sia a livello personale e sia nelle relazioni con gli altri". In più, sempre secondo la stessa relazione la persona in questione avrebbe già "raggiunto un soddisfacente equilibrio anche nella vita sessuale tanto che un intervento di RCS risulterebbe inopportuno e rischioso rispetto alla soddisfazione raggiunta nell’area sessuoaffettiva".

Alla luce sia dell'interpretazione della legge che delle relazioni mediche presentante, quindi, i giudici hanno ordinato "senza ulteriormente attendere lo svolgimento dell’autorizzato intervento chirurgico, la richiesta rettifica dell’attribuzione di sesso nei registri dello stato civile da maschile a femminile, con l’assunzione da parte del ricorrente del nome XX" ordinando all'ufficiale di stato civile di sostituire l'indicazione di "sesso maschile" con quella di "sesso femminile" nei documenti riconducili alla trans la cui identità è stata mantenuta privata.

sabato 9 luglio 2011

Tribunale Roma: "Riassegnare genere anche senza operazione"


La prima sezione del Tribunale civile di Roma ha stabilito che la legge 164 non ritiene l'intervento chirurgico come determinante per riassegnare il genere: "Il sesso dato complesso, non solo fisico".

La notizia risale allo scorso marzo ma è stata resa nota solo ora dal sito di Equal Jus, l'associazione europea di giuristi che si occupano di diritti delle persone lgbt.La prima sezione del tribunale civile di Roma, decidendo in merito al caso di una trans MtoF, ha stabilito che non è necessario aspettare che la persona si sottoponga all'intervento per la riassegnazione del genere per cambiare i documenti all'anagrafe e sostituire il genere di nascita con quello scelto.A quanto si legge nella sentenza, "il trattamento medico-chirurgico previsto dalla legge n. 164/82 è necessario nel solo caso in cui occorre assicurare al soggetto transessuale uno stabile equilibrio psicofisico, ossia nel solo caso in cui la discrepanza tra il sesso anatomico e la psicosessualità determini un atteggiamento conflittuale di rifiuto dei propri organi sessuali". "Pertanto deve ritenersi che nei casi in cui non sussista tale conflittualità non è necessario l’intervento chirurgico per consentire la rettifica dell’atto di nascita" continunano i giudici secondo la cui interpretazione, la legge 164/82, quella che regolamenta la riassegnazione del genere, "non prevede il trattamento chirurgico di adeguamento degli organi sessuali come presupposto indispensabile per la rettifica, ma dispone so1o che tale intervento debba essere autorizzato, quando necessario.Tale interpretazione si impone anche alla luce degli argomenti esposti dalla pronuncia della Corte Costituzionale n. 161/1985, nell’ambito della quale viene affermata una nozione di identità sessuale che tiene conto non solo dei caratteri sessuali esterni, ma anche di elementi di carattere psicologico e sociale, derivandone una 'concezione del sesso come dato complesso della personalità, determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando il o i fattori dominanti'". La trans che aveva presentato ricorso presso il tribunale, si era già sottoposta all'operazione per a ricostruzione del seno e secondo le perizie presentate in tribunale, questo era bastato al raggiungimento di "un livello tale di integrazione dei propri organi genitali con la propria immagine corporea da poter vivere in modo soddisfacente sia a livello personale e sia nelle relazioni con gli altri". In più, sempre secondo la stessa relazione la persona in questione avrebbe già "raggiunto un soddisfacente equilibrio anche nella vita sessuale tanto che un intervento di RCS risulterebbe inopportuno e rischioso rispetto alla soddisfazione raggiunta nell’area sessuoaffettiva".

Alla luce sia dell'interpretazione della legge che delle relazioni mediche presentante, quindi, i giudici hanno ordinato "senza ulteriormente attendere lo svolgimento dell’autorizzato intervento chirurgico, la richiesta rettifica dell’attribuzione di sesso nei registri dello stato civile da maschile a femminile, con l’assunzione da parte del ricorrente del nome XX" ordinando all'ufficiale di stato civile di sostituire l'indicazione di "sesso maschile" con quella di "sesso femminile" nei documenti riconducili alla trans la cui identità è stata mantenuta privata.

Fonte:http://www.gay.it/channel/attualit%C3%A0/32089/Tribunale-Roma-Riassegnare-genere-anche-senza-operazione.html

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