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giovedì 18 dicembre 2025

“Aborto sicuro e legale: una vittoria storica per le donne in Europa”


“Le destre hanno provato a fermare la libertà, ma l’Europa ha scelto i diritti.”


Il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione My Voice, My Choice con 358 voti favorevoli, 202 contrari e 79 astensioni. È un passo storico verso l’accesso sicuro e legale all’aborto in tutta l’Unione, sostenuto da oltre 1,12 milioni di firme raccolte nei Paesi membri.

Questa è una vittoria che parla di dignità, libertà e autodeterminazione. Una sconfitta per le destre, che hanno tentato di bloccare la risoluzione con testi alternativi e richiami ideologici, ma non sono riuscite a fermare la voce di milioni di cittadine e cittadini europei.

Chi ha votato a favore

Socialisti, Verdi e Sinistra hanno sostenuto compatto il testo.

Una parte significativa dei Popolari europei (PPE) ha scelto di votare sì, rompendo con la linea ufficiale contraria.

In Italia, i gruppi progressisti hanno votato a favore, mentre alcuni eurodeputati di destra hanno sorpreso sostenendo la risoluzione, creando un vero e proprio “giallo politico”.

Chi ha cercato di bloccare

I gruppi Conservatori e Patrioti, insieme a una parte del PPE, hanno votato contro.

In Italia, la maggioranza di Fratelli d’Italia e parte della Lega si è schierata contro, in linea con le destre europee.

Alcuni membri del PPE italiano hanno preferito l’astensione, riflettendo la spaccatura interna al gruppo.

Le Conferenze episcopali europee (Comece) hanno espresso “serie preoccupazioni”, chiedendo di tutelare la “vita non ancora nata”.

🇮🇹 Il voto italiano

Il voto italiano ha mostrato tutte le contraddizioni della politica nazionale:

Favorevoli: PD, Verdi e Sinistra.

Contrari: FdI e parte della Lega.

Astensioni: alcuni eurodeputati del PPE.

Sorprese: alcuni esponenti di destra che hanno scelto di sostenere la risoluzione, rompendo con la linea ufficiale.

Il significato politico

Questa votazione non è solo un atto parlamentare: è un segnale contro chi vuole riportare l’Europa indietro, smantellando diritti conquistati con decenni di lotte. È anche un messaggio di speranza per milioni di donne che ancora oggi, in diversi Paesi membri, affrontano ostacoli enormi per accedere a un aborto sicuro.

“Con My Voice, My Choice l’Europa ha scelto di stare dalla parte delle donne, della libertà e della dignità. Le destre hanno provato a fermare questo passo, ma la voce di milioni di cittadine e cittadini ha prevalso. È una vittoria che segna la strada verso un’Europa dei diritti, non dei divieti.”
Questa è una vittoria che parla di dignità, libertà e autodeterminazione. Una sconfitta per le destre, che hanno tentato di bloccare la risoluzione con testi alternativi e richiami ideologici, ma non sono riuscite a fermare la voce di milioni di cittadine e cittadini europei.

Chi ha votato a favore

Socialisti, Verdi e Sinistra hanno sostenuto compatto il testo.

Una parte significativa dei Popolari europei (PPE) ha scelto di votare sì, rompendo con la linea ufficiale contraria.

In Italia, i gruppi progressisti hanno votato a favore, mentre alcuni eurodeputati di destra hanno sorpreso sostenendo la risoluzione, creando un vero e proprio “giallo politico”.

Chi ha cercato di bloccare

I gruppi Conservatori e Patrioti, insieme a una parte del PPE, hanno votato contro.

In Italia, la maggioranza di Fratelli d’Italia e parte della Lega si è schierata contro, in linea con le destre europee.

Alcuni membri del PPE italiano hanno preferito l’astensione, riflettendo la spaccatura interna al gruppo.

Le Conferenze episcopali europee (Comece) hanno espresso “serie preoccupazioni”, chiedendo di tutelare la “vita non ancora nata”.

🇮🇹 Il voto italiano

Il voto italiano ha mostrato tutte le contraddizioni della politica nazionale:

Favorevoli: PD, Verdi e Sinistra.

Contrari: FdI e parte della Lega.

Astensioni: alcuni eurodeputati del PPE.

Sorprese: alcuni esponenti di destra che hanno scelto di sostenere la risoluzione, rompendo con la linea ufficiale.

Il significato politico

Questa votazione non è solo un atto parlamentare: è un segnale contro chi vuole riportare l’Europa indietro, smantellando diritti conquistati con decenni di lotte. È anche un messaggio di speranza per milioni di donne che ancora oggi, in diversi Paesi membri, affrontano ostacoli enormi per accedere a un aborto sicuro.

“Con My Voice, My Choice l’Europa ha scelto di stare dalla parte delle donne, della libertà e della dignità. Le destre hanno provato a fermare questo passo, ma la voce di milioni di cittadine e cittadini ha prevalso. È una vittoria che segna la strada verso un’Europa dei diritti, non dei divieti.”



Fonte: Parlamento europeo – Risoluzione My Voice, My Choice

mercoledì 23 luglio 2014

Riattribuzione chirurgica del sesso: in Italia si può - Di Laura Denu.

RIATTRIBUZIONE CHIRURGICA DEL SESSO: IN ITALIA SI PUÒ - UNA CLASS ACTION INDISCRIMINATA RISCHIA DI AFFOSSARE 30 ANNI DI LAVORO, IMPEGNO E CONQUISTE


Perchè la volontà di riaffermare questo dato di fatto? Per contrappormi all'ondata di disinformazione, mistificazione e strumentalizzazione a cui sto/stiamo assistendo per mano e volontà di alcuni personaggi del mondo transgender e non solo, che hanno ritenuto proficuo fare azione di terrorismo, distribuendo sul territorio nazionale l'informazione secondo cui in Italia sarebbe azzardato se non addirittura pericoloso, rivolgersi ai diversi centri sparsi nel territorio, per accedere all'intervento per cambiare sesso.


“Non esistono centri autorizzati e sufficientemente specializzati” a cui rivolgersi per vedere tutelata la propria salute psico-fisica, e per scongiurare danni e mutilazioni irreversibili, sarebbe opportuno rivolgersi in Thailandia o negli USA. Affermazioni del genere danno il via a sentimenti diffusi di diffidenza e paura, che destabilizzano chi serenamente coltivava questo tipo di progetto.

Tutto si sviluppa da alcuni episodi di cronaca dell'ultimo anno, in particolare mi riferisco al caso del policlinico Umberto I di Roma e alle quattro pazienti che sarebbero state “usate come cavie” all'interno di un protocollo sperimentale a loro insaputa. Il caso vuole che io, per altre problematiche, frequenti il dipartimento di chirurgia plastica ricostruttiva del policlinico di Roma da ben 16 anni e per questo posso tranquillamente fare una considerazione personale in merito all'altissimo livello di professionalità, competenza, disponibilità e umanità degli operatori, di cui ho goduto in questi anni, anche nei momenti più difficili da gestire, al di là di ogni possibile aspettativa. Come testimone diretta, posso dunque contestualizzare questa mia personale esperienza.

Ora, si potrebbe fare un manuale vero e proprio su storia, termini, forma e sostanza, ma diventerebbe estenuante. Mi limito a mettere il punto su poche ma fondamentali questioni centrali.


L'intervento di riattribuzione chirurgica del sesso oggi è un intervento iper collaudato, che vede l'uso di tecniche chirurgiche raffinatissime ed ottimizzate a livelli altissimi, sia dal punto di vista estetico che funzionale, ma in soltanto tre o quattro centri sparsi nel territorio. In Italia si effettuano circa 150 interventi l'anno, con un aumento del 25% negli ultimi 5 anni. Per lo più si tratta di conversione andro-ginoide (da maschio a femmina). I numeri relativi alla riuscita dell’intervento chirurgico di RCS, stando alle percentuali fornite dai centri specializzati e associazioni, su 10 operazioni 8 hanno un buon esito, 2 hanno esito parzialmente o totalmente negativo (stenosi e fibrosi delle pareti vaginali, fistole, infezioni, prolasso della cute peniena che riveste la neo-vagina). Le seconde hanno altrettanto peso se si tratta della vita delle persone. Non esistono, in realtà, dati e statistiche precise che riportino i numeri esatti, ma le tendenza pare essere questa stimata. Dati confermati anche in questo studio presentato al Congresso Nazionale SIA.

Qui riprendo una considerazione, a mio parere equilibrata, di Porpora Marcasciano, presidente del MIT (Movimento Identità Transessuali), che si è espressa in un articolo su Italialaica.it in merito alla questione sollevata dall'avvocata Alessandra Gracis secondo cui in Italia non esistono centri affidabili a cui rivolgersi per cambiare sesso: “Facciamo nostre tutte le denunce di mala sanità sollevate da Alessandra e da tutte le persone trans che hanno subito dei danni reali e drammatici, con la speranza e l’invito a far rientrare le loro richieste in una strategia comune, intelligente, concordata e di rete. Facciamo molta attenzione perché il rischio di perdere quello che abbiamo conquistato è molto alto e su questo credo e spero che ognuno si assuma le proprie responsabilità, quelle di una popolazione di circa 50000 persone in Italia, della loro dignità, delle loro possibilità, dei loro diritti, compreso quello di cambiare sesso.”


Testimonianze dirette, che vengono dalla lunga frequentazione personale del Policlinico di Roma che esegue la RCS da almeno 20 anni, riferiscono esiti chirurgici soddisfacenti. E' evidente che nel mondo Trans, tutti/tutte sanno dove si può e dove non si può andare, quale chirurgo è più accreditato di altri o meno. E bisogna considerare che le reazioni biologiche ad un qualsiasi intervento chirurgico sono altamente soggettive, anche se fatto da mani esperte. Di questo una mente consapevole dovrebbe tenerne conto.


Questo è un punto centrale: la consapevolezza, l'informazione e le aspettative spesso poco realistiche che le persone danno a questo tipo di interventi. L'approccio a volte sembra essere al limite del “mi cambio il taglio di capelli”. Nell'articolo di Repubblica citato sopra si dichiara: “Nessun consenso informato presentato alle pazienti relativo al carattere sperimentale di quel tipo di operazione”. Eppure da qualche anno esiste l'obbligo di un consenso informato specifico, che spiega nei dettagli e in merito all'intervento a cui si sta per essere sottoposti, rischi, controindicazioni, eventuali complicazioni, ecc.

Per questo a seguire mi limiterò a stendere una lista di cose che spesso non fate ma che dovreste fare per auto-tutelarvi da brutte sorprese. Tenendo conto comunque delle ragioni per cui si arriva all'intervento oppresse e sfiancate da anni di attese, di rinvii, di ingerenze burocratiche e coatti protocolli pseudo-scientifici (Onig). Se abbracciate la scelta di autodeterminarvi, deciderete voi se, come, dove e quando.

Per avviare il percorso di transizione non occorre affidarsi necessariamente a consultori e associazioni. Basta cercarsi un buon avvocato ed un bravo endocrinologo che non sia legato a protocolli pseudo-scientifici.

Non occorre nessuna diagnosi di DIG (disturbo dell'identità di genere): sarà il giudice del tribunale di appartenza, una volta presentato il ricorso, se lo riterrà opportuno, a nominare un consulente tecnico d'ufficio (CTU), che deciderà per una indagine di tipo psicologico. Sta a voi stabilire la necessità di una relazione da allegare al ricorso (sono sufficienti due incontri) che confermi il DIG.
Le terapie ormonali possono essere prescritte da un endocrinologo di fiducia, meglio se in una struttura pubblica, senza l'autorizzazione di nessuno.
I trattamenti estetici di base (come l'epilazione) si fanno negli ospedali. Diversi fanno anche la mastoplastica additiva: chiedete, informatevi.
Stabilite il più possibile un rapporto di fiducia con i professionisti che vi seguono, dialogate con loro, chiedete, esigete risposte. Con il chirurgo che vi siete scelte non abbiate timori reverenziali, cercate un rapporto paritario di scambio emotivo e di informazioni. Se qualcosa non andrà proprio come previsto (capita), cercate un dialogo ed un confronto onesto e diretto per decidere insieme come comportarsi, anziché viverlo come un fallimento e chiudervi nell'irrisolvibile. È possibile, se vi siete scelte il medico giusto, che vi ascolta e che parla con voi perchè voi lo avete preteso.
Capisco che dopo anni di negazione di sé, la fretta di concludere un percorso, che in realtà non si chiude mai, prenda il sopravvento. Proprio per questo non mettetevi in lista per l'intervento in tre/quattro ospedali secondo il principio “chi mi chiama, prima vado”. A meno che non abbiate le possibilità economiche per andare all'estero, pagare e fare tutto in tempi ragionevoli per le vostre esigenze.
Non caricate l'intervento di aspettative poco realistiche: la vostra neo-vagina non è un organo “naturale” ma ri-costruito e che presenta dei limiti strutturali e anche di tipo biologico. Capacità di cicatrizzazione, tempi di guarigione, strutture cutanee, quantità di tessuto utilizzabile per la ricostruzione. Non esiste una neo-vagina profonda 20 cm, ma si può ottenere il meglio se ci si attiene scrupolosamente a tutte le indicazioni del caso. Il tutore vaginale per gli esercizi di dilatazione va usato tutta la vita, tranne se avete rapporti continuativi e “regolari”. La neo-vagina anche dopo 20 anni tende per natura alla fibrosi e al restringimento. Se un chirurgo non vi trasmette tutti questi dati, non è quello giusto. Cercatene un altro!
Il corpo è solo un corpo, non deve rappresentare nessuno tranne voi stesse/stessi, non esistono modelli e stereotipi a cui assomigliare, non dobbiamo diventare “normali e uguali” a nessuno. Pensare di fare la RCS se non si hanno motivazioni strutturate, realistiche e consapevoli, che non vadano oltre l'intimo perimetro del proprio sentire sarebbe un rischio in ogni caso. Anche se il vostro intervento avrà esiti strabilianti. Ma non fatevi strumentalizzare da personaggi senza scrupoli in cerca di potere e visibilità. Cercate soluzioni col vostro medico, se avete costruito e preteso un rapporto diretto, c'è sempre una soluzione se c'è stata quella consapevolezza come fondamento.
All'atto del ricovero vi viene chiesto di leggere e firmare il consenso informato. Se ve ne consegnano uno soltanto non lo firmate, chiedete il consenso informato specifico per l'intervento che state per fare, dove vengono elencati con chiarezza pro e contro. Ma soprattutto leggeteli e rileggeteli, non li legge nessuno, lo so. “Che mi frega di leggere tutti questi fogli, firmo e basta”! È un classico che si ripete sempre. In caso contrario non potrete recriminare nulla, se non lo avete letto ma lo avete firmato.
Non state dietro al “si dice in giro che”....cercate fonti di informazione attendibili, esistono ovunque, finchè non trovate il meglio per le vostre aspettative. Un protocollo sperimentale si chiama sperimentale perchè non è stato mai fatto ed è primario essere consapevoli del fatto che può andare a buon fine o meno. Nel caso dell'Umberto I non era sperimentale la tecnica chirurgica, già applicata da anni alle problematiche genitali femminili (sindrome di Mayer-Rokitansky-Kuster-Hauser) con successo. E' l'applicazione alla riattribuzione sessuale ad essere sperimentale, e non sempre con esiti negativi.
Non si accede alla RCS per le richieste del compagno di turno, oppure nell'illusione di una maggior integrazione socio-lavorativa o di una vita “normale” e meno marginalizzata. La tendenza alla prassi del respingimento e dell'esclusione sociale non avrà fine con un intervento chirurgico, ma forse avrà fine con la nostra lotta quotidiana per il diritto come “persona” all'affermazione delle nostre aspirazioni e dei nostri talenti personali.
Laddove è stato impossibile, invece, assicurarsi tutta una serie di tutele e garanzie, a causa di scelte sbagliate, affrettate o non dipendenti dalla propria volontà, e i danni subiti sono stati irreversibili, invalidanti, proprio a causa dell'incompetenza accertata del medico che vi ha operate, e dove viene a mancare la volontà da parte dei sanitari e della struttura a cui vi siete rivolte di collaborare nella ricerca di una qualche soluzione, allora diventa d'obbligo rivolgersi ad un legale e denunciare. E' falso che la classe medica sia inattaccabile, se si è stati attenti al fatto che regole, procedure e documentazioni siano state effettuate ed applicate correttamente.

Infine, il vero problema in Italia è rappresentato dalle lunghe liste di attesa nei centri migliori, perchè anche nei pochi centri specializzati si fanno pochi interventi in quanto classificati di bassa priorità. Siamo considerate “malate” (DSM), ma per curarci ci impiegano anni, questo è la contraddizione di fondo. Siamo tutte e tutti vittime di un sistema economico-politico-sociale che non funziona ed è innegabile, ma lavorare su noi stessi/stesse per imparare ad auto-tutelarci ed autodeterminarci diventa fondamentale per sopravvivere e resistere ad una macchina infernale pronta a schiacciare, ostacolare e distruggere. Quindi a ciascuno le proprie responsabilità, che si denunci la malasanità laddove esiste, ma attenzione a chi approfittando di questo polverone, non aspetta altro che toglierci anche quel poco che abbiamo conquistato. Poi altro che diritto alla salute!


Per questo a noi persone Trans, ma non solo, non è concesso improvvisare se vogliamo difendere e proteggere il nostro diritto ad essere e ad esserci, come meglio crediamo. Attraverso l'unico strumento che ci occorre: l'orgoglio di essere ciò che siamo, senza che nessuna istituzione scientifica e giuridica si arroghi il diritto di scegliere e decidere per noi. A qualsiasi prezzo, tranne quello della propria salute psico-fisica.

La normalizzazione non è mai una risposta!




Brevi cenni storici


La tecnica chirurgica di riattribuzione sessuale viene introdotta dal dott. Christian Hamburger che per la prima volta, nel 1951, portò a termine tale intervento. Pochi anni più avanti, nel 1956, il ginecologo francese Georges Burou, inizia presso una clinica nel centro di Mers Sultan, la sua lunghissima e storica esperienza medico/chirurgica di riattribuzione sessuale. Sarebbero più di 1000 gli interventi all'attivo di Burou, e la sua tecnica viene ancora oggi insegnata nel mondo, a quasi 30 anni dalla morte.



Il dott.re Georges Burou


In Italia fa da pioniere di questa tecnica chirurgica il prof. Angelo Salvini, urologo di fama europea che iniziò a praticarla clandestinamente a metà anni '70, alle persone che ne facevano richiesta e che non avevano la possibilità di recarsi a Londra (Charing Cross Hospital) o a Casablanca. L'attività del Prof. Salvini si sviluppa in modo esponenziale come unico punto di eccellenza italiano per il cambio di sesso, in quegli anni, a Milano.


In seguito, nei primi anni '90, altri due centri si sono uniti all'Ospedale di San Donato Milanese dove operava Salvini, l'ospedale Sant'Eugenio di Roma, dove operava il dott. Alfredo Palmisano, e il SAIFIP diretto e fondato nel '91 dal prof. Aldo Felici. Ma anche a Pietra Ligure (dott. Bormioli), a Trieste (dott. Trombetta), a Roma (prof. Scuderi), a Milano (prof. Austoni), a Perugia (prof. Dominici), a Bari (prof. Selvaggi).


Nel 1982 arriva il supporto della regolamentazione giuridica con la legge 164/82 – Norme in materia di riattribuzione sessuale – legge De Cataldo, voluta fortemente dal M.I.T. di quegli anni – Movimento Italiano Transessuali – e dal Partito Radicale, accolta ed approvata in tempi brevissimi dal Parlamento in modo trasversale.


E' proprio di questi mesi, dopo 30 anni, la proposta - ddl 405 - di ridiscussione della legge 164/82, che, pur essendo uno strumento giuridico rilevante, presenta alcuni aspetti di restrizione rispetto all'autodeterminazione delle persone, nella volontà, che dovrebbe essere riconosciuta, di non voler accedere alla riassegnazione chirurgica del sesso per vedere invece legittimato il diritto alla rettifica anagrafica del genere di appartenenza, senza dover essere obbligate/i alla medicalizzazione forzata, laddove non ve ne sia volontà e necessità.



Fonte: laura denu

sabato 16 aprile 2011

IL CENTRO DEI DIRITTI

Parlare di diritti significa andare a parlare di un qualcosa di talmente vasto che, per quanto estremamente concreto e determinante, rischia di diventare un discorso aleatorio e teorico, usato a bella posta come strumento retorico o demagogico che non vuole cogliere o prendere seriamente in considerazione il fatto che nel nostro paese c'è una crescente carenza nel riconoscimento del diritto soggettivo.

Forse la buona intenzione di prendere in visione ogni aspetto della carenza del riconoscimento del diritto soggettivo, porta a diventare dispersive sul piano dell'incisività della propria azione e pensiero. Forviante è il pensare che ci si trovi di fronte alla negazione di una certa quantità diritti che interessano ora questa tipologia di persone ora quell'altra. Tale pensiero è forviante soprattutto perché distoglie dall'attenzione che il diritto soggettivo non è un qualcosa che possa considerarsi come una sommatoria di permessi o riconoscimenti, ma è un unico e sostanziale diritto della persona. Il fatto che poi questo diritto venga declinato su tutta una serie di aspetti, questo non significa che ogni aspetto assume la dignità di diritto a se stante.

Il mio diritto di esserci legittimamente, implica l'essere riconosciuta, poter accedere adeguatamente ai servizi, poter esprimere liberamente il mio pensiero, poter interpretare liberamente il mio esserci nel contesto sociale nel quale vivo. Il mio diritto ad esserci viene negato anche se solo un aspetto limita la mia possibilità di esserci pienamente nel quadro sociale.

Affermare “io ci sono” è l'affermazione sostanziale e di sintesi che rivendica e reclama il proprio diritto, proprio in relazione al fatto che una certa quantità di servizi, opportunità, situazioni sono precluse variamente alle persone proprio perché queste, nella situazione o modalità in cui ci sono, non viene riconosciuta, presa in considerazione, ritenuta importante. Nel momento che a me viene negato un solo aspetto del mio esserci socialmente, mi viene negato il mio diritto soggettivo di esserci e di potermi legittimamente autodeterminare.

Io sono mia, recitava un vecchio slogan, e questo riassumeva l'interezza delle rivendicazioni sociali e politiche di un intero movimento che – sebbene ora molto disconosciute – hanno portato a significativi cambiamenti sociali.
“Io sono mia” esprime un valore politico e sociale fondamentale, poiché sottolinea ed imprime una consapevolezza del proprio diritto ad esserci secondo la propria volontà, visione e determinazione.
Se oggi noi dobbiamo muovere il pensiero e l'azione in relazione al diritto, forse è il momento che riprendiamo a declinare in modo nuovo e incisivo questa affermazione “io sono mia/o”, avendo il coraggio (e non tanto la fantasia) di applicare questa affermazione su ogni piano sociale, culturale, politico ed economico.

Cosa può significare questo? Penso che in primo luogo se noi ci assumiamo il compito ed il coraggio di declinare l'affermazione “io sono mia/o” ci troveremo di fronte ad un profondo disagio in merito alla impostazione politica generale delle rivendicazioni, e questo perché per noi sarà difficile poter sostenere una lotta che indica come diritto ciò che noi riteniamo sia solo un aspetto, uno degli elementi che si declinano dalla consapevolezza del proprio diritto che si attua nella reale possibilità e legittimità di autodeterminazione. In secondo luogo, se ci poniamo su questa linea, non possiamo più permetterci di confondere quale sia il “soggetto/oggetto” del nostro pensiero ed azione.
L'affermazione del diritto non è mai un qualcosa che riguarda solo qualcuno, ma riguarda ogni persona, ogni esistenza. L'affermazione del diritto implica che il margine di trattabilità, di mediazione, di personalizzazione si riduce drasticamente, poiché non può consentire in alcun modo la ricerca di un proprio vantaggio o di un proprio particolare. In terzo luogo questa logica ci pone in una posizione critica verso ogni programma politico, poiché potremmo solo ritenere congrui i programmi e le azioni che visualizzino la persona nella sua interezza e nella sua indivisibilità dalla società.

Questo procedere non ci impedisce di ricercare e cogliere dei punti di partenza della riflessione e dell'azione, ma piuttosto ci darà sempre la consapevolezza che si sceglie un aspetto attraverso il quale mettere in luce la negazione complessiva del diritto che si viene a sostenere e reclamare. Se sociologicamente partiamo dal corpo e se politicamente focalizziamo il lavoro, non è perché in questi aspetti vediamo “diritti” negati, ma piuttosto perché partiamo da questi elementi per rappresentare aspetti in cui il diritto all'autodeterminazione venga negato, venga occultato, venga ridotto progressivamente.

Darianna Saccomani
Presidente Crisalide Pangender

Fonte:http://www.crisalidepangender.org/2011/04/il-centro-dei-diritti.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Pangender+%28pangender%29