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martedì 1 settembre 2026

Il Paragrafo 175: la ferita aperta della democrazia tedesca (e l'ipocrisia del silenzio)

Fotografia ravvicinata della copertina del DVD italiano del documentario "Paragraph 175", pubblicato nella collana Queer di Dolmen Home Video. Sulla copertina nera spicca un grande triangolo rosa con foto storiche in bianco e nero di uomini e la grafica dei contrassegni usati nei campi di concentramento nazisti.
Il DVD del documentario Paragraph 175 (edizione italiana Dolmen Home Video, collana Queer), custodito nella mia collezione privata LGBTQI+. Un pezzo di memoria storica tangibile che dà voce ai sopravvissuti dimenticati.
Questo articolo nasce guardando la copertina di un DVD che custodisco gelosamente nella mia collezione privata LGBTQI+: il documentario "Paragraph 175". Toccare con mano questo pezzo di storia, salvato dal dimenticatoio, mi ha ricordato quanto sia fondamentale non abbassare mai la guardia e continuare a fare contro-narrazione militante.
Il 1° settembre 1969 la Germania Ovest compiva un passo storico: la depenalizzazione parziale dell'omosessualità maschile. Ma smettiamola di celebrare questa data come un successo pulito. Farlo significa ripulire la coscienza a uno Stato che, per decenni, ha calpestato vite, dignità e corpi. La storia del Paragrafo 175 del codice penale tedesco non è una marcia trionfale verso il progresso, ma il resoconto lucido di come una democrazia moderna abbia scelto di prolungare l'orrore nazista sotto il mantello della legalità.
L’eredità nazista firmata dalla democrazia
Introdotto nel 1871 con l’Impero tedesco, il Paragrafo 175 puniva i "vizi contrari alla natura" tra uomini. Nel 1935, Hitler lo inasprì brutalmente: bastava uno sguardo, una lettera d'amore o il sospetto di una spia per finire nei campi di concentramento, marchiati con il triangolo rosa.
L’orrore vero, la vergogna più profonda, si consuma però nel dopoguerra. Mentre l'Europa si riempiva la bocca di parole come "libertà" e "democrazia", la Germania Ovest scelse deliberatamente di mantenere intatta la versione nazista della legge. Dal 1949 al 1969, lo Stato democratico ha perseguitato, processato e condannato oltre 50.000 uomini.
Nessun risarcimento. Nessun riconoscimento. Gli omosessuali sopravvissuti ai lager non vennero considerati vittime del nazismo, ma criminali comuni. Molti di loro, il giorno della liberazione dei campi, non tornarono a casa: passarono direttamente dalle baracche di sterminio alle carceri della Repubblica Federale. La riforma del 1969 non fu un atto di generosità, ma una concessione tardiva e ipocrita: legalizzò i rapporti solo sopra i 21 anni, mantenendo un'età del consenso doppia rispetto a quella eterosessuale.
Il paradosso della Germania dell'Est: tolleranza di facciata
Se a Bonn si celebrava il processo di Stato all'amore, dall'altra parte del Muro la Germania dell'Est (RDT) giocava la carta della superiorità ideologica, ma con lo stesso fondo di cinismo:
  • 1950: La Corte Suprema della RDT cancella l'inasprimento nazista, tornando alla versione meno restrittiva del 1871.
  • 1968: L'Est depenalizza l'omosessualità tra adulti un anno prima dell'Ovest.
  • 1988: Il Paragrafo 175 viene definitivamente cancellato a Est.
Ma non c'è nulla da idealizzare. Per il regime socialista, l'omosessualità restava una "decadenza bourgeois". Non era concessa una comunità, non era concesso l'attivismo spontaneo. La Stasi (i servizi segreti) monitorava, infiltrava e ricattava sistematicamente i militanti che cercavano rifugio nei gruppi legati alle chiese evangeliche. La tolleranza legale era solo una strategia di controllo sociale, non un riconoscimento di diritti.
Da vedere: "Paragraph 175", le voci che lo Stato voleva cancellare
Se volete guardare in faccia questa ipocrisia, dovete recuperare un documento fondamentale, un DVD che ogni militante dovrebbe custodire: il documentario del 2000 Paragraph 175, diretto dai premi Oscar Rob Epstein e Jeffrey Friedman (e narrato da Rupert Everett).
Questo film non è solo cinema: è un atto d'accusa politico. I registi sono riusciti a intervistare gli ultimi sopravvissuti ai triangoli rosa prima che la vecchiaia li portasse via. Uomini come Pierre Seel o Karl Gorath raccontano, con una dignità che lo Stato tedesco ha cercato di strappare loro, cosa significasse essere braccati prima dalla Gestapo e poi dai poliziotti della democrazia. Il documentario squarcia il velo sul silenzio complice del dopoguerra, mostrando come la prigione non sia finita nel 1945, ma sia continuata nelle aule di tribunale della Germania liberata. Un pugno nello stomaco necessario per capire che la legge non coincide quasi mai con la giustizia.
1994: La fine di un incubo lungo un secolo
Il Paragrafo 175 è stato definitivamente cancellato solo nel 1994, dopo la riunificazione. È servito il 2002 perché il governo annullasse le sentenze naziste e addirittura il 2017 – ieri, praticamente – perché lo Stato tedesco riabilitasse formalmente e promettesse risarcimenti ai sopravvissuti delle condanne del dopoguerra. Ormai, per la maggior parte di loro, era troppo tardi. Erano già morti da criminali per lo Stato.
Ricordare il Paragrafo 175 e questo documentario non è un semplice esercizio di memoria storica. È rabbia militante. È il promemoria brutale che i nostri diritti non sono concessioni eterne, ma trincee da difendere ogni giorno. Perché lo Stato, quando vuole, sa esattamente come trasformare la legge nel peggior carnefice della libertà.
Un articolo di Vanessa Mazza TLGBQI+

martedì 16 giugno 2026

🌈 ORGOGLIO E MEMORIA — ANITA AUGSPURG, LA GIURISTA LESBICA CHE SFIDÒ HITLER E IL PATRIARCATO

Ritratto storico di profilo di Anita Augspurg, prima giurista lesbica tedesca

Un ritratto d'epoca della giurista tedesca Anita Augspurg (1857-1943). Con i suoi capelli corti e la sua attitudine ribelle, sfidò i canoni estetici e morali della Prussia imperiale, diventando il simbolo del primo lesbofemminismo radicale europeo.

Il viaggio quotidiano della nostra rubrica per il mese del Pride oggi ci porta nel cuore dell’Europa di fine Ottocento, dove una donna aveva già capito tutto: che la liberazione delle donne, l’antimilitarismo e la visibilità lesbica erano armi politiche contro un unico nemico —
il patriarcato autoritario.

Oggi accendiamo i riflettori su Anita Augspurg, una delle figure più luminose e scomode della storia femminista europea. Una giurista, giornalista e attivista che ha pagato con l’esilio la sua totale indisponibilità a piegarsi al fascismo.

La prima giurista dell’Impero tedesco, lesbica e radicale

Nata nel 1857, Anita capì presto che la Germania non avrebbe mai permesso alle donne di studiare. Così fece ciò che fanno le rivoluzionarie: aggirò il sistema. Si trasferì in Svizzera, si laureò in giurisprudenza e divenne la prima donna dottore in legge dell’Impero tedesco.

Ritratto storico di Lida Gustava Heymann, attivista femminista e compagna di Anita Augspurg

Lida Gustava Heymann (1868-1943), attivista radicale e compagna di vita e di militanza di Anita Augspurg. Insieme formarono la coppia più celebre del femminismo tedesco, finendo unite nella lista nera di Hitler e morendo in esilio a pochi mesi di distanza l'una dall'altra.

Viveva apertamente la sua omosessualità in un’epoca in cui farlo significava rischiare tutto. Per quarant’anni condivise vita, lotte e amore con Lida Gustava Heymann, compagna politica e sentimentale. Insieme fondarono giornali, collettivi, associazioni per il suffragio femminile e campagne per la decriminalizzazione dell’omosessualità, sfidando apertamente il codice penale prussiano.

La preveggenza contro il fascismo: Hitler come minaccia mortale

La grandezza di Anita non sta solo nelle battaglie vinte, ma nella sua terribile lucidità politica.

Già nel 1923, dieci anni prima dell’ascesa al potere, Anita e Lida identificarono in Adolf Hitler una minaccia mortale per la democrazia. Dopo il Putsch di Monaco, chiesero formalmente al governo bavarese l’espulsione di Hitler dalla Germania per tentato colpo di Stato.

Il nazismo non dimenticò.

Quando Hitler prese il potere nel 1933, Anita e Lida si trovavano all’estero. Fu la loro salvezza: i loro nomi erano in cima alla lista nera della Gestapo. Il regime confiscò i loro beni, bruciò i loro archivi, cancellò la loro memoria pubblica e le condannò all’esilio eterno.

Morirono in Svizzera nel 1943, a pochi mesi di distanza, senza aver mai smesso di fare resistenza culturale.

Il filo con il presente: l’asse Meloni–Salvini–Vannacci e la caccia alle “femministe”

La storia di Anita Augspurg risuona con una potenza inquietante nell’Italia del 2026.

Anita ci insegna che i regimi autoritari colpiscono sempre per primi chi unisce femminismo e visibilità LGBTQI+. È lo stesso schema che vediamo oggi nella retorica della destra radicale: da Giorgia Meloni a Matteo Salvini, fino alle uscite del generale Roberto Vannacci, che negli ultimi giorni — ospite a Otto e mezzo — ha definito l’autodeterminazione di genere una “deviazione” e le quote paritarie “un’offesa”.

È la stessa grammatica del patriarcato tossico che, cento anni fa, bollava suffragette e lesbiche come “sovversive della razza”.

E non è un fenomeno solo italiano: dalla retorica di Donald Trump ai deliri reazionari di Elon Musk, la strategia è identica. Normalizzare l’intolleranza per distrarre dai disastri sociali.

Ma la memoria di Anita Augspurg ci ricorda una verità semplice e incandescente:

Il femminismo o è intersezionale, lesbico e antifascista, oppure non è.

E noi, come Anita, non faremo un passo indietro.

— vanessa mazza TLGBQI+

venerdì 12 giugno 2026

🌈🔥 ORGOGLIO E MEMORIA Karl Gorath: il sopravvissuto che la storia ha tentato di imprigionare due volte

Foto segnaletiche di omosessuali ad Auschwitz 1943 e Bremerhaven 1950.

La prova visiva della doppia persecuzione: in alto, le foto segnaletiche di un prigioniero omosessuale schedato ad Auschwitz nel 1943; in basso, la schedatura della Kriminalpolizei di Bremerhaven nel 1950. Due epoche diverse, ma la stessa identica violenza giudiziaria basata sul famigerato Paragrafo 175.
Nel nostro cammino quotidiano attraverso le memorie queer cancellate, oggi ci fermiamo davanti a una delle ferite più profonde e rimosse del Novecento: la persecuzione delle persone omosessuali sotto il nazifascismo.

E in questa oscurità, restituiamo voce a un uomo che ha attraversato l’inferno e che, anche dopo la liberazione, ha dovuto combattere contro un mondo deciso a negargli dignità: Karl Gorath.

Il giovane infermiere marchiato dal Paragrafo 175

Nato nel 1912, Karl era un infermiere tedesco quando la sua vita venne spezzata dalla delazione di un ex compagno geloso. Nel 1938 la Gestapo lo arrestò e lo condannò in base al famigerato Paragrafo 175, la legge che criminalizzava l’omosessualità e che avrebbe distrutto migliaia di vite.

Il Triangolo Rosa e l’inferno dei campi

La macchina nazista fu spietata. Gorath venne deportato a Neuengamme, poi ad Auschwitz, infine a Mauthausen. Sul petto portava il Triangolo Rosa, il marchio infame che relegava gli omosessuali all’ultimo gradino della gerarchia concentrazionaria: violenze sistematiche, lavori forzati, torture mediche.

Sopravvisse solo grazie alla sua professione: negli ospedali dei campi era “utile”, e questo lo salvò fino alla liberazione del 1945.

La vergogna del dopoguerra: liberi, ma ancora criminali

La parte più oscena della sua storia arriva dopo. Mentre il mondo celebrava la fine del nazismo, la Germania democratica mantenne in vigore il Paragrafo 175.

Nel 1947, Karl Gorath fu processato di nuovo. Dallo stesso giudice. Per lo stesso “reato”. Perché aveva osato dichiarare pubblicamente la propria omosessualità.

Lo Stato gli negò ogni risarcimento, ogni pensione, ogni riconoscimento come vittima del nazismo. Per la legge, la sua deportazione era stata “legittima”.

Dalla Germania del dopoguerra all’Italia di Meloni, Salvini e Vannacci: la matrice dell’odio non cambia

La storia di Karl Gorath non è un reperto museale. È uno specchio. E quello che riflette oggi fa paura.

Nell’Italia governata da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, assistiamo a un lento ma costante smantellamento culturale e politico dei diritti LGBTQI+. L’odio non indossa più la divisa delle SS: indossa giacche eleganti, siede nei talk show, firma decreti.

Emblematico quanto accaduto nelle ultime ore a Otto e mezzo, dove il neoeletto eurodeputato Roberto Vannacci ha negato l’esistenza stessa delle discriminazioni, sostenendo che “i gay hanno già tutti i diritti”, mentre porta avanti una crociata contro l’alternanza di genere nelle liste elettorali.

È la stessa strategia che vediamo nell’asse internazionale tra Donald Trump ed Elon Musk: normalizzare l’intolleranza, far credere che le minoranze siano “privilegiate”, per poi colpirle legalmente — famiglie arcobaleno, scuole, cultura di genere, identità trans.

È la stessa matrice ideologica che armò la penna dei legislatori del Paragrafo 175.

Ricordare Karl Gorath significa resistere

Raccontare Karl Gorath non è un esercizio di memoria sterile. È un atto politico. È uno scudo.

Perché l’odio cambia linguaggio, ma non cambia obiettivo: schiacciare la diversità, punire i corpi liberi, cancellare chi non si conforma.

Noi non dimentichiamo. Noi resistiamo.

— vanessa mazza TLGBQI+

mercoledì 27 gennaio 2016

Il 27 gennaio 1945,i cancelli di Auschwitz furono abbattuti. Si ricorda, per non dimenticare…



27 gennaio 2016 Giorno della Memoria

27 gennaio 2016 Giorno della Memoria
Ricordiamo che la razza umana è una sola, siamo tutti uguali, tutti degni di libertà, di rispetto, di dignità, di diritti. Ricordiamo per fare in modo che non accada MAI PIÙ una discriminazione tale da uccidere migliaia di persone. Ricordiamo che ad Auschwitz, come in tutti i campi di concentramento, non c’erano animali, c’erano delle PERSONE.

venerdì 25 gennaio 2013

Giorno della Memoria



Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

Il testo dell'articolo 1 della legge italiana definisce così le finalità del Giorno della Memoria: « La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz,

 "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »



Dal diario di Anna Frank così scriveva Anna pochi giorni prima che i tedeschi irrompano nell' alloggio segreto....
15 luglio 1944

...Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’ intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte il rombo l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili".
la tua Anna

venerdì 5 agosto 2011

È morto Rudolf Brazda



Era l'ultimo sopravvissuto dell'Olocausto ad essere stato deportato perché omosessuale

Mercoledì 3 agosto è morto in una casa di riposo di Bantzenheim, nella regione francese dell’Alsazia e vicino al confine con la Francia, Rudolf Brazda, l’ultimo sopravvissuto alla deportazione nazista degli omosessuali. Aveva 98 anni.

Di origine ceca, ma cittadino francese dal 1960, Brazda era stato nominato cavaliere della Legione d’Onore francese lo scorso aprile. Durante il nazismo circa 10mila persone vennero deportate a causa del loro orientamento sessuale. All’interno dei campi erano contraddistinti da un triangolo rosa cucito sui vestiti. Nato nel 1913 in Germania, in una famiglia ceca di lingua tedesca, Brazda era stato espulso nel 1937 nell’allora Cecoslovacchia dopo una condanna a sei mesi di prigione a causa della sua omosessualità. Dopo l’annessione del territorio dei Sudeti (la zona settentrionale dell’attuale Repubblica Ceca) da parte della Germania nazista nel 1938, Brazda era stato nuovamente condannato a 14 mesi di carcere e poi deportato, in quanto “recidivo”, nel campo di concentramento di Buchenwald, nella Germania centrale. Dopo la guerra si trasferì in Francia, anche se non imparò mai a parlare fluentemente il francese e preferì sempre esprimersi in tedesco. Insieme a Jean-Luc Schwab aveva pubblicato in Francia il libro di memorie “Itinerario di un Triangolo rosa” in cui narra i 32 mesi della sua prigionia.

Fonte:http://www.ilpost.it/2011/08/04/e-morto-rudolf-brazda/