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mercoledì 9 settembre 2026

🇺🇸 La cultura sotto assedio: Se l’America cancella la storia del razzismo per decreto

Lonnie G. Bunch III: il primo segretario afroamericano della Smithsonian Institution, costretto alle dimissioni dall'offensiva revisionista dell'estrema destra americana.

Mentre l’Europa sperimenta il brivido dell’estrema destra nelle urne, oltreoceano la scure della censura si abbatte sui custodi della memoria storica.

Le recenti e forzate rimozioni di Lonnie G. Bunch III, primo storico afroamericano a capo della prestigiosa Smithsonian Institution, non sono un fatto di cronaca amministrativa. Sono un atto di sottomissione politica.

Bunch non ha lasciato il suo incarico: è stato spinto fuori dalla leadership dopo mesi di pressioni e attacchi politici diretti da parte della nuova gestione Trump, inaugurando una preoccupante stagione di epurazioni culturali.

Chi è Lonnie Bunch: Il custode della memoria scomoda

Per capire la gravità di quanto accaduto, bisogna capire chi è l’uomo che è stato messo alla porta. Lonnie Bunch non è un burocrate: è lo storico che ha ideato, lottato e costruito da zero il National Museum of African American History and Culture a Washington.

Ha dedicato la sua vita a dare voce a chi non l’aveva, portando alla luce i dettagli brutali della tratta degli schiavi, delle leggi Jim Crow e del razzismo strutturale su cui si fondano gli Stati Uniti.

Sotto la sua guida, la Smithsonian ha smesso di essere un polveroso archivio del potere bianco per diventare uno specchio inclusivo e onesto della società americana. Ma l’onestà storica, si sa, fa paura ai regimi.

La strategia del negazionismo: Cancellare la colpa per giustificare i privilegi

Cosa dà così fastidio alla nuova amministrazione americana? Esattamente ciò che infastidisce l’estrema destra in Europa: la memoria.

La destra radicale e sovranista di Donald Trump sta portando avanti un’agenda spietata per riscrivere i programmi scolastici e accademici. L’obiettivo è eliminare lo studio della Critical Race Theory e qualsiasi percorso educativo che metta in discussione il mito della “nazione perfetta e senza macchia”.

Attaccare i vertici dei grandi musei nazionali serve a questo: – censurare le mostre, – rimuovere i riferimenti storici alle violenze della polizia, – minimizzare l’orrore della schiavitù, – normalizzare il suprematismo bianco di ritorno.

Se cancelli il vocabolario del razzismo, il razzismo smette di essere un problema politico e diventa una colpa individuale dei poveri e degli emarginati.

Il legame globale: Dalla Sassonia a Washington la logica è identica

Il filo rosso che unisce l’exploit dell’estrema destra in Sassonia‑Anhalt alla rimozione di Bunch a Washington è evidente. In tutto l’Occidente, la reazione radicale applica lo stesso schema di potere:

• Smantellare i presidi culturali indomiti (la scuola pubblica in Germania, le fondazioni museali negli Stati Uniti).

• Imporre una narrazione nazionalista e distorta della storia per addormentare le coscienze delle masse.

• Colpire le minoranze privandole dei loro spazi di rappresentazione ed espressione.

È la realizzazione globale di quella che gli intellettuali progressisti chiamano “regressione illuministica”. Quando i governi iniziano a decidere quali mostre si possono fare e quali storici hanno il diritto di parlare, la democrazia si è già svuotata della sua sostanza.

🌍 Il silenzio colpevole delle opposizioni

Anche in questo caso, dove sono le forze progressiste? Dov’è l’opposizione che dovrebbe barricarsi nelle istituzioni per difendere la libertà di ricerca e la memoria delle minoranze?

Resta a guardare, incapace di opporre una narrazione forte e radicale all’aggressività dell’estrema destra, preoccupata solo di non disturbare i mercati.

Lasciare solo Lonnie Bunch di fronte alla macchina del fango governativa è l’ennesimo tradimento verso la comunità nera e verso chiunque creda nella verità storica.

— Vanessa Mazza TLGBQI+ Editorialista indipendente. Contro l’ipocrisia, sempre.

Fonti e Documentazione Geopolitica di Riferimento:
  • Le dimissioni e le pressioni politiche: Per tutti i dettagli sulla partenza di Lonnie Bunch sotto la pressione della Casa Bianca, consulta la copertura internazionale e l'articolo approfondito di ArtReview.

giovedì 3 settembre 2026

In memoria di Gloria Steinem: la lezione intersezionale di un’icona che ha saputo ascoltare

Ritratto storico di Gloria Steinem (1934-2026) durante un discorso per i diritti civili. Questo ottimizzerà ulteriormente il posizionamento sui motori di ricerca.
Gloria Steinem (1934–2026): una vita vissuta sulla strada dei diritti civili, decostruendo il patriarcato con la forza dell'inchiesta e il coraggio dell'ascolto intersezionale.

Ci ha lasciati all'età di 92 anni Gloria Steinem, spentasi il 2 settembre 2026 nella sua casa di New York. Scrittrice, giornalista d’inchiesta e attivista instancabile, Steinem non è stata solo il volto più celebre del femminismo statunitense della seconda ondata, ma una figura cruciale per comprendere l’evoluzione della lotta per i diritti civili globali.

Per noi, come comunità queer e transfemminista, la sua traiettoria lascia in eredità una lezione preziosa: quella di un’intellettuale che ha avuto il coraggio politico di evolversi, ascoltare e accogliere la complessità.

Dal giornalismo d’assalto alle grandi coalizioni

La carriera di Gloria Steinem è stata un costante esercizio di contro‑narrazione militante, l'esatto opposto del giornalismo patinato e complice dei palazzi di potere.

L'inchiesta‑scandalo: Nel 1963, firmando l'iconico reportage sotto copertura A Bunny's Tale, si finse una “Coniglietta” all'interno del Playboy Club di New York. Ne emerse un quadro impietoso di sfruttamento economico e molestie, demolendo la facciata glamour e liberale del mito patriarcale di Hugh Hefner.

La voce dei movimenti: Come ricorda il profilo enciclopedico di Gloria Steinem su Wikipedia, è stata cofondatrice del New York Magazine e, nel 1972, della storica rivista femminista Ms. Magazine, portando al centro del dibattito di massa temi allora considerati tabù come la violenza domestica, l'autodeterminazione e l'uguaglianza salariale.

L'intersezionalità sul campo: In un'epoca in cui i media tentavano di dipingere il femminismo come un vezzo per sole donne bianche e borghesi, Steinem scelse programmaticamente di non fare mai tour di conferenze da sola, ma sempre in coppia con attiviste afroamericane (come Dorothy Pitman Hughes o Florynce Kennedy) o indigene, unendo la lotta di genere a quella antirazzista, di classe e per la sovranità nativa.

1970: La scossa al Senato per l’Equal Rights Amendment

Il fulcro della sua azione politica istituzionale si consuma il 6 maggio 1970, quando Steinem pronuncia una storica testimonianza davanti alla Commissione Giustizia del Senato degli Stati Uniti a sostegno dell'Equal Rights Amendment (ERA), la proposta di emendamento costituzionale per la parità giuridica tra i sessi.

Fino a quel momento, il Senato ignorava il testo da ben 14 anni. Con il discorso Testimony Before the Senate Hearings on the Equal Rights Amendment, Steinem porta le istanze della strada direttamente nelle aule del potere legislativo, smontando pezzo per pezzo i pregiudizi biologici usati per discriminare le donne e paragonando il sessismo al razzismo.

In modo straordinariamente moderno, argomenta che l'ERA avrebbe liberato anche gli uomini, sollevandoli dal ruolo stereotipato di unici portatori di reddito e permettendo loro di vivere liberamente la genitorialità e gli affetti.

La sua spinta fu decisiva per la storica approvazione dell'emendamento da parte del Congresso nel 1972.

La svolta trans‑inclusiva: l’importanza di saper cambiare idea

Il motivo per cui oggi celebriamo Gloria Steinem anche come una storica alleata della comunità LGBTQIA+ risiede nella sua straordinaria capacità di autocritica.

Negli anni ’70, il femminismo radicale della seconda ondata visse una profonda frattura ideologica. Sotto l'influenza di testi teorici rigidi, molte attiviste guardavano con sospetto la chirurgia di affermazione di genere. La stessa Steinem, nel 1977, firmò un articolo controverso su Ms. in cui interpretava la transizione come una risposta alle pressioni sociali per rientrare nei binari di genere.

Ma la storia non è un blocco di marmo, e la militanza richiede ascolto. Sollecitata dal confronto politico con il movimento transessuale e con le nuove generazioni, Steinem ha compiuto un passo che pochissimi leader storici hanno il coraggio di fare: ha ritrattato pubblicamente.

Nel 2013, dalle pagine di The Advocate, ha chiarito la sua posizione e chiesto scusa per le posizioni del passato, dichiarando in modo inequivocabile che le vite transgender vanno celebrate e non messe in discussione, sostenendo da allora in poi ogni appello transfemminista internazionale.

Una trincea da difendere ogni giorno

In questi giorni cupi di settembre 2026, mentre piangiamo giovani vite spezzate dall'odio a pochi passi da casa nostra e assistiamo all'avanzata di leggi liberticide di Stato ai confini d'Europa, la scomparsa di Gloria Steinem fa ancora più male.

La sua biografia più celebre si intitola My Life on the Road (La mia vita in strada). Ed è proprio lì, sulla strada, che ci lascia il suo testimone. Ci ricorda che i diritti non sono concessioni eterne dello Stato o regali della democrazia, ma trincee che vanno difese con la rabbia e con l'inchiesta ogni singolo giorno.

Buon viaggio, Gloria. La terra ti sia lieve, la tua lotta resta la nostra.

— Vanessa Mazza TLGBQI+ Editorialista indipendente. Contro l'ipocrisia, sempre.

🔗 Fonti e Documentazione Storica:
  • Lanci d'Agenzia Internazionali e Nazionali: Per verificare i canali ufficiali della scomparsa, consulta il lancio d'agenzia su ANSA Cultura e il reportage europeo su Euronews Italiano.
  • Approfondimenti Giornalistici Italiani: Leggi l'analisi biografica dettagliata pubblicata sul quotidiano Il Post e l'editoriale economico-politico de Il Sole 24 Ore.
  • Report d'Archivio Internazionali: Per l'annuncio originale e i video d'archivio sulla sua eredità politica, guarda il servizio della BBC News.
  • Fondazione Ufficiale: Per consultare gli scritti, i testi e le attività transnazionali del suo centro, visita il portale di Gloria Steinem Official Website.

martedì 1 settembre 2026

Il Paragrafo 175: la ferita aperta della democrazia tedesca (e l'ipocrisia del silenzio)

Fotografia ravvicinata della copertina del DVD italiano del documentario "Paragraph 175", pubblicato nella collana Queer di Dolmen Home Video. Sulla copertina nera spicca un grande triangolo rosa con foto storiche in bianco e nero di uomini e la grafica dei contrassegni usati nei campi di concentramento nazisti.
Il DVD del documentario Paragraph 175 (edizione italiana Dolmen Home Video, collana Queer), custodito nella mia collezione privata LGBTQI+. Un pezzo di memoria storica tangibile che dà voce ai sopravvissuti dimenticati.
Questo articolo nasce guardando la copertina di un DVD che custodisco gelosamente nella mia collezione privata LGBTQI+: il documentario "Paragraph 175". Toccare con mano questo pezzo di storia, salvato dal dimenticatoio, mi ha ricordato quanto sia fondamentale non abbassare mai la guardia e continuare a fare contro-narrazione militante.
Il 1° settembre 1969 la Germania Ovest compiva un passo storico: la depenalizzazione parziale dell'omosessualità maschile. Ma smettiamola di celebrare questa data come un successo pulito. Farlo significa ripulire la coscienza a uno Stato che, per decenni, ha calpestato vite, dignità e corpi. La storia del Paragrafo 175 del codice penale tedesco non è una marcia trionfale verso il progresso, ma il resoconto lucido di come una democrazia moderna abbia scelto di prolungare l'orrore nazista sotto il mantello della legalità.
L’eredità nazista firmata dalla democrazia
Introdotto nel 1871 con l’Impero tedesco, il Paragrafo 175 puniva i "vizi contrari alla natura" tra uomini. Nel 1935, Hitler lo inasprì brutalmente: bastava uno sguardo, una lettera d'amore o il sospetto di una spia per finire nei campi di concentramento, marchiati con il triangolo rosa.
L’orrore vero, la vergogna più profonda, si consuma però nel dopoguerra. Mentre l'Europa si riempiva la bocca di parole come "libertà" e "democrazia", la Germania Ovest scelse deliberatamente di mantenere intatta la versione nazista della legge. Dal 1949 al 1969, lo Stato democratico ha perseguitato, processato e condannato oltre 50.000 uomini.
Nessun risarcimento. Nessun riconoscimento. Gli omosessuali sopravvissuti ai lager non vennero considerati vittime del nazismo, ma criminali comuni. Molti di loro, il giorno della liberazione dei campi, non tornarono a casa: passarono direttamente dalle baracche di sterminio alle carceri della Repubblica Federale. La riforma del 1969 non fu un atto di generosità, ma una concessione tardiva e ipocrita: legalizzò i rapporti solo sopra i 21 anni, mantenendo un'età del consenso doppia rispetto a quella eterosessuale.
Il paradosso della Germania dell'Est: tolleranza di facciata
Se a Bonn si celebrava il processo di Stato all'amore, dall'altra parte del Muro la Germania dell'Est (RDT) giocava la carta della superiorità ideologica, ma con lo stesso fondo di cinismo:
  • 1950: La Corte Suprema della RDT cancella l'inasprimento nazista, tornando alla versione meno restrittiva del 1871.
  • 1968: L'Est depenalizza l'omosessualità tra adulti un anno prima dell'Ovest.
  • 1988: Il Paragrafo 175 viene definitivamente cancellato a Est.
Ma non c'è nulla da idealizzare. Per il regime socialista, l'omosessualità restava una "decadenza bourgeois". Non era concessa una comunità, non era concesso l'attivismo spontaneo. La Stasi (i servizi segreti) monitorava, infiltrava e ricattava sistematicamente i militanti che cercavano rifugio nei gruppi legati alle chiese evangeliche. La tolleranza legale era solo una strategia di controllo sociale, non un riconoscimento di diritti.
Da vedere: "Paragraph 175", le voci che lo Stato voleva cancellare
Se volete guardare in faccia questa ipocrisia, dovete recuperare un documento fondamentale, un DVD che ogni militante dovrebbe custodire: il documentario del 2000 Paragraph 175, diretto dai premi Oscar Rob Epstein e Jeffrey Friedman (e narrato da Rupert Everett).
Questo film non è solo cinema: è un atto d'accusa politico. I registi sono riusciti a intervistare gli ultimi sopravvissuti ai triangoli rosa prima che la vecchiaia li portasse via. Uomini come Pierre Seel o Karl Gorath raccontano, con una dignità che lo Stato tedesco ha cercato di strappare loro, cosa significasse essere braccati prima dalla Gestapo e poi dai poliziotti della democrazia. Il documentario squarcia il velo sul silenzio complice del dopoguerra, mostrando come la prigione non sia finita nel 1945, ma sia continuata nelle aule di tribunale della Germania liberata. Un pugno nello stomaco necessario per capire che la legge non coincide quasi mai con la giustizia.
1994: La fine di un incubo lungo un secolo
Il Paragrafo 175 è stato definitivamente cancellato solo nel 1994, dopo la riunificazione. È servito il 2002 perché il governo annullasse le sentenze naziste e addirittura il 2017 – ieri, praticamente – perché lo Stato tedesco riabilitasse formalmente e promettesse risarcimenti ai sopravvissuti delle condanne del dopoguerra. Ormai, per la maggior parte di loro, era troppo tardi. Erano già morti da criminali per lo Stato.
Ricordare il Paragrafo 175 e questo documentario non è un semplice esercizio di memoria storica. È rabbia militante. È il promemoria brutale che i nostri diritti non sono concessioni eterne, ma trincee da difendere ogni giorno. Perché lo Stato, quando vuole, sa esattamente come trasformare la legge nel peggior carnefice della libertà.
Un articolo di Vanessa Mazza TLGBQI+

mercoledì 26 agosto 2026

Addio a Dolly Parton: l'alleata dal cuore di platino che ha amato la comunità queer

Un ritratto in bianco e nero della cantautrice Dolly Parton, raffigurata di profilo con i suoi iconici capelli chiari e vaporosi. Il volto è impresso su uno sfondo con i colori sfumati della bandiera arcobaleno e della bandiera trans (azzurro, rosa e bianco). In basso compare la scritta in bianco "I will always love you." seguita dalla firma autografa stilizzata di Dolly.
Un addio dal cuore di platino. Il ritratto eterno di Dolly Parton avvolto dai nostri colori. Una sorella, un'alleata incrollabile e un'icona che ha protetto le nostre esistenze quando il mondo sceglieva il silenzio. "I will always love you", Dolly. Questa volta, te lo cantiamo noi.

Di Vanessa Mazza — Libera pensatrice, cittadina e attivista transessuale (Milano, Lombardia)

Scompare a 80 anni la regina del country. Con lei si spegne una luce che per decenni ha illuminato chi viveva ai margini. La notizia, giunta da Nashville, ha scatenato un’ondata di commozione globale. Ma per noi, per la comunità trans, lesbica, gay e queer, la sua partenza non è solo la perdita di una monumentale cantautrice. È la perdita di una sorella protettrice, di un’alleata autentica e di un’icona eterna.

In un’epoca in cui l’alleanza con i nostri corpi viene spesso ridotta a puro marketing aziendale o a “performance” da Pride Month, Dolly Parton ha dimostrato cosa significhi la cura reale. Ha difeso le nostre esistenze quando farlo significava rischiare il boicottaggio, l’odio e la fine della carriera nell’America profonda e conservatrice.

🏳️‍🌈 Un’alleanza radicale nata nell’ombra, prima del “Pride” commerciale

Il legame tra Dolly Parton e la comunità LGBTQIA+ non è stato un riassestamento dell’ultima ora. Affonda le radici in decenni di vicinanza silenziosa e totale. Mentre le istituzioni e la politica puritana costruivano barriere e demonizzavano le identità non conformi, Dolly apriva i suoi concerti, i suoi spazi storici come Dollywood e le sue canzoni alla nostra comunità.

Dollywood, nel cuore del Sud conservatore, è stato per anni uno dei pochi luoghi dove drag queen, persone trans e coppie queer potevano lavorare e esibirsi senza paura. Un’oasi di libertà costruita da una donna che non ha mai avuto bisogno di dichiarazioni roboanti per dimostrare da che parte stava.

Brani straordinari come Travelin’ Thru (scritta per il film Transamerica) o Rainbowland (eseguita con la nipote Miley Cyrus) non erano semplici canzoni. Erano manifesti politici di accoglienza e autodeterminazione. Di fronte alle ondate d’odio transfobico e ai continui attacchi ai diritti delle persone trans, la sua voce è rimasta ferma, limpida e accessibile.

🗣️ Le parole che restano: “Siamo tutti figli di Dio”

Dolly Parton ha scardinato la retorica dei fondamentalisti religiosi usando proprio la loro stessa lingua: l’amore universale. In un’America che usava la Bibbia come arma contro di noi, Dolly la trasformava in un abbraccio.

Quando i bigotti provavano a interrogarla per estorcerle una condanna contro la comunità queer, lei rispondeva con la sua disarmante ironia meridionale:

«Penso che tutti debbano essere trattati con rispetto... Spero che ognuno abbia la possibilità di essere chi e cosa è. Come cristiani, non dovremmo giudicare. Se sei gay, sei gay. Se sei etero, sei etero. Siamo tutti creature di Dio».

Ha camminato al fianco dei suoi storici collaboratori e truccatori trans e drag queen, offrendo loro non solo protezione professionale, ma una totale e fiera validazione umana.

✊ il modo migliore per onorare il suo cammino

Niente fiori, ha chiesto la famiglia, ma donazioni alla sua fondazione per l’alfabetizzazione dei bambini, la Imagination Library. Ma per noi attiviste, il modo più autentico per onorare l’eredità eterna di Dolly Parton è continuare a fare resistenza culturale.

In un tempo in cui i nostri diritti vengono di nuovo messi in discussione, ricordare Dolly significa ricordare che la gentilezza può essere rivoluzionaria. Dolly ci ha insegnato a non scusarci mai per la nostra natura, a brillare con eleganza anche sotto i colpi del pregiudizio e a difendere il linguaggio dell’amore puro contro la violenza strutturale dei dogmi.

La terra le sia lieve. 💔🌷 Noi continueremo a cantare, a esistere e a lottare, fiere di aver avuto una regina dal cuore di platino a indicarci la luce del mattino.

“I will always love you”, Dolly. Questa volta, te lo cantiamo noi.

— vanessa mazza TLGBQI+

lunedì 24 agosto 2026

Come "The Crying Game", "Princesa" e altri film hanno anticipato discorsi che la società non sapeva ancora fare.

Locandina originale del film "The Crying Game". In alto, il volto e il busto di Dil, una donna con i capelli ricci scuri, parzialmente in ombra. Più in basso, in primo piano, l'attore Stephen Rea guarda avanti con un'espressione seria e riflessiva. Sulla destra spicca il titolo del film scritto in bianco in verticale con una sottolineatura rossa. Lo sfondo è completamente nero.
La locandina originale di The Crying Game (Neil Jordan, 1992). Un'opera che la critica degli anni '90 ha ridotto a un semplice "colpo di scena", ignorando la complessità e la dignità della sua protagonista trans, Dil.

Di Vanessa Mazza — Libera pensatrice, cittadina e attivista transessuale (Milano, Lombardia)

Nel 1992 il mondo del cinema veniva scosso da un film destinato a fare storia: La moglie del soldato (The Crying Game) di Neil Jordan.
Negli anni ’90 la società reagì con un misto di shock, curiosità morbosa e incomprensione. Non avevamo ancora il linguaggio culturale per leggere ciò che il film mostrava: una relazione complessa e non sensazionalistica tra un uomo cis e una donna trans. La critica parlò di “colpo di scena”, il pubblico di “scandalo”. Nessuno parlò di identità.
Oggi, grazie anche alle riflessioni della storica queer Willow Catelyn Maclay, possediamo un vocabolario più maturo. Possiamo finalmente vedere ciò che il film era davvero: una storia d’amore, non un trucco narrativo. E possiamo inserirlo in una genealogia più ampia, fatta di film che hanno tentato di raccontare vite trans quando il mondo non aveva ancora le parole per ascoltarle.
🎞 Storia della rappresentazione trans prima degli anni ’90
Prima del 1992, il cinema si era già mosso attorno alle identità trans e queer. Quasi sempre, però, tutto veniva filtrato attraverso lo sguardo cis, la commedia o la caricatura:
Un collage fotografico composto da cinque locandine e immagini di film storici a tematica queer e di genere prima degli anni novanta. A sinistra, in alto, la locandina italiana in bianco e nero del film "Il vizietto" con Ugo Tognazzi; in basso a sinistra, Julie Andrews in smoking per "Victor Victoria". A destra, dall'alto in basso: Robin Williams per "Il mondo secondo Garp", la locandina internazionale a forte contrasto rosso e nero del documentario "Paris Is Burning" e, infine, un fotogramma ravvicinato del film "Orlando" che mostra un sontuoso abito d'epoca azzurro.
La genealogia visiva prima degli anni '90. Da Il vizietto e Victor Victoria fino alla poesia di Orlando e alla cruda realtà di Paris Is Burning: opere fondamentali che hanno aperto i primi spiragli di visibilità mediatica, ma che venivano ancora filtrate dallo sguardo egemone cisgender, dalla commedia o dalla curiosità antropologica della società dell'epoca.

  • Il vizietto (La Cage aux Folles, 1978): apriva spazi di visibilità, ma senza affrontare la vera soggettività trans.
  • Victor Victoria (1982): giocava con il genere, ma non con l’identità.
  • Il mondo secondo Garp (The World According to Garp, 1982): introduceva un personaggio trans trattato con dignità, ma ancora narrato da una prospettiva esterna.
  • Paris Is Burning (1990): mostrava la verità delle comunità trans e queer afroamericane, ma venne letto come “documento antropologico”, non come politica.
  • Orlando (1992): trasformava il genere in poesia, anticipando discorsi che sarebbero arrivati solo decenni dopo.
E poi c’è un film fondamentale per la storia europea e per la diaspora brasiliana, una pellicola che sento particolarmente vicina alle mie radici:
PRINCESA (1998)
Fotografia ravvicinata della copertina del DVD italiano del film Princesa, diretto da Henrique Goldman. La copertina presenta uno sfondo scuro con una silhouette stilizzata in tonalità azzurre di una donna transessaula di profilo, Dilma. Sulla destra campeggia il titolo Princesa scritto in grandi lettere verticali azzurre. In alto a sinistra compare la scritta programmatica in bianco: "Amore puro, amore trans." Sulla destra sono visibili i crediti del film, tra cui i nomi di Ingrid de Souza, Cesare Bocci e il riferimento all'autobiografia di Fernanda Farias de Albuquerque.
Dalla mia collezione privata: la copertina del DVD di "Princesa" (1998). Lo slogan «Amore puro, amore trans» stampato sulla custodia rivendica la dignità della soggettività di Fernanda e la diaspora trans brasiliana in Italia, anticipando un vocabolario di autodeterminazione e rispetto che la società di allora faticava a comprendere.

Tratto dal libro autobiografico di Fernanda Farias de Albuquerque, donna trans brasiliana, Princesa racconta la vita di una migrante trans in Europa con una complessità che il cinema italiano non aveva mai osato.
A testimonianza della forza pionieristica di questa pellicola, conservo nel mio archivio personale l'edizione in DVD. Sulla copertina spicca uno slogan che per la fine degli anni Novanta era una rivoluzione concettuale: "Amore puro, amore trans." In un'epoca dominata dal voyeurismo e dalla patologizzazione, definire l'esistenza trans attraverso la categoria dell'amore "puro" significava compiere un radicale atto di decolonizzazione affettiva.
Non c’è shock, non c’è caricatura. C’è una donna che cerca la propria identità, la propria libertà, la propria transizione. È uno dei primi film europei a dare voce a una donna trans reale, interpretata magnificamente da Ingrid de Souza, mostrando che già negli anni ’90 esistevano narrazioni mature — ma mancava il linguaggio per riconoscerle.
🗣 Come cambia il linguaggio culturale
Negli anni ’80 e ’90 non esistevano parole come transfobia, identità di genere, disforia, agency. La critica parlava di “travestitismo”, “inganno”, “rivelazione”. Il pubblico parlava di “shock”.
Oggi il nostro attivismo parla di:
  • Rappresentazione
  • Soggettività
  • Complessità
  • Narrazione
  • Violenza strutturale
  • Autodeterminazione
Il linguaggio non è neutro: decide cosa possiamo vedere. E quando il linguaggio manca, la realtà viene distorta.
 Shock vs Identità: il cinema arriva prima della società
La differenza tra come vennero letti questi film e ciò che realmente raccontano è la frattura insanabile tra lo shock e l'identità.
Negli anni '90 il mainstream vide:Ma nella realtà dell'opera:
La protagonista come “colpo di scena”Dil è una donna trans, non un twist narrativo
L'identità trans come “inganno”La sua identità è trattata con rispetto
Il corpo trans come “rivelazione”La sua storia non viene punita dal regista
Scandalo e motivo per ridere o giudicareLa sua soggettività è fiera e centrale
Lo stesso vale per Fernanda in Princesa: la sua vita non è un espediente per stupire lo spettatore, è una testimonianza politica. La comunità queer dell’epoca vide in queste pellicole una rarissima complessità umana, mentre il pubblico di massa cercava solo la spettacolarizzazione. Questa frattura è ancora presente oggi: chi vive l’identità la riconosce, chi la osserva dall’esterno la fraintende.
Il mondo di oggi: cosa dobbiamo ancora imparare
Oggi abbiamo un linguaggio più ricco, più preciso, più politico. Possiamo parlare di identità trans senza ridurla a un fenomeno da baraccone. Ma viviamo anche in un'epoca brutale, in cui i diritti trans vengono attaccati, la violenza cresce, la rappresentazione è ancora fragile e la politica usa i nostri corpi come bersaglio.
Per questo è fondamentale fare controinformazione e tornare a quel cinema:
  • Per capire come siamo arrivati fin qui.
  • Per ricordare che l’arte parla sempre prima della società.
  • Per difendere il linguaggio che abbiamo conquistato con la lotta.
The Crying Game e Princesa non sono solo film: sono documenti politici. Sono la prova che la rappresentazione trans è sempre esistita, anche quando la società non aveva le parole per ascoltarla. Oggi quelle parole le abbiamo. E dobbiamo usarle — con forza, con eleganza, con verità — per raccontare il mondo libero che vogliamo costruire.
Fonti storiche e approfondimenti culturali:
  • The Criterion Collection: The Crying Game's Legacy as Transgender Representation — L'analisi di Willow Catelyn Maclay.
  • Enciclopedia Treccani: Voce Cinema e Questioni di Genere — Per l'analisi storico-antropologica della fluidità di genere sullo schermo.
  • Fondazione Fernanda Farias de Albuquerque: Documenti e memoria storica sulla vita di Fernanda e la diaspora trans brasiliana in Italia.