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| Esistere visibilmente, con la forza di radici profonde che nessuna ipocrisia può estirpare. |
C’è un limite oltre il quale il dibattito intellettuale smette di essere un esercizio di pensiero e diventa un atto di deliberata violenza verbale. Quel limite è stato ampiamente superato quando, sul palco di NOVA, il filosofo conservatore Marcello Veneziani ha liquidato i diritti civili e l’esistenza della comunità TLGBQI+ come un’oppressione asfissiante perpetrata da una presunta “cultura woke”. Assistendo a quel finale di dibattito, la reazione immediata non può che essere una rabbia profonda, viscerale. Una rabbia che, per quanto ampiamente prevedibile conoscendo l’impianto ideologico della destra conservatrice, non smette di ferire per la freddezza con cui cancella la realtà.
Quel video risale alla fine del 2024, ma se oggi, a settembre 2026, è tornato a circolare con prepotenza nei video della nuova kermesse di Milano, è perché quel finto scontro ideologico è il motore immobile della propaganda attuale. La riproposizione di quel frammento non è casuale: è una strategia. La kermesse milanese ha bisogno di un nemico già confezionato, riconoscibile, pronto da consumare. Ripescare NOVA significa riciclare lo stesso copione, lo stesso allarme artificiale, la stessa retorica della “maggioranza silenziosa”. È la prova che non esiste un dibattito nuovo: esiste solo la ripetizione ossessiva di un format che funziona perché sposta lo sguardo dalle responsabilità politiche alle identità vulnerabili.
Il salotto di NOVA: l’attacco all’America e l’eterno stravolgimento delle parole
Al suo fianco, Marco Travaglio ha rincarato la dose spostando il focus sull’informazione nostrana, denunciando un clima di conformismo politico e di autocensura generalizzata. Ma è proprio qui che si consuma l’equivoco più pericoloso: pur muovendosi da una prospettiva diversa rispetto a Veneziani, Travaglio finisce per alimentare la stessa narrazione di assedio culturale. Trasforma la questione dei diritti in un problema di “clima mediatico”, spostando l’attenzione dalle vite reali alla percezione del dibattito. Così facendo, contribuisce a legittimare l’idea che la visibilità delle minoranze sia un eccesso, un rumore di fondo, invece che una necessità democratica.
“Woke” e “Lobby”: parole svuotate per riempire la propaganda
Ma di cosa parlano esattamente quando dicono “Woke” e “Lobby”? C’è un’ignoranza di fondo — o forse una precisa malafede — nel modo in cui usano questi termini.
“Woke” deriva dal verbo inglese to wake (“svegliarsi”). È una parola nata nella comunità afroamericana per indicare la necessità di rimanere consapevoli di fronte alle ingiustizie sociali e al razzismo strutturale. Nei salotti della destra, questo termine è stato trasformato in uno spauracchio, un brand dispregiativo utilizzato per accorpare sotto un’unica etichetta negativa qualsiasi battaglia di emancipazione, dal femminismo ai diritti di trans e migranti.
Dall’altro lato, molti progressisti e giornalisti liquidano la questione dicendo che la cultura woke “non esiste”, poiché priva di un manifesto unico o di un leader. Questo crea un cortocircuito totale in cui le due visioni non si incontreranno mai: per i conservatori si tratta di una dittatura culturale delle multinazionali e dei campus; per le minoranze si tratta semplicemente del diritto di esistere senza essere presi a calci per strada.
L’ipocrisia del “buio della notte” e la paura della visibilità
La realtà sociologica dietro l’attacco di Veneziani alla visibilità delle minoranze nei media e nelle scuole — bollata come “propaganda”, “esibizionismo” o “indottrinamento” — nasconde la più profonda delle ipocrisie conservatrici. È il modello storicamente riassunto dal motto militare americano Don’t ask, don’t tell (“non chiedere, non dire”).
Secondo questa visione patriarcale:
La tolleranza è privata: puoi vivere la tua identità e la tua sessualità, ma solo nel segreto, nel silenzio, senza disturbare la vista della maggioranza.
L’ordine pubblico deve rimanere tradizionale: leggi, scuola e spazio pubblico devono riflettere unicamente il modello eteronormativo e i ruoli di genere classici.
È l’ipocrisia di chi nel buio della notte consuma ciò che alla luce del sole vieta e condanna agli altri, privandoli del coraggio di vivere a viso aperto. Perché per loro la visibilità è un “danno”? Perché finché una realtà rimane nascosta sotto il tappeto, non ha potere politico, non richiede diritti legali — come matrimoni, tutela sul lavoro o trascrizioni dei figli — e non mette in discussione i privilegi del sistema.
La visibilità dà coraggio e dignità. Ed è esattamente questo che la politica reazionaria vuole arginare per mantenere la società statica e gerarchica.
Smontare la menzogna con i dati:
Mentre i teorici del complotto parlano di potentissime “lobby”, i dati ufficiali descrivono una realtà criminale di soppressione delle minoranze.
L’Agenzia FRA certifica che due persone trans su tre subiscono sistematicamente molestie e stigmi feroci.
Globalmente, i rapporti omosessuali e trans restano criminalizzati in 65 Stati, con la pena di morte prevista in 7 di essi.
Come evidenziato da The Lancet, i movimenti contro le persone LGBTQ+ minacciano la libertà e la privacy di tutti. In Italia, questo clima si riflette negli attacchi ai consultori e nei tentativi di ridimensionare la legge 194 e i diritti civili.
Abbattere l’arena dei nuovi schiavi
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| L'arena dei nuovi schiavi: spingere gli ultimi a combattersi tra loro per proteggere i privilegi del vertice. |
Come approfondito nel saggio Arena dei nuovi schiavi, la politica sfrutta le guerre culturali per contrapporre i diritti dei lavoratori a quelli civili, distogliendo l’attenzione da problemi reali come i milioni di individui in povertà assoluta in Italia. La controinformazione deve denunciare questo inganno e ribadire che i diritti sono universali.
I dati dell’Agenzia FRA e gli allarmi di The Lancet ci ricordano che la difesa dei diritti civili non è una moda passeggera, ma una linea di trincea globale per la libertà di ciascuno di noi. Contro la menzogna della “maggioranza oppressa” e i finti scontri dell’arena dei nuovi schiavi, l’unica risposta possibile è la visibilità radicale.
Continueremo a occupare lo spazio pubblico, a parlare a viso aperto, a pretendere tutele legali alla luce del sole. Non siamo il loro capriccio da salotto. Siamo la realtà che non possono più spegnere. E ogni volta che provano a ricacciarci nel buio, noi rispondiamo con ciò che li terrorizza di più: esistere. Visibilmente, fieramente, irrevocabilmente.
— vanessa mazza TLGBQI+
- I dati relativi alle violenze sistemiche e alle tutele sono consultabili nel report ufficiale dell'Agenzia FRA dell'Unione Europea sulla condizione delle persone LGBTI.
- L'analisi geopolitica e l'allarme sulla regressione dei diritti e della privacy globale sono tratti dall'editoriale della rivista scientifica The Lancet.


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