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mercoledì 19 agosto 2026

Trenta contro uno, ma terrorizzati da due mani intrecciate: la crisi della virilità italiana

Grafica di denuncia sociale sull'affetto tra due uomini e la violenza, articolo di Vanessa Blog Mazza sul pestaggio omofobo ad Angelo Ratti a Olbia.
"Perché la società chiama 'forza' la violenza, ma trema davanti all'affetto tra due uomini." (Grafica di controinformazione sociale)

Di Vanessa Mazza — Libera pensatrice, cittadina e attivista transessuale (Milano, Lombardia)

C’è una domanda, apparentemente semplice ma terribilmente profonda, che in queste ore circola sui canali dell’attivismo indipendente e che mette a nudo tutta l’ipocrisia della nostra civiltà: perché la società vede gli uomini con le armi come simbolo di forza e virilità, ma si sente minacciata quando due uomini camminano mano nella mano?

Questo interrogativo, rilanciato in una potente grafica dall’artista Wanderson Dutch, tocca il cuore pulsante del patriarcato e della mascolinità tossica. Ci costringe a guardare in faccia un paradosso sociologico brutale: abbiamo costruito un mondo in cui l’esibizione di uno strumento di morte è socialmente accettata e persino glorificata, mentre l’esibizione pubblica dell’amore, della tenerezza e dell’identità queer genera panico, violenza e censura.

L’estetica della violenza come surrogato di virilità

Da secoli, la narrazione dominante capitalista e conservatrice educa gli uomini a una forma di identità basata sul dominio, sul controllo e sulla sottomissione dell’altro. La pistola, il fucile, la divisa militare diventano i feticci di questa supposta “supremazia”. L’uomo armato viene sdoganato dai media generalisti e dalla politica di destra come il prototipo del “buon padre di famiglia” o del “difensore della patria”.

In questa logica perversa, la forza non risiede nella capacità di costruire, accogliere o proteggere la vita attraverso l’empatia, ma nella capacità geometrica di distruggerla. La società patriarcale non ha paura dell’arma perché l’arma rispetta le regole della gerarchia e del potere coercitivo. L’arma non mette in discussione il sistema: lo difende.

Dalla teoria alla strada: la cronaca nera dell’omofobia in Italia

Se qualcuno pensa che questo paradosso sia solo una riflessione filosofica astratta, farebbe bene a sfogliare i giornali italiani di questi giorni di agosto 2026. La cronaca ci consegna una realtà brutale che ricalca esattamente questa dinamica di potere violento.

Il volto di Angelo Ratti dopo il pestaggio omofobo a Olbia, servizio di Sky TG24, articolo di controinformazione di Vanessa Blog Mazza.
Il servizio di Sky TG24 sulla denuncia del 39enne Angelo Ratti, aggredito da trenta persone in spiaggia a Olbia. (Foto: Sky TG24)

Il pensiero va dritto alla terribile aggressione squadrista avvenuta a Porto Istana, vicino a Olbia, ai danni del promoter milanese Angelo Ratti alla vigilia di Ferragosto. Un uomo accerchiato, aggredito alle spalle e pestato con calci, pugni e sassate da un branco di circa trenta persone. Il motivo? Il solito, vigliacco pretesto omofobo.

Durante il linciaggio, i componenti del branco (giovanissimi mossi come marionette, ma spalleggiati anche da adulti) hanno vomitato i classici insulti volti a deumanizzare la vittima, riducendola in una pozza di sangue con traumi profondi al volto e la perdita temporanea dell’udito.

Come se non bastasse la violenza della strada, la vittima ha dovuto denunciare persino lo stigma istituzionale subìto al momento dei soccorsi da parte di operatori sanitari che, ridendo, invitavano i colleghi a non toccarlo per paura di un sangue ipoteticamente “infetto”, legando ancora una volta l’omosessualità al pregiudizio filone degli anni Ottanta.

Ecco dove porta la cultura del dominio: trenta persone che si sentono forti e “virili” solo quando distruggono un corpo non conforme a terra.

La minaccia politica di due mani che si stringono

Al contrario, cosa c’è di così sovversivo in due uomini che camminano mano nella mano per strada? Perché quel gesto pacifico scatena reazioni di intolleranza, sguardi di disgusto o, nei casi peggiori, la furia di un intero branco?

La risposta è politica. Due uomini che si tengono per mano, o che rivendicano i propri spazi di aggregazione senza nascondersi, rifiutano apertamente i ruoli rigidi imposti dal machismo istituzionale. Sostituiscono la violenza con la vulnerabilità. Mostrano che l’identità maschile può esistere al di fuori del binario del dominio e della competizione fisica, aprendosi alla cura reciproca.

Quel gesto spaventa i bigotti perché disarma l’ordine costituito. Una società che si sente minacciata dall’affetto e spaventata dalla diversità, ma rassicurata dalla violenza di gruppo, è una società malata di analfabetismo emotivo.

Disarmare la mente, liberare i corpi

È tempo di invertire la rotta culturale. Dobbiamo avere il coraggio di dire che la vera forza non ha bisogno di fondine, di branchi di trenta persone o di retoriche belliciste. La vera virilità sta nel coraggio di essere se stessi alla luce del sole, nel difendere la dignità dei più vulnerabili e nel rivendicare il diritto all’affetto e all’esistenza senza dover chiedere il permesso a nessuno.

In Italia manca ancora una tutela legislativa efficace e specifica contro i crimini d’odio omotransfobici. Finché lo Stato lascerà questo vuoto, e finché una pistola sarà considerata più rispettabile di una carezza, la nostra controinformazione non smetterà di scrivere, di denunciare e di lottare.

Perché la violenza distrugge, ma è solo la libertà dei corpi che ci rende umani.

Fonti e approfondimenti internazionali e di cronaca:

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