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mercoledì 19 agosto 2026

🌈🔥 Siria: l'eredità coloniale e la trappola della clandestinità per le donne trans

Donne trans in Siria nella clandestinità, inchiesta giornalistica di Jonas Karlov e Roméo Kermarec, blog di Vanessa Mazza attivista transessuale a Milano.
L'impatto visivo dell'inchiesta "En Syrie, les femmes trans condamnées à la clandestinité" firmata da Jonas Karlov e Roméo Kermarec. (Foto: Instagram / SyriaUntold)

Di Vanessa Mazza — Libera pensatrice, cittadina e attivista transessuale (Milano, Lombardia)
L'impatto visivo di quell'immagine è un pugno nello stomaco: il volto di una donna velato di bianco, lo sguardo chino, che sembra quasi sbiadire in una luce dorata. Sopra di lei, parole che pesano come una condanna a morte silenziosa: «En Syrie, les femmes trans condamnées à la clandestinité» (In Siria, le donne trans condannate alla clandestinità). Questa inchiesta necessaria e dolorosa, firmata dai giornalisti Jonas Karlov e Roméo Kermarec, squarcia il velo su una tragedia umanitaria sistematicamente ignorata dai media generalisti. Ci ricorda che, nei grandi scacchieri della geopolitica mondiale, i corpi delle minoranze di genere restano il primo, tragico terreno di scontro e di violenza.
Chi pensa che la fine di una dittatura militare significhi automaticamente l'inizio dei diritti civili farebbe bene a guardare cosa sta succedendo in Medio Oriente. In Siria, la recente caduta del regime autocratico di Bachar El-Assad non ha affatto spezzato le catene delle donne transessuali. Al contrario, la loro sopravvivenza è oggi ridotta a un paradosso brutale: Internet è rimasto l’ultimo, fragilissimo spazio di respiro, mentre il mondo reale si è trasformato in una trappola mortale.
📜 Il feticcio giuridico: un regalo del colonialismo francese
C'è una verità storica di fondo che l'Occidente preferisce rimuovere con ipocrisia: le leggi che oggi distruggono le vite delle persone queer in Siria non affondano le radici in ancestrali costumi locali, ma sono l'eredità diretta del colonialismo europeo.
Prima dell'occupazione, l'area mediorientale conosceva forme di tolleranza e fluidità pragmatica rispetto alle varianti di genere. È stato sotto il Mandato francese che il sistema giuridico si è irrigidito in senso repressivo. Quell'impianto burocratico e punitivo è stato poi ereditato e formalizzato nel Codice Penale siriano del 1949, un testo in cui spiccano articoli usati come armi di Stato:
  • L'Articolo 520, che criminalizza i rapporti sessuali definiti "contro natura".
  • L'Articolo 517, che punisce i reati contro la pubblica decenza e viene sistematicamente applicato contro chi "si maschera" o si veste con abiti tradizionalmente associati al genere opposto, prevedendo dai sei ai nove mesi di reclusione.
Questo arsenale normativo, nato nelle cancellerie coloniali francesi, continua a legittimare poliziotti, delatori e aguzzini a caccia di corpi trans.
⛓ Il vuoto di potere e il miraggio del dopo-Assad
Per anni, la dittatura di Assad ha venduto al mondo la maschera di una Siria "laica" e protettrice delle minoranze per contrapporsi al fondamentalismo. Nei fatti, per le donne trans quel regime è stato un carnefice spietato, fatto di stupri sistematici nei centri di detenzione, torture e ricatti continui ai checkpoint militari.
Il crollo di quel blocco di potere centralizzato avvenuto alla fine del 2024 faceva sperare in una transizione democratica. La realtà si sta invece dimostrando un risveglio d'inferno. Il vuoto istituzionale ha polverizzato il controllo, lasciando campo libero a fazioni armate conservatrici, milizie locali radicali e tribunali religiosi improvvisati. Per una donna trans, il pericolo non si è estinto; si è semplicemente decentralizzato. Oggi la minaccia arriva dal vicino di casa, dalla banda che controlla il quartiere, o persino dalla propria famiglia d'origine, pronta a lavare il "disonore" con il sangue.
💻 Il paradosso di Internet: l'ultimo rifugio, l'ultima esca
In questo scenario di macerie materiali e morali, les échappatoires (le vie di fuga) nello spazio fisico non esistono più. L'unico vero spazio di resistenza, aggregazione e mutuo soccorso è diventato lo schermo di uno smartphone. Attraverso chat crittografate, profili privati e reti social, le donne trans siriane riescono ancora a parlarsi, a curare l'isolamento e a ricordarsi di essere umane.
But questo rifugio virtuale è una lama a doppio taglio. In una società dominata da una forte ortodossia religiosa e dal machismo tossico, la visibilità digitale si trasforma in un bersaglio. I movimenti ultra-conservatori monitorano la rete, scatenando campagne d'odio online e cyberharcèlement mirati, che spingono le autorità locali a compiere vere e proprie retate moralizzatrici per ripulire l'onore della nazione.
✊ La resistenza non chiede il permesso
L'inchiesta di Karlov e Kermarec è un atto di giornalismo puro che toglie il velo di rispettabilità alla retorica geopolitica internazionale. Ci sbatte in faccia il doppio standard di governi pronti a riempirsi la bocca di "diritti umani" solo quando serve a giustificare sanzioni o interventi, ma totalmente ciechi di fronte al massacro quotidiano della comunità LGBTIQA+ nei territori di guerra.
La resistenza delle donne trans in Siria non ha i colori di un Pride in piazza o la tutela di uno scranno parlamentare. Si consuma nel silenzio di una stanza, dietro una tenda accostata, nell'ombra della clandestinità. Esistere, nonostante tutto e tutti, è il loro atto politico più grande. E noi abbiamo il dovere di dare loro una voce.
Fonti dell'inchiesta e approfondimenti internazionali:

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