Translate

Visualizzazione post con etichetta diritti LGBTI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritti LGBTI. Mostra tutti i post

martedì 29 settembre 2026

Il cinismo al potere: Trump cancella il Title IX e trasforma la vita dei giovani LGBTQ+ in carne da cannone elettorale

Donald Trump seduto alla scrivania dello Studio Ovale mostra un ordine esecutivo firmato, in una fotografia in bianco e nero dall'alto contrasto.
La burocrazia del pregiudizio: un tratto di penna unilaterale per cancellare i diritti fondamentali e la sicurezza degli studenti.

di Vanessa Mazza

Settembre 2026 – Negli Stati Uniti è accaduto qualcosa che non può essere normalizzato, né archiviato come una semplice “decisione amministrativa”. Donald Trump ha eliminato le regole federali che proteggevano gli studenti LGBTI dalla discriminazione sessuale nelle scuole. Non si tratta di un dettaglio tecnico: è un attacco diretto, consapevole e ideologico contro una parte della popolazione già esposta a violenza, bullismo, esclusione e tassi di suicidio drammaticamente più alti della media.
Questa scelta non nasce dal caso. È il tassello di una strategia politica feroce che da anni punta a cancellare la complessità dell’identità umana per imporre un binarismo artificiale, rigido, violento. Con un colpo di penna e con efficacia immediata, l’amministrazione Trump ha revocato la norma legata al Title IX, la legge che tutela gli studenti da discriminazioni nelle scuole e nelle università. Da oggi, negli Stati Uniti, una persona trans o queer non ha più protezioni federali contro molestie, esclusione, violenza psicologica o fisica legate alla propria identità.
Come denunciato con forza dall'Human Rights Campaign (HRC), l'amministrazione ha agito nell'ombra, cancellando i regolamenti in modo unilaterale e negando deliberatamente al pubblico e alle associazioni qualsiasi possibilità di esprimersi o di opporsi. È la firma classica dei nuovi autoritarismi: silenziare il dibattito per poter colpire i più vulnerabili.
È impossibile non provare una rabbia viscerale.
È inevitabile chiedersi come sia possibile che un essere umano, dotato di potere politico, scelga deliberatamente di mettere a rischio la vita di giovani già fragili per puro calcolo elettorale.
È doloroso vedere in questa decisione un disprezzo così profondo per la dignità umana.
Trump non sta semplicemente “modificando una norma”: sta dicendo a milioni di studenti che la loro esistenza non merita tutela. Sta dicendo ai bulli che possono colpire senza paura. Sta legittimando il Dipartimento dell'Istruzione a ignorare gli accordi sui diritti civili precedentemente stipulati, cancellando l'obbligo di rispettare i nomi, i pronomi o l'accesso sicuro ai servizi igienici in linea con la propria identità. Sta dicendo alle famiglie che la sicurezza dei loro figli dipende dal codice postale, non dai diritti umani fondamentali.
Le associazioni parlanodi “danno enorme”. È un eufemismo.
Il danno è strutturale, sistemico, calcolato.
È la burocrazia dell'esclusione elevata a sistema: le persone LGBTI non contano, sono carne da cannone per la propaganda.
E mentre la retorica conservatrice continua a ripetere che si tratta solo di un "ritorno al buon senso" e che “esistono solo due sessi”, la realtà scientifica, medica e sociale viene cancellata con la stessa arroganza con cui i regimi strappano le pagine dei libri di testo. Ma qui non si tratta di carta: si tratta di carne viva. Di adolescenti che ogni giorno entreranno in aule dove ora sono meno protetti, meno ascoltati, meno difesi.
La storia ci ha già mostrato la fisionomia di questi processi: quando un governo decide che una minoranza non merita diritti, lo fa sempre criminalizzando i corpi e controllando le identità. Non è mai finita bene nel Novecento, e non finirà bene oggi. Chi minimizza, chi parla di “ideologia gender”, sta partecipando – consapevolmente o no – a un processo di disumanizzazione che ha conseguenze reali, concrete, misurabili.
Questo non è un dibattito culturale da salotto.
È una scelta politica criminale che mette vite a rischio.
E chi la compie, chi la sostiene, chi la giustifica, porta una responsabilità storica enorme.
La comunità LGBTI americana non è sola, ma oggi è immensamente più vulnerabile. Di fronte a questo cinismo che usa il disprezzo come strumento di consenso, la nostra risposta deve essere la resistenza. La nostra rabbia deve farsi scudo e megafono, perché la natura umana – con le sue infinite e meravigliose varianti – ha già superato da millenni i binari rigidi di qualunque ortodossia politica.
Non faremo un singolo passo indietro. Restiamo uniti, restiamo visibili, restiamo furiosi.
Fonte: 

mercoledì 29 aprile 2026

1993–2026: dalla depenalizzazione alla repressione. La parabola russa dei diritti LGBTI+

La bandiera arcobaleno sventola davanti a una figura in uniforme: un contrasto che racconta la tensione tra diritti e repressione nella Russia contemporanea.

Il 29 aprile 1993 la Russia cancellò l’articolo 121.1 del Codice Penale, ponendo fine alla criminalizzazione dei rapporti omosessuali tra uomini. Era una norma sovietica che aveva mandato migliaia di persone nei gulag, spesso con accuse costruite per colpire dissidenti e “indesiderabili”. La sua abolizione sembrò, allora, un segnale di apertura: un Paese che usciva dall’URSS e prometteva diritti, riforme, un futuro più libero.

Ma quella promessa non è mai stata mantenuta.

La depenalizzazione non fu accompagnata da leggi antidiscriminazione, né da protezioni per le persone trans, né da riconoscimenti per le coppie dello stesso sesso. Per anni, la comunità LGBTI+ è rimasta in un limbo: formalmente non più criminalizzata, ma priva di qualsiasi tutela. La società civile denunciava violenze, discriminazioni, aggressioni, mentre lo Stato restava in silenzio.

Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando la Duma approvò la legge contro la cosiddetta “propaganda delle relazioni non tradizionali”. Una norma che, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, ha trasformato la semplice visibilità delle persone LGBTI+ in un rischio legale. Nel 2022, la legge è stata estesa agli adulti, rendendo impossibile qualsiasi rappresentazione positiva dell’omosessualità o dell’identità di genere.

Parallelamente, tra il 2023 e il 2024, il governo ha colpito duramente le persone trans: divieto di transizione medica e legale, annullamento dei matrimoni in cui una persona aveva cambiato genere, chiusura dei centri specializzati. Una cancellazione burocratica che diventa cancellazione sociale.

La repressione non riguarda solo individui, ma l’intera società civile. ONG e gruppi di supporto sono stati etichettati come “agenti stranieri” o “organizzazioni indesiderabili”, costretti a chiudere o a operare nell’ombra. Attivisti e attiviste denunciano perquisizioni, intimidazioni, arresti, esilio forzato.

Il caso più grave resta quello della Cecenia, dove dal 2017 sono state documentate detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni di uomini gay e bisessuali. Le autorità locali negano, ma le testimonianze raccolte da giornalisti e organizzazioni per i diritti umani sono numerose e coerenti.

Questa parabola — dalla depenalizzazione del 1993 alla repressione del 2026 — non è un incidente della storia. È il risultato di un progetto politico che usa la comunità LGBTI+ come capro espiatorio, come simbolo da sacrificare per costruire consenso, identità nazionale e controllo sociale. La guerra in Ucraina ha rafforzato questa retorica: la difesa dei “valori tradizionali” è diventata un’arma ideologica, e le persone LGBTI+ un bersaglio utile.

A trentatré anni dalla depenalizzazione, la Russia presenta uno dei quadri più critici al mondo per i diritti delle persone LGBTI+. La visibilità è quasi impossibile, la censura è capillare, la repressione politica si intreccia con quella identitaria. Il 1993, che avrebbe potuto segnare l’inizio di un percorso di libertà, oggi appare come un monito: i diritti non sono mai garantiti per sempre. Senza protezioni, senza cultura democratica, senza libertà di espressione, ogni conquista può essere smontata, riscritta, cancellata.

Raccontare questa storia significa difendere la memoria e denunciare la deriva autoritaria. Significa ricordare che la libertà non è un dato acquisito, ma un terreno da proteggere ogni giorno — in Russia, in Europa, ovunque.

Fonte: Human Rights Watch – Russia: Anti-LGBT Laws and Repression (2013–2024)

— vanessa mazza TLGBQI+

sabato 30 giugno 2018

Marcha de orgulho LGBT de Istambul ocorrerá apesar de proibição do governo, diz organização

Il coraggio della comunità LGBTIdi Istanbul, che ogni anno sfida i divieti da un governo sempre più conservatore e autoritario e manifesta per il Pride, testimonia che la lotta per i diritti civili non può essere arrestata. Siamo solidali con le sorelle ed i fratelli turchi. LoveWins Pride2018 La Turchia è stata per decenni depositaria di una cultura istituzionale laica e a suo modo progressista. "È stata, ad esempio, tra i primi paesi musulmani a consentire lo svolgimento di un gay pride" ricorda Jenny Van Der Linden, coordinatrice per la Turchia di Amnesty international a Bruxelles. "Ma ora la manifestazione è bandita, e il presidente Erdogan si è spinto al punto di dichiarare ai media che l'omosessualità è incompatibile con i valori del Corano".


ISTAMBUL (Reuters) - A marcha de orgulho lésbico, gay, bissexual e transgênero (LGBT) de Istambul ocorrerá no domingo, mesmo que o governo da cidade turca a tenha proibido, citando preocupações com segurança, disseram os organizadores do evento nesta sexta-feira.

Em comunicado publicado na página da Semana LGBTI+ de Istambul no Facebook, os organizadores disseram que a decisão de proibir a marcha era discriminatória e ilegítima.

"Essa marcha é organizada para combater a violência e discriminação alimentada por essa decisão da governança", disseram os organizadores.

"Nós gostaríamos de informar à imprensa e ao público que nós seguiremos adiante com a nossa orgulhosa marcha com a mesma ambição que tínhamos antes."

Paradas de orgulho gay foram proibidas em Istambul pelos últimos três anos. Embora a homossexualidade não seja crime na Turquia, diferentemente de outros países de maioria muçulmana, há ampla hostilidade a homossexuais na sociedade turca.

Na quinta-feira, autoridades na capital turca Ancara proibiram a exibição do filme Pride, uma comédia dramática de 2014 de temática LGBT, citando riscos à segurança pública.

Liberdades civis na Turquia se tornaram uma preocupação particular para o Ocidente após uma onda de repressão depois de uma tentativa de golpe militar em julho de 2016.

A Turquia prendeu 160 mil pessoas e demitiu quase o mesmo número de funcionários públicos desde a tentativa de golpe, disse a Organização das Nações Unidas em março. Destes, mais de 50 mil foram formalmente processados e estão sendo mantidos presos durante julgamento.

(Por Ezgi Erkoyun e Yesim Dikmen)

martedì 11 ottobre 2016

L'11 ottobre è il Coming Out Day



Il Coming Out Day è una ricorrenza internazionale in cui la comunità LGBT celebra l'importanza del coming out. La data della ricorrenza è l'11 ottobre.


L’espressione “coming out” deriva dalla frase inglese coming out of the closet (“uscire dal nascondiglio”, ma letteralmente “uscire dall'armadio a muro”), cioè “uscire allo scoperto”. In italiano la traduzione letterale sarebbe “uscir fuori”, ma questa forma non ha prevalso su quella inglese, a differenza di quanto accaduto con lo spagnolo (salir del armario) e il francese (sortir du placard). Con questo significato è più spesso utilizzato in italiano il verbo “dichiararsi” o l’espressione “uscire allo scoperto”. Questa espressione idiomatica deriva a sua volta a sua volta dalla metafora metafora skeleton in the cupboard /closet (“scheletro nell’armadio”), qualcosa che si ritiene imbarazzante o sgradevole e che si preferisce tenere nascosto. Nel nostro paese l’espressione coming out, che indica una scelta deliberata, è molto spesso confusa conouting, che indica invece l’esposizione dell’omosessualità di qualcuno da parte di terze persone senza il consenso della persona interessata. Il refuso è talmente imperante da essere ormai difficilmente correggibile: bisogna chiarire però che outing e coming out hanno due significati diversissimi, praticamente opposti.

Nonostante ciò, il termine outing deriva direttamente dacoming out e fu coniato dal Time. La pratica è stata fortemente pubblicizzata dal giornalista amercicano Michelangelo Signorile (che preferisce il termine “reporting”) negli anni ’90, come arma politica di difesa contro quegli omosessuali conservatori che, per allontanare da sé i sospetti di omosessualità, si rivelano particolarmente fanatici nella deprecazione e addirittura nella persecuzione pubblica di quest’ultima.

Storia

Il Coming Out Day si è tenuto per la prima volta negli USA l'11 ottobre 1988. L'idea di celebrare il coming out con una ricorrenza apposita fu lanciata da Robert Eichberg, psicologo del New Mexico, e Jean O'Leary, politico ed attivista LGBT di Los Angeles, durante il workshop The Experience and National Gay Rights Advocates. La data fu scelta in quanto si trattava del primo anniversario della seconda marcia nazionale su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay, tenutasi appunto l'11 ottobre 1987.

La prima celebrazione si è tenuta nella sede della National Gay Rights Advocates a West Hollywood, California alla presenza di 18 degli stati statunitensi e dei principali media nazionali. La seconda edizione si è spostata a Santa Fe, New Mexico con la partecipazione di 21 stati. Grazie all'ampia copertura mediatica riservata all'edizione del 1990, a partire dalla quale ha iniziato a dare il suo importante contributo la Human Rights Campaign, la celebrazione del Coming Out Day si è estesa all'intero territorio statunitense con la partecipazione ulteriore di altri 7 paesi.

Nel 2016 il Gay Center, in Italia, ha dedicato il Coming Out Day alla visibilità delle persone sieropositive all'interno della comunità gay.
Celebrazioni.

Tutti gli anni si tengono eventi per celebrare il coming out ed aumentare e rafforzare coscienza e consapevolezza nella comunità e nel movimento LGBT. A chi partecipa agli eventi è spesso chiesto di indossare i simboli dell'orgoglio LGBT come il triangolo rosa per i gay, il triangolo nero per le lesbiche, la bandiera dell'orgoglio bisessuale, la lettera greca lambda e vestiti coi colori dell'arcobaleno. Ogni edizione ha un tema specifico scelto in accordo con la Human Rights Campaign. I temi delle edizioni più recenti sono stati:Coming Out for Equality (2010), Conversations from the Heart (2009), Talk About It (2007. 2006, 2005), Come Out. Speak Out. Vote (2004), It's a Family Affair (2003), Being Out Rocks! (2002), An Out Odyssey (2001), Think it O-o-ver (Who Will Pick the New Supremes?) (2000), Come Out to Congress (1999).

Il Coming Out Day è celebrato, oltre che negli USA, anche in Australia, Canada, Croazia, Germania, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Polonia, Svizzera e Regno Unito. Negli Stati Uniti, Human Rights Campaign organizza gli eventi relativi al National Coming Out Project ed offre risorse alle persone LGBT, alle coppie, ai genitori ed ai figli, oltre che ai loro parenti ed amici eterosessuali, per diffondere l'accettazione delle famiglie LGBT e la consapevolezza nei singoli, nelle coppie e nelle famiglie, della possibilità di vivere la propria vita in maniera aperta e onesta. Dal 1995 Candace Gingrich è la portavoce del Coming Out Day.

Felice Coming Out Day tutti !!!!❤️💜💙💚💛


venerdì 6 novembre 2015

La Corte costituzionale conferma la non necessarietà delle modifiche chirurgiche ai fini del cambio di sesso



Con sentenza n. 221 depositata oggi, la Corte Costituzionale, in adesione all'orientamento espresso dalla Corte di cassazione con sentenza n. 15138/2015 a seguito del ricorso promosso da Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford, ha escluso il carattere necessario dell'intervento chirurgico ai fini della rettificazione anagrafica di sesso.


La Corte, riaffermando il principio per cui resta "ineludibile un rigoroso accertamento giudiziale delle modalità attraverso le quali il cambiamento è avvenuto e del suo carattere definitivo", ha precisato che, rispetto al cambiamento di sesso, "il trattamento chirurgico costituisce uno strumento eventuale, di ausilio al fine di garantire, attraverso una tendenziale corrispondenza dei tratti somatici con quelli del sesso di appartenenza, il conseguimento di un pieno benessere psichico e fisico della persona" e ha sottolineato che "la prevalenza della tutela della salute dell'individuo sulla corrispondenza fra sesso anatomico e sesso anagrafico porta a ritenere il trattamento chirurgico non quale prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione", ma "come possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico".



Importante, infine, il riferimento della Consulta all'art 31 del d.lgs. n. 150 del 2011, che assume "il ruolo di garanzia del diritto all'identità di genere, come espressione del diritto all'identità personale (art. 2 Cost. e art. 8 della CEDU) e, al tempo stesso, di strumento per la piena realizzazione del diritto, dotato anch'esso di copertura costituzionale, alla salute".

La presidente di Avvocatura per i diritti LGBTI, avv. Maria Grazia Sangalli, esprime la sua soddisfazione per l'esito di un giudizio tanto atteso: "si tratta di una pronuncia che chiarisce definitivamente le ambigue zone d'ombra della legge 164/82 in tema di rettificazione di attribuzione di sesso. La legge non impone la modifica chirurgica del sesso, secondo una interpretazione della stessa definitivamente orientata nei termini di una valorizzazione del diritto costituzionale alla salute. L'intervento è dunque solo un possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico della persona".

Copia della sentenza in formato pdf LINK