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martedì 30 giugno 2026

Terrore a Orenburg: la visibilità LGBTQIA+ in Russia diventa reato penale. Pene fino a 7 anni di carcere!

Quando carichi l'immagine su Blogger, imposta come testo alternativo: "Grafica di copertina blog sulla repressione LGBTQIA+ e trans in Russia con persone in cella e simboli queer". Questo aiuterà a indicizzare meglio l'articolo sui motori di ricerca.

Sotto il regime di Putin la dignità umana viene calpestata in nome di una finta moralità di Stato. La prima storica e drammatica sentenza penale contro il movimento queer trasforma i corpi e le identità in bersagli da abbattere. Ma la nostra resistenza globale non si farà silenziare.
Di Vanessa Mazza
Mentre in altre parti d’Europa si combatte per blindare i diritti e avanzare verso la giustizia, dall'altra parte del continente un velo di oscurantismo e persecuzione statale sta soffocando le vite della nostra comunità. Il tribunale russo di Orenburg ha emesso una sentenza che definire vergognosa è un eufemismo: il proprietario e lo staff del Pose, un noto bar locale, sono stati condannati a pesantissime pene detentive in una colonia penale. La loro unica colpa? Aver permesso la visibilità LGBTQIA+, aver creato uno spazio sicuro e aver dato voce all'arte drag.
Questo verdetto non è l'applicazione della giustizia, ma una spietata persecuzione di Stato camuffata da moralità. Il Cremlino ha deciso che esistere, mostrarsi e rivendicare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere equivale all'“estremismo”. Una mossa folle, figlia del bando totale imposto dalla Corte Suprema russa alla fine del 2023 contro il cosiddetto "movimento internazionale LGBT". Oggi quella legge si traduce in manette, celle e vite spezzate.
📊 SCHEDA DI RIEPILOGO: IL VERDETTO DEL TRIBUNALE DI ORENBURG
  • Vyacheslav Khasanov (37 anni) – Proprietario del locale
    • Condanna: 7 anni di prigione in una colonia penale.
    • Sanzioni accessorie: Confisca di 1 milione di rubli (circa 12.800 dollari) e divieto di lavorare nel settore dell'intrattenimento e della ristorazione per 3 anni dopo il rilascio.
  • Diana Kamilyanova (30 anni) – Amministratrice del bar
    • Condanna: 6 anni e 3 mesi di prigione in una colonia penale.
    • Sanzioni accessorie: Divieto di lavorare nel settore dell'intrattenimento e dei locali pubblici per 3 anni dopo il rilascio.
  • Alexander Klimov (23 anni) – Direttore artistico
    • Condanna: 2 anni e 3 mesi di prigione in una colonia penale.
    • Sanzioni accessorie: Divieto di organizzare eventi, spettacoli e performance artistiche per 2 anni dopo il rilascio.
La vita sotto assedio: l'esistenza invisibile della comunità queer
La condanna dello staff del bar Pose è solo la punta dell'iceberg di una persecuzione sistematica che ha trasformato la Russia in un territorio ostile per chiunque non si allinei ai dettami del Cremlino. Da quando la Corte Suprema ha bollato il movimento LGBTQIA+ come "organizzazione estremista", la quotidianità delle persone queer è diventata una logorante lotta psicologica per la sopravvivenza.
La paura ha ridefinito completamente lo spazio pubblico e privato:
  • Il terrore delle spie: Gruppi di attivisti ultra-nazionalisti e omofobi, tollerati e incoraggiati dallo Stato, monitorano costantemente i social network e frequentano i pochissimi spazi di aggregazione rimasti con l'unico scopo di denunciare i singoli cittadini alla polizia.
  • La cancellazione digitale: Profili social chiusi, chat private eliminate e totale censura online. Anche solo scambiarsi messaggi di supporto, frequentare gruppi di mutuo aiuto o possedere una foto con una bandiera arcobaleno sul telefono può essere usato in tribunale come prova di "affiliazione a una setta estremista".
  • L'isolamento sociale: Molte persone hanno interrotto i contatti con gli amici storici o persino con i familiari, nel timore di trascinare i propri cari in indagini di polizia o di subire denunce da parte di parenti radicalizzati dalla propaganda televisiva di regime.
Persone trans: il bersaglio principale della violenza di Stato
Se la situazione è drammatica per l'intera comunità, per le persone trans la Russia è diventata una vera e propria trappola a cielo aperto. La legge draconiana approvata nel 2023 ha azzerato decenni di progressi medici e civili, ponendo le esistenze transessuali totalmente fuori dalla legalità:
  • I documenti come condanna: Il divieto assoluto di cambiare il genere anagrafico sui documenti ha creato un esercito di persone invisibili. Mostrare un passaporto o una carta d'identità che non corrisponde al proprio aspetto durante un banale controllo stradale, per affittare una casa o per cercare lavoro significa esporsi a violenze, derisioni e potenziali arresti.
  • Cancellazione medica e rischi per la salute: Lo Stato ha vietato qualsiasi terapia ormonale sostitutiva e gli interventi chirurgici di affermazione di genere. Chi ha iniziato la transizione anni fa si trova ora privato delle cure ed è costretto a ricorrere a mercati neri illegali e pericolosi per reperire i farmaci, rischiando gravissimi danni alla salute o l'accusa penale di contrabbando.
  • Divorzi forzati e perdita dei figli: La legge invalida automaticamente i matrimoni esistenti se una delle due persone ha effettuato la transizione in passato. Inoltre, vieta tassativamente alle persone trans di adottare minori o di ottenerne l'affidamento, distruggendo interi nuclei familiari e separando i genitori dai propri figli biologici.
Questa non è politica, è una deliberata e scientifica operazione di ingegneria sociale volta a cancellare l'identità e la dignità di migliaia di esseri umani. Chi ha le risorse economiche tenta una fuga disperata verso l'estero; chi resta è condannato a nascondersi, a cancellare il proprio passato e a vivere con la valigia pronta sotto il letto, nell'attesa costante di un passo falso o di una bussata alla porta nel cuore della notte.
Una spinta autoritaria globale: il filo rosso tra Mosca e Ankara
Ciò che sta accadendo a Orenburg non è un caso isolato, ma si inserisce in un inquietante disegno geopolitico che unisce i regimi autoritari d'Europa e del Medio Oriente nell'uso del corpo delle persone LGBTQIA+ come arma di distrazione di massa. Esiste un filo rosso evidente che collega le politiche ultraconservatrici di Vladimir Putin a quelle di Recep Tayyip Erdoğan in Turchia.
Anche ad Ankara e Istanbul, assistiamo da anni a una sistematica criminalizzazione del Pride, all'uso della retorica anti-LGBTQIA+ durante le campagne elettorali per compattare l'elettorato nazionalista e a continui attacchi legali contro le associazioni che difendono i diritti umani. In entrambi i Paesi, la retorica della "difesa dei valori tradizionali della famiglia" viene usata come una clava politica per giustificare la repressione del dissenso e l'abolizione dello Stato di diritto. La strumentalizzazione dell'odio è identica: si crea un nemico interno per distrarre la popolazione dalle crisi economiche e sociali, trasformando la vita quotidiana di migliaia di persone queer e trans in un inferno di fobie e persecuzioni istituzionalizzate.
Europa, non sussurrare: i diritti umani non sono propaganda
Come europei e come attivisti, non possiamo restare a guardare. Come dichiarato fermamente dai European Democrats, i diritti umani non sono una concessione ideologica dell'Occidente: sono universali. Nessun tribunale corrotto e nessuna colonia penale potranno mai imprigionare la dignità intrinseca di un essere umano.
Mentre celebriamo le nostre conquiste locali, non dobbiamo dimenticare chi, a poche ore di volo da noi, rischia la vita e la libertà per il solo fatto di non nascondersi. L'Europa non deve sussurrare di fronte a questa barbarie. Dobbiamo urlare, denunciare e fare da scudo a ogni persona russa costretta al silenzio.
Il disonore sta nelle mani di chi stringe le manette, mai nei corpi di chi ama e resiste.
La nostra solidarietà non ha confini. Noi stiamo con lo staff del bar Pose. ✊🏾🏳️‍🌈🏳️‍⚧️
— vanessa mazza TLGBQI+

lunedì 8 giugno 2026

🌈🔥 IL PRIDE DEGLI IPOCRITI La caccia alle streghe in Africa e nel mondo arabo — e il silenzio complice dell’Occidente

Un simbolo visivo della trincea globale: due mani che si stringono oltre il filo spinato della persecuzione di Stato, illuminate dall'arcobaleno della resistenza che nessun regime può cancellare

Mentre le città occidentali si colorano con i loghi arcobaleno dei grandi marchi, in questo giugno 2026 si sta consumando una delle più feroci cacce alle streghe della storia moderna contro le persone TLGBQI+. Ma c’è una verità ancora più marcia da raccontare: l’ipocrisia dei governi occidentali.

Quegli stessi Paesi europei e americani che si proclamano “paladini dei diritti umani” finanziano, stringono mani e mantengono relazioni commerciali strategiche con regimi dittatoriali che puniscono l’esistenza queer con il carcere, la tortura e la pena di morte.

Non si tratta di opinioni, ma di fatti, geografie e sangue. Facciamo i nomi e i luoghi di questa vergogna globale.

🔥 Oggi non parlo dei morti illustri. Parlo dei vivi che stanno morendo adesso.

Oggi non voglio parlare di chi ha lasciato un segno nella storia. Non voglio evocare eroine, poeti, rivoluzionari queer del passato. Oggi parlo di chi sta lottando per sopravvivere adesso, nel 2026. Di chi non diventerà mai un simbolo perché deve restare vivo fino a domani. Di chi viene trascinato per strada in Pakistan, torturato nelle carceri ugandesi, condannato in Russia per un video, braccato in Egitto attraverso un’app di incontri. Di chi non ha tempo per la memoria, perché è intrappolato nella sopravvivenza.

Ed è quasi grottesco — osceno — che dopo decenni di Pride, dopo Stonewall, dopo le leggi conquistate a fatica, siamo ancora qui a dover spiegare che esistere non è un crimine. Che amare non è terrorismo. Che un’identità non è una minaccia. Che nessuno dovrebbe rischiare la vita per un pronome, un bacio, un corpo.

Il Pride non è un anniversario. È un bollettino di guerra. E ogni anno ci ricorda che i diritti non sono garantiti: vengono negati, cancellati, barattati, venduti. E mentre l’Occidente si fa bello con le bandiere arcobaleno, la nostra comunità continua a sanguinare nel silenzio generale.

🇵🇰 Pakistan — Le Khwaja Sira massacrate nelle strade

In questi giorni, non nel passato remoto, giugno 2026, la polizia e i fondamentalisti hanno assaltato le marce pacifiche delle Khwaja Sira. Donne trans trascinate per i capelli, picchiate, arrestate, rinchiuse in centri di detenzione dove subiscono torture fisiche e psicologiche: – capelli tagliati a forza – vestiti strappati – umiliazioni sessuali – isolamento punitivo

E l’Occidente? Silenzio. Troppo impegnato a vendere armi e droni a Islamabad.

🇷🇺 Russia — Il totalitarismo che condanna un ragazzo per un video

Nella Russia di Putin, dichiarare il proprio orientamento è diventato un atto “terroristico”. Un ragazzo è stato appena condannato a una lunga pena in un carcere di massima sicurezza per un semplice video sui social. Da quando il Cremlino ha inserito il “movimento LGBT internazionale” nella lista delle organizzazioni estremiste, basta un like, una bandiera, un post per finire in cella.

Eppure, le cancellerie occidentali continuano a comprare gas e a stringere mani insanguinate.

🌍 Africa — Le leggi inquisitoriali finanziate dagli USA ultraconservatori

In molti Paesi africani non è in corso un’ondata di omofobia: è in corso un progetto politico di sterminio giuridico, alimentato da lobby evangeliche statunitensi che esportano odio come fosse merce.

🇺🇬 Uganda

L’Anti-Homosexuality Act prevede la pena di morte per l’“omosessualità aggravata” e fino a 20 anni per chi fa attivismo. Ragazze giovanissime processate, torture, violenze mediche. E l’Occidente continua a finanziare Museveni in nome della “stabilità regionale”.

🇬🇭 Ghana

Il nuovo Human Sexual Rights and Family Values Bill criminalizza l’identità stessa. Dire “sono queer” può costarti anni di carcere duro. E l’Europa applaude Accra come “partner democratico”.

🕌 Mondo arabo — Il silenzio comprato con il petrolio

Qui l’ipocrisia occidentale diventa totale. Non c’è nemmeno la finta indignazione. Solo contratti, armi, gas, petrolio.

🇸🇦 Arabia Saudita

Il regime punisce l’omosessualità e le identità trans con la pena di morte e la fustigazione. Eppure, i leader occidentali fanno la fila per stringere la mano a Mohammed bin Salman.

🇪🇬 Egitto

Il governo di Al-Sisi — partner strategico dell’UE — usa la polizia per infiltrare app di incontri, adescare giovani queer, arrestarli, torturarli. E Bruxelles continua a pagare miliardi per “cooperazione”.

🔴 Il doppio gioco dei “liberatori”

Per l’Occidente i diritti umani sono un interruttore: si accendono quando serve a punire un nemico geopolitico, si spengono quando l’aggressore è un alleato o un fornitore di idrocarburi.

Accettare i soldi degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, significa accettare la persecuzione. Significa essere complici.

Il Pride non può essere un carnevale sponsorizzato. Non può essere un mese di glitter mentre nel mondo si muore per un pronome, un bacio, un’identità.

Il Pride deve essere denuncia, memoria, lotta. Perché la storia ci guarda. E la nostra complicità è scritta col sangue.

E allora basta ipocrisie. Basta Pride da vetrina, basta governi che si travestono da alleati mentre firmano contratti con chi ci vuole morti. Basta inchini ai dittatori, basta silenzi comprati con il petrolio, basta arcobaleni stampati sulle pubblicità mentre i nostri corpi vengono torturati, incarcerati, cancellati.

Se il Pride deve avere un senso, allora deve essere questo: smettere di chiedere diritti a chi ci usa come merce di scambio. Smettere di aspettare che l’Occidente ci salvi, quando l’Occidente è parte del problema. Smettere di credere che la libertà sia garantita, quando ogni anno ci dimostra che può essere ritirata, negoziata, venduta.

Il Pride non è un mese. È un ultimatum. È il grido di chi vive oggi, non il ricordo di chi è morto ieri. È la voce di chi non vuole diventare un martire, ma pretende di restare vivo.

E se il mondo continua a voltarsi dall’altra parte, allora saremo noi a costringerlo a guardare. Perché la nostra esistenza non è negoziabile. Perché non siamo carne da sacrificare per la geopolitica. Perché la storia ci guarda, e questa volta non saremo noi a vergognarci.

— vanessa mazza TLGBQI+

mercoledì 29 aprile 2026

1993–2026: dalla depenalizzazione alla repressione. La parabola russa dei diritti LGBTI+

La bandiera arcobaleno sventola davanti a una figura in uniforme: un contrasto che racconta la tensione tra diritti e repressione nella Russia contemporanea.

Il 29 aprile 1993 la Russia cancellò l’articolo 121.1 del Codice Penale, ponendo fine alla criminalizzazione dei rapporti omosessuali tra uomini. Era una norma sovietica che aveva mandato migliaia di persone nei gulag, spesso con accuse costruite per colpire dissidenti e “indesiderabili”. La sua abolizione sembrò, allora, un segnale di apertura: un Paese che usciva dall’URSS e prometteva diritti, riforme, un futuro più libero.

Ma quella promessa non è mai stata mantenuta.

La depenalizzazione non fu accompagnata da leggi antidiscriminazione, né da protezioni per le persone trans, né da riconoscimenti per le coppie dello stesso sesso. Per anni, la comunità LGBTI+ è rimasta in un limbo: formalmente non più criminalizzata, ma priva di qualsiasi tutela. La società civile denunciava violenze, discriminazioni, aggressioni, mentre lo Stato restava in silenzio.

Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando la Duma approvò la legge contro la cosiddetta “propaganda delle relazioni non tradizionali”. Una norma che, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, ha trasformato la semplice visibilità delle persone LGBTI+ in un rischio legale. Nel 2022, la legge è stata estesa agli adulti, rendendo impossibile qualsiasi rappresentazione positiva dell’omosessualità o dell’identità di genere.

Parallelamente, tra il 2023 e il 2024, il governo ha colpito duramente le persone trans: divieto di transizione medica e legale, annullamento dei matrimoni in cui una persona aveva cambiato genere, chiusura dei centri specializzati. Una cancellazione burocratica che diventa cancellazione sociale.

La repressione non riguarda solo individui, ma l’intera società civile. ONG e gruppi di supporto sono stati etichettati come “agenti stranieri” o “organizzazioni indesiderabili”, costretti a chiudere o a operare nell’ombra. Attivisti e attiviste denunciano perquisizioni, intimidazioni, arresti, esilio forzato.

Il caso più grave resta quello della Cecenia, dove dal 2017 sono state documentate detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni di uomini gay e bisessuali. Le autorità locali negano, ma le testimonianze raccolte da giornalisti e organizzazioni per i diritti umani sono numerose e coerenti.

Questa parabola — dalla depenalizzazione del 1993 alla repressione del 2026 — non è un incidente della storia. È il risultato di un progetto politico che usa la comunità LGBTI+ come capro espiatorio, come simbolo da sacrificare per costruire consenso, identità nazionale e controllo sociale. La guerra in Ucraina ha rafforzato questa retorica: la difesa dei “valori tradizionali” è diventata un’arma ideologica, e le persone LGBTI+ un bersaglio utile.

A trentatré anni dalla depenalizzazione, la Russia presenta uno dei quadri più critici al mondo per i diritti delle persone LGBTI+. La visibilità è quasi impossibile, la censura è capillare, la repressione politica si intreccia con quella identitaria. Il 1993, che avrebbe potuto segnare l’inizio di un percorso di libertà, oggi appare come un monito: i diritti non sono mai garantiti per sempre. Senza protezioni, senza cultura democratica, senza libertà di espressione, ogni conquista può essere smontata, riscritta, cancellata.

Raccontare questa storia significa difendere la memoria e denunciare la deriva autoritaria. Significa ricordare che la libertà non è un dato acquisito, ma un terreno da proteggere ogni giorno — in Russia, in Europa, ovunque.

Fonte: Human Rights Watch – Russia: Anti-LGBT Laws and Repression (2013–2024)

— vanessa mazza TLGBQI+

martedì 10 luglio 2018

Russia :Resistenza creativa, le divise delle nazionali di calcio come bandiera arcobaleno


La libertà individuale viene ogni giorno messa sempre più in discussione, non solo in Paesi dove sappiamo esistere una condizione di democrazia precaria o incompleta, per non parlare dei luoghi dove la democrazia non esiste proprio, ma anche laddove speravamo che le cose fossero cambiate negli ultimi tempi. La Russia è uno di questi esempi. Sfilare con la bandiera LGBT è reato.

Nonostante queste premesse, l’associazione spagnola Federación Estatal LGTB si è presa una bella rivincita scendendo per la strade russe con una bandiera rainbow decisamente particolare: The hidden flag, ovvero, la bandiera nascosta. Sei attivisti provenienti da sei nazioni diverse hanno sfilato e posato componendo con le rispettive divise calcistiche la celebre bandiera dell’orgoglio gay. Uno stratagemma semplice ma efficace per raggirare le tristemente note leggi russe contro la cosiddetta “propaganda gay”.

Sono riusciti a portare la bandiera arcobaleno Lgbt fin dentro la Piazza Rossa, a Mosca, violando di fatto il divieto di propaganda gay che vige in tutta la Russia. E hanno marciato uniti per l'orgoglio LGBT allo slogan di The Hidden Flag, senza correre il rischio di venire arrestati.

Non possiamo dimenticare di : Alexander Agapov, presidente della Federazione Russa Sport LGBT, ha portato con sé allo Stadio Lužniki di Mosca una bandiera arcobaleno. Quando il presidente russo Vladimir Putin ha parlato alla folla presente allo stadio prima dell’avvio ufficiale della manifestazione, Agapov ha tirato fuori la bandiera e ha iniziato a sventolarla. Successivamente, mentre la sua Nazionale infliggeva una sonora sconfitta per 5 – 0 all’Arabia Saudita (il derby dell’omofobia…), Agapov in occasione di ogni goal è tornato a sventolare la bandiera dell’orgoglio LGBT in favore di flash e telecamere.





Un messaggio coraggioso in un paese dove il buio dell'oppressione e dell'omofobia rovina la vita di centinaia di migliaia di persone, costrette a nascondersi per paura di ritorsioni contro di loro e la loro famiglia.






mercoledì 19 novembre 2014

Kalena Rios, la rappresentanti della Russia e la vincitrice di Miss Trans Universo 2014

Laviny Holanda Miss trans 2013 ,Kalena Rios Miss Trans 2014 . Nicole Fontanelle Miss trans 2012

Kalena Rios, 25 anni, rappresentanti della Russia , originaria dal Brasile. E la nuova Miss Trans Universo 2014. Che si è svolto il 16 Novembre al "TEATRO BERTOLT BRECHT"nella cita di Perugia. Organizzazioni: Caroline D' Lamark. 
Caroline D' Lamark e la modello trans Carol Marra,

Caroline D' Lamark




Kalena Rios Miss Trans Universo 2014 rappresentante Russia
In una serata total glamour dove si e visti arrivare trans di ogni parte di italia e del mondo, per Prestigiare questo evento che non si vedeva dagli anni 80. Con l"interruzione del leggendario Miss Universo Transex diretto da Safira Bengel.


Qui per voi, una breve intervista alla nostra giovane Miss. Vincitrice 2014 di questo concorso diventato un vero festival. Con interviste, servizi fotografico e l'attesissima presentazione del calendario "Preciosas 2015" dedicato alle trans più' note e conosciute duranti un cocktail.


https://www.facebook.com/profile.php?id=100005123147132&fref=photo


Vanessa Mazza.

venerdì 15 novembre 2013

Il video che la Russia di Putin non vuole che tu veda.


La Russia è nel bel mezzo di una violenta repressione contro gay,lesbiche, bi e trans - alimentata da leggi che rendono un crimine essere apertamente quello che sei e chi si ama.

Il conto alla rovescia è per le Olimpiadi invernali in Russia, molto presto, tutti gli occhi saranno su di loro.

I Giochi Olimpici sono la nostra migliore occasione per porre fine a queste scandalose leggi anti-gay della Russia - ma per farlo, dobbiamo far conoscere a tutti ciò che sta accadendo in Russia.

Guarda questo bel video di 2 minuti, e condividerlo con la famiglia e gli amici per favore. È anche possibile firmare la petizione qui https://www.allout.org/en/actions/russia-attacks-taf

In soli tre giorni, più di 350.000 persone hanno visto il nuovo video della associazione "All Out" che lotta nella difesa dei diritti delle persone ( LGBT) in tutto il pianeta. L'intento di Questo nuovo video è quello di spostare l'attenzione alla persecuzione omofoba in corso in Russia. Il video è solo una parte di tutta una campagna che si è sviluppato nel corso degli ultimi due anni contro le leggi omofobe e mancanza di rispetto dei diritti umani in Russia.

"Questo video aiuterà migliaia di persone a rendersi conto di quanto le leggi anti-gay in Russia siano completamente contro lo spirito olimpico di non discriminazione", ha spiegato Andre Banche direttore esecutivo e co-fondatore di All Out.

. Questa settimana il video è stato replicato 11 milioni di volte su Twitter poco dopo l'uscita del video.
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sabato 19 ottobre 2013

"Dalla Russia con amore": fotografa ritrai la vita delle coppie lesbiche nel paese.

Se la vita di una coppie gay in paesi che si definiscono liberali è una conquista quotidiana di rispetto e diritti, che si può dire in un paese dove il presidente incoraggia l'intolleranza nella società. Questa è la realtà della Russia, dove Vladimir Putin ha firmato lo scorso luglio, una legge con contenuto discriminatorio, noto come "anti-gay". Con la nuova legge, è vietata la diffusione di propaganda sesso "non tradizionale" tra i minori.

Aspramente criticato nella comunità internazionale, la legge ha generato un'ondata di sdegno nella comunità internazionale ed è stato denunciato come omofobi . Questa decisione mette in discussione l'omofobia anche 20 anni dopo che l'omosessualità è stata depenalizzata nel paese.

Con questa situazione effervescente nel paese , la fotografa russa Anastasia Ivanova ha deciso di ritrarre la vita delle donne omosessuali nel paese nel progetto "Dalla Russia con amore", in traduzione libera. "Ho avuto l'idea per il progetto ed era felice che la rivista MUFF accettato di farlo ", dice Ivanova a Marie Claire. " Il mio desiderio era quello di far conoscere ciò che realmente accade in Russia, quando vedano le mie foto . "

Per la direttrice della pubblicazione, Elisabeth Bukanova, il progetto ha l'opportunità di dimostrare " queste donne, senza alcun cliché o ripresentazione opprimente , a differenza che vorrebbero che noi facciamo qui in Russia. " "Il nostro desiderio era quello di catturare scene di vita quotidiana: si sono seduti insieme in cucina a fumare sul balcone, le cose semplici che chiunque fa , "dice.

Molte storie ...
"Spero davvero che la situazione degli omosessuali possa cambiare qui in Russia", dice Ivanova. "Dobbiamo fare qualcosa insieme. Nulla cambierà se nessuno dice niente . " Ecco perché le donne che hanno partecipato alla serie hanno deciso mostrare i loro volti e le loro vite nel tentativo di trasformare questo scenario.
" La società qui ha un atteggiamento molto aggressivo verso l'omosessualità . E 'soprattutto a causa del governo, che incoraggia l'omofobia e le persone LGBT diventano molto vulnerabile. La sua assurda legge sulla "pubblicità gay e transessuale" mostra che la discriminazione è illegale ", ha detto Victoria, 24 e Dasha, 27 che sono nelle foto.


Ivanova, che è bisessuale e ha studiato presso l'Università delle Arti di Londra, dice che le storie ritratte gli hanno sorprese lei. " Ogni storia d'amore è sempre diversa . " Per la giornalista Elisabeth, le immagini sono un modo non aggressivo di dimostrare che non c'è niente di insolito in essere gay. " In effetti, non percepiscono nulla di differente nelle immagini è il fatto che essi sono omosessuali non vieni menzionato . "

Come tutte le coppia, loro hanno molti sogni. " In futuro, tutti noi vogliamo mantenere la nostra piccola famiglia unita. Magari, se saremo fortunati, un giorno arrivi un bambino ", dice Irina, 27 e Antonina, 31, che sono anche parte della serie. unanimità tra tutti loro è la forma discreta che guidano il rapporto in pubblico. Evitano baci, abbracci o manifestazioni più affettuose . "Solo quando siamo certe che le persone intorno a noi sono tolleranti mostriamo nostro affetto. In Russia non esiste nessun diritti per i gay", finalizza Olga 32 e Ulia 28.