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mercoledì 10 settembre 2025

Transgender: Gli stati membri UE devono rilasciare documenti che riflettano l'indentità di genere.


Nell'Unione Europea, i diritti delle persone transgender sono protetti in parte dalla legislazione antidiscriminazione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE, che vietano la discriminazione basata sull'identità di genere. La giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'UE ha ribadito che l'identità di genere è un aspetto della vita privata protetto e che gli Stati membri non possono imporre requisiti chirurgici per il riconoscimento legale del genere. 

Tuttavia, permangono sfide significative, con alcune nazioni ancora che richiedono diagnosi psichiatriche o interventi chirurgici e altre che non hanno ancora procedure per il riconoscimento legale del genere, evidenziate da report come il "Trans Rights Map 2025" di TGEU.

Un parere dell’Avvocato generale della Corte di giustizia UE potrebbe aprire la strada a un importante cambiamento per i diritti delle persone transgender in Europa, in particolare per quanto riguarda il riconoscimento di genere nei documenti d’identità.

Il caso all’origine della questione arriva dalla Bulgaria. Una cittadina, registrata alla nascita come maschio, ha intrapreso una transizione attraverso trattamenti ormonali e oggi si presenta con caratteristiche femminili. Tuttavia, le autorità nazionali hanno rifiutato di aggiornare i suoi dati anagrafici, mantenendo nei documenti ufficiali il sesso e il nome maschile originari. Questa discrepanza tra aspetto e dati legali le ha provocato difficoltà concrete, ad esempio nella ricerca di un impiego, spingendola a rivolgersi ai tribunali.

La normativa bulgara, come interpretata dai giudici locali, non consente in questi casi la modifica del sesso, del nome e del numero di identificazione personale riportati negli atti di nascita. La Corte suprema di cassazione bulgara, investita della controversia, ha chiesto alla CGUE se tale posizione fosse compatibile con le garanzie previste dall’ordinamento europeo.

Nelle sue conclusioni, l’Avvocato generale ha chiarito che l’obbligo di garantire la libera circolazione e il rispetto della vita privata impone agli Stati membri di riconoscere legalmente il genere vissuto dai propri cittadini. Secondo de la Tour, la menzione del sesso nei documenti d’identità, in quanto strumento di identificazione, deve corrispondere alla realtà vissuta dall’interessato, affinché la validità e l’autenticità del documento non vengano messe in discussione.

Di conseguenza, una legge nazionale che impedisca a una persona transgender di ottenere un documento allineato alla propria identità rappresenta una restrizione ingiustificata di un diritto fondamentale, in questo caso la possibilità di viaggiare e risiedere liberamente all’interno dell’UE. Per essere legittima, una simile limitazione dovrebbe rispondere a motivi oggettivi e proporzionati rispetto a un obiettivo di interesse generale. Ma, osserva l’Avvocato generale, nel caso bulgaro tale giustificazione non sussiste.

Il parere suggerisce inoltre che i giudici nazionali, senza attendere un intervento legislativo, interpretino le norme interne in modo conforme al diritto europeo o, se ciò non fosse possibile, le disapplichino. Ciò significa che i tribunali dei Paesi membri devono garantire, caso per caso, la piena efficacia dei diritti riconosciuti a livello dell’Unione, anche quando le leggi interne non risultino aggiornate.

Particolarmente rilevante è anche un altro punto sollevato da de la Tour: la richiesta di aggiornamento dello stato civile per ottenere documenti conformi alla propria identità di genere non può essere subordinata alla prova di un intervento chirurgico di riassegnazione. Un requisito del genere, infatti, lederebbe non solo il diritto al rispetto della vita privata, ma anche l’integrità fisica della persona, introducendo una condizione medica non necessaria per l’esercizio di un diritto civile.

Si ricorda tuttavia che le conclusioni dell’Avvocato generale non sono vincolanti. Rappresentano una proposta giuridica, elaborata in piena indipendenza, che serve a orientare la Corte di giustizia nella decisione finale. I giudici europei hanno ora iniziato le loro deliberazioni e la sentenza definitiva sarà pronunciata in un secondo momento.

Il rinvio pregiudiziale, strumento utilizzato in questo caso, consente ai tribunali nazionali di chiedere alla CGUE chiarimenti sull’interpretazione o sulla validità del diritto dell’Unione, senza che la Corte stessa risolva direttamente la controversia interna. Sarà infatti compito dei giudici bulgari concludere il procedimento, applicando la decisione europea, che a sua volta diventerà un riferimento vincolante per altri tribunali alle prese con questioni analoghe.

Se la Corte seguirà le indicazioni dell’Avvocato generale, la decisione avrà effetti ben oltre la Bulgaria. Potrebbe infatti costituire un precedente capace di incidere sulle legislazioni di diversi Stati membri che ancora oggi subordinano il riconoscimento legale dell’identità di genere a procedure mediche invasive o, in alcuni casi, non lo prevedono affatto. Un passo, dunque, che non riguarda soltanto la burocrazia dei documenti, ma tocca la dignità e i diritti fondamentali di numerose persone in tutta l’Unione europea.

L’avvocato generale della Corte di giustizia UE afferma: ogni persona ha diritto a documenti che rispecchino la propria identità di genere, senza dover subire interventi chirurgici o dover fornire prova di essi.


E’ il riconoscimento pieno del diritto all’autodeterminazione, alla libertà, alla dignità: il diritto ad essere se stessi, senza condizioni. Ora ci aspettiamo che la Corte confermi questa linea e che in tutta l’Unione nessuno possa più negare dignità e libertà a cittadine e cittadini, in particolare alle persone trans.

Sono oltre 3.400 le firme raccolte nell'industria cinematografica che si impegnano a non lavorare con aziende e istituzioni israeliane “


Sono oltre 3.400 le firme raccolte nell'industria cinematografica che si impegnano a non lavorare con aziende e istituzioni israeliane “complici dell'apartheid e del genocidio contro il popolo palestinese”

L'elenco dei firmatari - che ha superato i 3.400 nomi, secondo il sito web di Film Workers for Palestine (Lavoratori del cinema per la Palestina, in traduzione libera) - include registi come Yorgos Lanthimos, Ava DuVernay, Adam McKay, Boots Riley, Emma Seligman, Joshua Oppenheimer e Mike Leigh, e attori come Emma Stone, Olivia Colman, Ayo Edebiri, Lily Gladstone, Mark Ruffalo, Hannah Einbinder, Peter Sarsgaard, Aimee Lou Wood, Paapa Essiedu, Gael Garcia Bernal, Riz Ahmed, Melissa Barrera, Cynthia Nixon, Tilda Swinton, Javier Bardem, Joe Alwyn e Josh O'Connor. Fernando Meirelles hanno firmato il documento.

Cineasti, artisti, produttori e altri professionisti dell'industria cinematografica firmano un manifesto di boicottaggio, impegnandosi a non lavorare con aziende e festivals israeliani complici del genocidio a Gaza.

“Riconosciamo il potere del cinema di plasmare le percezioni. In questo momento di crisi urgente, in cui molti dei nostri governi stanno permettendo il massacro a Gaza, dobbiamo fare tutto il possibile per combattere la complicità in questo orrore senza fine”, si legge nel manifesto diffuso domenica (7) dal gruppo Film Workers for Palestine (FWP).

L'iniziativa si ispira al movimento FUAA (Filmakers United Against Apartheid - Cineasti Uniti Contro l'Apartheid), fondato nel 1987 da Jonathan Demme, Martin Scorsese e altri registi che si sono rifiutati di proiettare i loro film in Sudafrica durante il regime dell'apartheid.

"La più alta corte del mondo, la Corte internazionale di giustizia, ha deciso che esiste un rischio plausibile di genocidio a Gaza e che l'occupazione israeliana e l'apartheid contro i palestinesi sono illegali. Difendere l'uguaglianza, la giustizia e la libertà per tutte le persone è un profondo dovere morale che nessuno di noi può ignorare. Allo stesso modo, dobbiamo manifestare ora contro i danni causati al popolo palestinese", recita il testo.

Secondo il quotidiano britannico The Guardian, l'iniziativa ha suscitato la reazione dell'API (Associazione dei produttori israeliani), che l'ha definita “profondamente errata”. In una nota inviata al giornale, l'istituzione ha dichiarato:

“Per decenni, noi artisti, narratori e creatori israeliani siamo stati le voci principali che hanno permesso al pubblico di ascoltare e testimoniare la complessità del conflitto, comprese le narrazioni palestinesi e le critiche alle politiche dello Stato israeliano. Abbiamo lavorato con creatori palestinesi, raccontando le nostre storie condivise e promuovendo la pace e la fine della violenza attraverso migliaia di film, serie TV e documentari.

La situazione richiede buon senso, quindi il manifesto riconosce l'esistenza di “alcune entità cinematografiche israeliane che non sono complici” e consiglia di seguire “le linee guida stabilite dalla società civile palestinese”. Ovviamente, non è a queste aziende che il documento si rivolge.

Il manifesto, nella sua interezza

Sul sito web della FWP è possibile trovare
 il testo del manifesto in inglese con l'elenco completo dei firmatari. 

Monica Helms, ideatrice della bandiera trans, fugge dagli Stati Uniti a causa della crescente ostilità nei confronti della comunità LGBTQ+.


Fu creata da Monica Helms, donna trans e attivista, nel 1999 per simboleggiare la diversità della comunità trans e i diritti e riconoscimenti per i quali lotta ancora oggi.
Il rosa celebra chi si identifica come donna nonostante il genere assegnato alla nascita, e il blu chi si identifica come uomo nonostante il genere assegnato alla nascita. Il bianco invece include le persone intersessuali e coloro che sono in transizione o non hanno un genere definito.


Helms, 74 anni, attualmente risiede in Georgia con sua moglie, Darlene Wagner. La coppia ha lanciato una campagna di crowdfunding per sostenere il proprio trasferimento all'estero, esprimendo timori per la propria sicurezza nell'attuale clima politico. “Siamo preoccupate che possa succedere qualcosa che ci porti ad essere arrestate solo per essere ciò che siamo”, ha detto Helms al Bay Area Reporter.

La Georgia è diventata un ambiente particolarmente ostile per le persone transgender, con quattro leggi anti-trans approvate a partire 2023. Queste includono il divieto per le ragazze trans di partecipare agli sport scolastici, restrizioni alle cure di affermazione di genere per i minori e le persone incarcerate e una legislazione che potrebbe consentire la discriminazione con il pretesto della libertà religiosa.

Helms non è l'unica a nutrire queste preoccupazioni. Un recente sondaggio del Williams Institute ha rivelato che quasi la metà di tutti gli adulti trans negli Stati Uniti ha preso in considerazione la possibilità di trasferirsi fuori dallo Stato o all'estero a causa del peggioramento del clima legale e sociale.

Nonostante la sua decisione di andarsene, Helms rimane impegnata nella difesa dei diritti. “Non abbandoneremo il nostro attivismo”, ha scritto sulla sua pagina GoFundMe. La sua bandiera, che ha sempre insistito affinché rimanesse libera per uso pubblico, è diventata un simbolo globale della visibilità e dell'orgoglio transgender. “Non importa come la sventoli, è sempre corretta, il che significa trovare la correttezza nelle nostre vite”, ha detto una volta.

Monica Helms è nata l'8 marzo 1951 a Sumter, in South Carolina. Proveniente da una famiglia con una forte tradizione militare, ha trascorso gran parte della sua infanzia a Phoenix, in Arizona, vivendo in Germania e in Kansas, prima di tornare a Phoenix per frequentare il liceo.

Nel 1970, all'età di diciannove anni, entrò nella Marina Militare, frequentando la Naval Nuclear Power School. Prestò servizio nella Marina Militare degli Stati Uniti dal 1970 al 1978, lavorando e vivendo su due sottomarini dotati di missili. Dopo aver lasciato la Marina Militare, Monica proseguì gli studi e l'attivismo. Si sposò poi nel 1980 e ebbe due figli. Nel 1990 iniziò la sua carriera presso la società di telecomunicazioni Sprint.

Nel 1997 Monica ha intrapreso il processo di transizione e ha presentato nuovamente domanda di adesione alla sezione di Phoenix dell'US American Submarine Veterans Group con il nome “Monica”, incontrando però una forte resistenza e venendo indirizzata invece a un gruppo generico di veterani per donne. Tuttavia, Monica ha contestato la decisione e dopo alcuni mesi è riuscita a entrare a far parte del Submarine Veterans Group. Monica è la prima donna ad aver mai aderito all'organizzazione.

Nonostante questo successo, la transizione di Monica ha causato un significativo sconvolgimento personale, che ha portato al divorzio dalla moglie e dai figli. Tuttavia, i suoi figli sono cresciuti accettandola per la persona che era.

Monica ha poi co-fondato It's Time Arizona, un'organizzazione con sede in Arizona che sostiene la parità di trattamento per le persone trans nell'esercito. Nel 1999, Monica ha fatto parte di una delegazione che si è recata a Washington DC per fare pressione sul Congresso. Nello stesso anno, ha creato l'iconica bandiera transgender, che è diventata un simbolo dell'orgoglio transgender. Nel 2000 si è trasferita in Georgia e ha lavorato in un'organizzazione locale chiamata TransAction, che si occupava di convincere i rifugi per senzatetto ad accettare le persone trans. In seguito è diventata direttrice esecutiva del gruppo.

Nel 2003 Monica ha co-fondato la Transgender American Veterans Association (TAVA), che ha svolto un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti dei transgender e nella loro inclusione nell'esercito.

Nel 2004 Monica è stata delegata alla Convention Nazionale Democratica. Il 1° maggio ha guidato la prima Transgender Veterans March to the Wall, un evento significativo che ha onorato i veterani caduti affermando al contempo la presenza e la visibilità delle persone transgender. La TAVA rimane un'importante organizzazione che difende i membri delle forze armate e i veterani transgender.

Nel 2014, lo Smithsonian Institute ha accettato la bandiera originale dell'orgoglio transgender di Monica, affinché potesse essere conservata per le generazioni future. Un anno dopo, Monica si è ritirata dal suo lavoro al call center della Sprint, ponendo fine a una carriera venticinquennale. Si è poi iscritta all'università con l'obiettivo di conseguire una laurea in produzione televisiva.

Nel 2019, l'attivismo, l'impegno e i contributi storici di Monica sono stati riconosciuti quando è entrata a far parte della Pride50 di Queerty come una delle “persone pioniere” che hanno contribuito in modo significativo alla “uguaglianza, accettazione e dignità per tutte le persone queer”.

Nel 2023, all'età di 71 anni, Monica ha accolto nella sua vita una figlia trans di 14 anni. La sua autobiografia, “More than Just a Flag” (Più di una semplice bandiera), è una testimonianza del suo percorso di trasformazione e del suo impatto duraturo sulla comunità LGBTQ.

La partenza di Helms segna un momento di riflessione nella lotta in corso per i diritti LGBTQ+ negli Stati Uniti. La sua storia fa eco a una tendenza più ampia che vede le persone trans e le loro famiglie cercare rifugio in paesi più accoglienti, tra cui Canada, Australia e Nuova Zelanda.

In qualità di creatrice di una bandiera che ha sventolato durante gli eventi Pride in tutto il mondo e che è persino conservata allo Smithsonian, la decisione di Helms di lasciare la sua patria sottolinea la gravità delle sfide che la comunità trans deve affrontare oggi in America.

Fonte:scenemag.co.uk

martedì 9 settembre 2025

La disoccupazione dei neri è tornata ai livelli pandemici sotto Donald Trump


Le opportunità economiche sono state la ragione principale per cui gli elettori afroamericani hanno sostenuto Donald Trump nel 2024, in particolare gli uomini afroamericani, dai quali ha ottenuto un sostegno ancora maggiore rispetto alle elezioni precedenti. Questi elettori hanno incolpato Biden, e anche Kamala Harris, per quella che consideravano una cattiva situazione economica.

Hanno creduto alle promesse di Donald Trump di un futuro di maggior prosperità con opportunità per loro. Oggi la realtà è che più afroamericani stanno soffrendo finanziariamente rispetto a quanto accadeva sotto la presidenza Biden. Secondo l'ultimo rapporto sull'occupazione pubblicato dal BLS, il tasso di disoccupazione dei neri è balzato dal 7,2% di luglio al 7,5% di agosto. Il tasso di disoccupazione dei non afroamericani rimane intorno al 4%.

Il tasso di disoccupazione dei neri è balzato dal 7,2% di luglio al 7,5% di agosto, secondo l'ultimo rapporto sull'occupazione pubblicato dal BLS. Il tasso di disoccupazione degli americani non neri è ancora intorno al 4%.

Ci sono più persone di colore in cerca di lavoro e meno opportunità, con le aziende che utilizzano politiche anti-DEI come scusa per non assumere persone di colore.

Per quanto riguarda i lavori federali, le donne di colore costituiscono il 12,5% della forza lavoro, il doppio della loro quota nella forza lavoro complessiva. Questo le ha rese un facile bersaglio per l'amministrazione Trump.

Le donne di colore sono state le più colpite dai licenziamenti di massa dell'amministrazione Trump. Quest'anno più di 300.000 donne di colore sono state licenziate dal governo federale, poiché Trump ha preso di mira i dipartimenti in cui costituivano una percentuale significativa della forza lavoro.

“Trump dice di aver fatto ‘più di chiunque altro per gli afroamericani’. Se portare la disoccupazione tra gli afroamericani al livello più alto dal 2021 è la sua idea di progresso, non osiamo immaginare cosa sia per lui un fallimento”, ha dichiarato Brandon Weathersby, portavoce di American Bridge 21st Century.

Fonte: https://www.wsj.com/economy/jobs/black-american-unemployment-rates-866f2c45

ORRORE IN BOTSUANA Segnalato il Brutale Omicidio di un Giovane Modello, la Polizia Indaga su un Presunto Crimine d'Odio

La comunità LGBTQ+ del Botswana è sconvolta dalla tragica notizia dell'omicidio di Kenosi Mokobamotho, amato modello, presentatore e coreografo, in quello che si ritiene essere un crimine d'odio omofobo.

Secondo l'associazione Lesbians, Gays, and Bisexuals of Botswana (LEGABIBO), Mokobamotho sarebbe stato aggredito, picchiato, bruciato e abbandonato sul ciglio della strada durante il fine settimana nella città di Maun. È stato ricoverato in ospedale, martedì ha ceduto alle gravi ferite riportate. Secondo alcune notizie non verificate diffuse sui social media, Mokobamotho sarebbe stato aggredito da un gruppo di uomini.

L'organizzazione LEGABIBO (Lesbians, Gays and Bisexuals of Botswana) ha dichiarato il proprio “sconcerto, indignazione e allarme”, sottolineando che nessuna famiglia dovrebbe affrontare un dolore così grande causato dalla violenza dell'odio omofobo.

L'organizzazione ha chiesto un'indagine completa, una rapida punizione dei responsabili e la creazione di leggi specifiche contro i crimini d'odio motivati dall'omofobia, dalla transfobia o da altre forme di discriminazione.

A Maun, situata nel nord del Botswana, la situazione per la comunità LGBTQIA+ è complessa: la depenalizzazione dell'omosessualità nel 2019 è un passo importante, ma la società rimane ancora molto tradizionale e conservatrice. Le dimostrazioni pubbliche di affetto possono portare a reazioni spiacevoli, poiché la mentalità è ancora influenzata da valori culturali che in passato hanno visto le persone LGBTQIA+ come "non africane". Sebbene le leggi siano più avanzate a livello nazionale rispetto ad altri luoghi in Africa, l'accettazione sociale a Maun è molto più lenta rispetto a Gaborone, la capitale. 

Gli attivisti sottolineano che l'assenza di una legislazione contro i crimini d'odio rende vulnerabile la popolazione LGBTQ+.

Caroline Grandjean, insegnante vittima di lesbofobia, per disperazione si è tolta la vita durante il primo giorno di scuola.


L'insegnante e preside Caroline Grandjean, docente a Cantal, rivela una dolorosa verità: l'omofobia continua a uccidere in silenzio.

Caroline, che dal 2023 subiva insulti e minacce sul posto di lavoro, ha sporto denuncia cinque volte alle autorità, ma non ha ricevuto alcun sostegno dal sistema scolastico nazionale, dai genitori o dal comune.

Il 1° settembre, primo giorno di scuola, si è tolta la vita. Si è gettata da una scogliera, disperata per essere stata privata della sua unica classe, nella regione del Cantal. Per mesi era stata vittima di molestie lesbofobiche.

Caroline Grandjean muore a 42 anni. A pochi chilometri dalla scuola dove sarebbe piaciuto ritrovare i suoi piccoli alunni, il giorno dell'inizio dell'anno scolastico.

In preda alla disperazione, si è gettata da una scogliera alta trenta metri, sulle montagne del Cantal.

Caroline Grandjean era una maestra dal sorriso dolce, capelli castani di media lunghezza, con qualche ricciolo. Era sia insegnante che direttrice della scuola di Moussages, un'unica classe, in un paesaggio di tetti di pietra e mucche salers.

La tragedia mostra una contraddizione lampante: mentre la Francia fa discorsi contro la discriminazione per proteggere gli studenti, ignora i propri insegnanti vittime di LGBTI-fobia.

Come proteggere gli studenti se gli educatori vivono nella paura, isolati e senza sostegno? Non basta sventolare bandiere arcobaleno durante le campagne, quando nella prática non si proteggono le vite, si tratta solo di rainbowwashing .

La coerenza richiede azioni per proteggere studenti e professionisti, con protocolli, accoglienza e responsabilità. Caroline non è morta da sola. È stata vittima di un sistema che tace di fronte alla discriminazione.

La coerenza richiede azioni concrete per proteggere studenti e professionisti, con protocolli, accoglienza e responsabilità.

INDIA. Le coppie LGBTQIA+ hanno il diritto di formare una famiglia. Dice L'alta corte di Madras


Madras, attualmente nota come Chennai, è la capitale dello stato del Tamil Nadu, nel sud dell'India. È anche sede dell'Alta Corte di Madras, uno dei tribunali più antichi del paese.

Sebbene la Corte Suprema non abbia ancora legalizzato il matrimonio tra coppie dello stesso sesso, insieme a queste possono comunque formare una famiglia, come stabilito dall'Alta Corte di Madras il 22 maggio 2025, che ha permesso a una giovane donna di ricongiungersi con la sua compagna dopo essere stata trattenuta contro la sua volontà dalla famiglia d'origine.

“Il matrimonio non è l'unico modo per formare una famiglia”, ha affermato la corte.

“Il concetto di ‘famiglia scelta’ è ormai ben consolidato e riconosciuto nella giurisprudenza LGBTQIA+. (Le due donne) possono benissimo costituire una famiglia”.

La comunità LGBTQ+ è presente e attiva in città, con organizzazioni che lavorano per i diritti e l'inclusione della comunità, anche se ha dovuto affrontare molte lotte per il riconoscimento e il supporto. Esistono gruppi di supporto e attivisti che lavorano per l'inclusione della comunità, nonché politiche governative volte a supportare le esigenze diverse della comunità LGBTQIA+ in città. 

Attivismo e Organizzazioni
Sahodaran:
Questa è una delle organizzazioni LGBTQI più antiche di Chennai, fondata alla fine degli anni '90 da Sunil Menon. 
Vannam:
Un gruppo studentesco della comunità LGBTQ+ presso l'Indian Institute of Technology Madras, che mira a creare uno spazio sicuro e inclusivo per gli individui LGBTQ+. 
SAATHII:
Un'ONG che lavora per rendere i fornitori di assistenza sanitaria più consapevoli delle esigenze di assistenza sanitaria LGBTQIA+ e per creare sistemi più inclusivi. 
Politiche e Riconoscimento
Il governo del Tamil Nadu ha politiche specifiche per le persone transgender e la comunità LGBTQ+ in generale, riconoscendo le loro diverse esigenze. 
C'è stato un attivismo per ottenere il riconoscimento di documenti d'identità per le persone transgender e, più recentemente, una spinta per un movimento pride locale. 
Sfide e Progressi
Nonostante i successi, la comunità LGBTQ+ affronta ancora discriminazioni, problemi di salute mentale e difficoltà nell'accesso a cure mediche adeguate. 
La città è vista come un luogo inclusivo in cui vengono ulteriormente implementati sforzi per il progresso della comunità. 
L'importanza dell'intersezionalità è stata evidenziata nel contesto di Chennai, riconoscendo le esperienze uniche di diversi individui all'interno della comunità. 

Madras era il nome precedente di Chennai, la capitale dello stato del Tamil Nadu, in India meridionale, sulla costa del Golfo del Bengala. Il cambio di nome è avvenuto nel 1996. La città è un importante centro culturale e commerciale, noto come la "Porta dell'India del Sud".

domenica 7 settembre 2025

Il calcio retrocede sull'accettazione delle persone LGBTQ+ Josh Cavallo «Dopo il coming out minacce di morte tutti i giorni»



Josh Cavallo, non si tira indietro. Il calciatore australiano, che ha fatto storia come primo giocatore professionista di alto livello da decenni a dichiararsi gay, ora afferma che il calcio maschile sta effettivamente regredendo quando si tratta di accettazione LGBTQ+. Adesso nel podcast del sindacato calciatori racconta le sue difficoltà: «Chi non parla lo fa per poter continuare a giocare»

Dall'Adelaide United alla sesta serie inglese, Josh ha sempre scelto l'amore, l'onestà e l'autenticità piuttosto che la fama e la gloria. Ammette che non è stato facile - ogni giorno è ancora vittima di insulti online - ma riceve anche messaggi da giocatori che non hanno ancora fatto coming out e che guardano a lui come fonte di speranza e guida.

E mentre il calcio femminile accoglie a braccia aperte gli atleti queer, quello maschile, secondo Josh, deve ancora fare molta strada. Per lui è semplice: “Affinché ci sia un cambiamento, ci devono essere persone che fanno quello che sto facendo io”.

Il coraggio di Josh ci ricorda che la visibilità è importante, che i modelli di riferimento sono importanti e che essere se stessi, anche sotto i riflettori dello stadio, è la cosa più importante di tutte.

Fonte; https://www.instagram.com/joshua.cavallo/

domenica 31 agosto 2025

Matrimoni gay, cronologia dei diritti LGBT


La legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso è un fenomeno in crescita e la mappa dei paesi che lo riconoscono include, al momento della stesura (gennaio 2025), gran parte dell'Europa occidentale e meridionale (come Spagna, Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Irlanda, Grecia, Malta), oltre a diversi paesi extra-europei, tra cui Australia, Canada, Stati Uniti, e alcuni in Asia come Taiwan e Thailandia. Questa lista non è esaustiva e la situazione è in continua evoluzione, con la legalizzazione che si estende gradualmente a nuovi paesi.

Ecco alcuni dei paesi dove il matrimonio omosessuale è legale:
In Europa:
Andorra, Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.

Fuori dall'Europa:
Australia, Canada, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Brasile, Argentina, Colombia, Ecuador, Taiwan, Nepal, Thailandia e Sudafrica, tra gli altri.

È importante notare che la situazione cambia frequentemente, con nuovi paesi che legalizzano il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel corso del tempo. I primi 15 a garantire questo diritto hanno aperto la strada a profondi cambiamenti, che vanno dal riconoscimento formale delle famiglie all'anagrafe alla protezione in settori essenziali come la sanità, l'eredità, la previdenza sociale, i documenti dei figli e la sicurezza giuridica.

Prima della legalizzazione, le coppie LGBTQ+ dovevano affrontare una serie di situazioni di fragilità: figli che non potevano essere registrati con il nome di entrambi i genitori o di entrambe le madri, eredità contestate, rifiuto della copertura sanitaria e persino restrizioni alle visite in ospedale in situazioni di emergenza.

Con la conquista del matrimonio egualitario, questi ostacoli hanno iniziato a essere superati.

La legislazione há iniziato a garantire dignità, cittadinanza e protezione alle famiglie LGBTQ+, riconoscendo che il diritto di amare e di costituire una famiglia non deve essere visto come un privilégio, ma come un diritto umano fondamentale.


Olanda. È il primo Paese europeo che nel 2001 legalizza il matrimonio civile per le coppie dello stesso sesso, equiparandole nei diritti e nei doveri in tutto e per tutto alle coppie eterosessuali, adozioni incluse.







Francia. Ad aprile 2013 l’Assemblea Nazionale francese vota a maggioranza la legge che legalizza le nozze gay e riconosce il diritto alle adozioni per le coppie omosessuali. Il 29 maggio dello stesso anno a Montpellier si è celebrato il primo matrimonio gay della quinta Republique francese.




Danimarca. Copenhagen vanta la medaglia d’oro dei diritti gay, essendo stato il primo paese al mondo ad avere autorizzato le unioni civili tra omosessuali nel 1989. A giugno 2012 è arrivato anche il via libera per i matrimoni gay davanti alla chiesa luterana.

Spagna. Con il governo socialista di Zapatero nel 2005 la “cattolicissima” Spagna legalizza i matrimoni gay. Per quanto riguarda la legislazione sulle adozioni, tutte le coppie (etero e omosessuali) anche se non sposate possono adottare bambini.

Svezia. Qui è arrivata prima la possibilità di adottare (nel 2003) e poi la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, sia civili che religiosi, nel 2009.


Norvegia. Dall’inizio del 2009 coppie gay ed etero hanno gli stessi diritti e doveri in materia di matrimonio, procreazione assistita e adozioni.








Islanda. I matrimoni omosessuali sono legali dal 2010, mentre le adozioni da quattro anni prima.









Belgio. Nel 2003 re Alberto II firma la legge che legalizza i matrimoni omosessuali. Tre anni dopo, nel 2006, arriva anche il sì alle adozioni per le coppie gay.










Finlandia. Il 28 novembre 2014 il Parlamento di Helsinki ha approvato la legge che regola le nozze gay. Anche le adozioni diventano legali nello stesso anno mentre le unioni civili e adozione dei figli del partner erano già possibili dal 2002.




Repubblica Ceca, Svizzera e Irlanda. Riconoscono le unioni civili di coppie dello stesso sesso.

Lussemburgo. Approvata a giugno 2014 la legge sui matrimoni gay e’ entrata in vigore il 1 gennaio 2015.

Slovenia. Il 4 marzo 2015 il Parlamento sloveno ha approvato un emendamento alla legge sui matrimoni e la fam

Germania. Dal giugno 2017 Berlino dà il via libera ai matrimoni gay. Approvata a maggioranza con 393 voti a favore e 226 contrari la legge che garantisce pari dignità alle nozze tra persone eterossessuali e omosessuali, ha visto contrario il voto della cancelliera Merkel si è espressa per il no, ma ha lasciato libertà di voto ai deputati della coalizione.

Berlino riconosce le unioni civili tra omosessuali e sta dibattendo sulla completa equiparazione fiscale tra coppie etero e gay. Il Bundestag discute anche cambiamenti in materia di adozioni. Ma è possibile che tutto resti fermo fino alle elezioni politiche che si terranno a ottobre di quest’anno.

Portogallo. Nel 2010 Lisbona abolisce ogni riferimento a differenze di sesso nella legge che regola la fattispecie dei matrimoni. È il sesto Paese europeo a legalizzare le nozze gay e l’ottavo nel mondo. Ma a oggi i gay non hanno accesso alle adozioni. 

Gran Bretagna. C’è fermento e attesa tra i gay del Regno Unito. Il 4 giugno di quest’anno la Camera dei Lord ha approvato il disegno di legge sui matrimoni omosessuali, che già aveva ricevuto il via libera dei Comuni. Le coppie gay sono a un passo dal coronamento del loro sogno. Formalmente la legge deve passare un’altra lettura e poi potrà essere firmata dalla Regina.


Stati Uniti e Canada
Canada. I primi due matrimoni gay si celebrano nel 2001, ma bisogna arrivare al 2005 per una legge che legalizzi le unioni tra coppie omosessuali.

Stati Uniti. Il matrimonio tra coppie dello stesso sesso è legalmente riconosciuto in molte giurisdizioni americane. Gli Stati che approvano le unioni omosessuali sono 37 Stati. Non solo. Corti locali hanno poi riconosciuto le unioni tra omosessuali sulla base di singole istanze presentate nei tribunali.

America Latina
Argentina. A luglio del 2010 Buenos Aires si aggiudica la palma di prima capitale sudamericana a legalizzare i matrimoni e le adozioni gay.

Uruguay. Ad aprile 2013 è il secondo Paese dell’America Latina a legalizzare le nozze tra coppie omosessuali.

Messico. I gay possono sposarsi solo nella capitale, a Città del Messico, mentre tutti gli altri Stati si riservano la libertà di legiferare in materia. 

Colombia. Bogotà riconosce le unioni civili tra omosessuali.

Brasile. Il riconoscimento dei matrimoni gay in Brasile inizia nel 2012 e tocca diverse giurisdizioni. Nel 2013 la Corte Suprema sancisce l’estensione della legalizzazione dei matrimoni tra coppie dello stesso sesso a tutto il Paese.

Australia e Nuova Zelanda
Australia. L’Australia non riconosce i matrimoni gay, ma è pendente una proposta del partito Laburista che nel 2011 ha chiesto un referendum in materia, incontrando la netta opposizione del partito Liberale. Alcuni Stati australiani però autorizzano le unioni omosessuali. Nel 2010 la Tasmania è stato il primo Stato australiano a riconoscere legalmente le nozze celebrate in altre giurisdizioni, anche se solo de facto.

Nuova Zelanda. Il 19 agosto 2013 è entrata in vigore la legge che riconosce il matrimonio tra coppie dello stesso sesso.

Africa
Sudafrica. Pretoria è la prima capitale del continente africano e il secondo Paese nel mondo al di fuori dell’Europa che nel 2006 riconosce i matrimoni omosessuali, dopo averne precedentemente riconosciuto le unioni civili.

Asia
Nepal. Dal 2008 si dibatte sulla legalizzazione dei matrimoni gay, da inserire nella nuova Costituzione del Paese, che però non è ancora stata approvata.

Taiwan. L’Alta Corte di Taipei ha chiesto al Consiglio dei Grandi Giudici di pronunciarsi in materia di matrimoni omosessuali, ma finora i giudici non si sono pronunciati. 

Tuttavia, è necessario ricordare che la discriminazione continua ad essere presente, soprattutto nei confronti delle nuove famiglie LGBTQ+ con figli, che continuano ad affrontare sfide per il pieno riconoscimento dei loro diritti e per vivere con uguaglianza e sicurezza.

La Germania vieta la bandiera dell'orgoglio nel parlamento, ma Berlino risponde con una gigantesca marcia


A maggio, la presidente del Bundestag (il Parlamento federale tedesco) Julia Klöckner ha annunciato che durante il mese dell'Orgoglio non sarebbe stato permesso issare la bandiera arcobaleno sull'edificio del Parlamento tedesco, definendola una “manifestazione politica”. Il cancelliere Friedrich Merz ha appoggiato la misura, affermando che il Bundestag “non è un tendone da circo” dove può sventolare qualsiasi bandiera.


La decisione, interpretata come un cenno di approvazione nei confronti dei settori di estrema destra, ha suscitato una massiccia partecipazione al Christopher Street Day di Berlino, una delle più grandi celebrazioni dell'Orgullo in Europa. Gli organizzatori stimano che l'affluenza abbia superato quella degli anni precedenti, a difesa dei diritti LGBTIQA+.


Al contrario, una contro-manifestazione di estrema destra ha riunito appena tra le 30 e le 50 persone, con diversi arresti per porto di armi o simboli nazisti. Quest'anno, gruppi di estrema destra e il partito Alternativa per la Germania (AfD) hanno promosso lo “Stolzmonat” (“Mese dell'Orgoglio Eterosessuale”) come campagna anti-LGBTIQA+, approfittando degli eventi per reclutare simpatizzanti.


Nonostante le minacce e le proteste, in tutta la Germania si svolgono più di 200 attività legate al Pride, dimostrando che il divieto della bandiera non è riuscito a frenare la visibilità e il sostegno alla diversità.

La nuova legge tedesca

Dal 1° novembre 2024 per le persone trans, intersessuali e non binarie, in Germania sarà più facile cambiare l'indicazione del proprio genere sui documenti che potrà essere: “maschile”, “femminile”, “diverso” o rimanere senza indicazione, e sarà altrettanto facile cambiare anche il proprio nome.

Fonte:https://www.lgbtqnation.com/

Preoccupazione in Argentina: i crimini d'odio contro le persone LGBT sono aumentati del 70%

I crimini d'odio contro le persone LGBT+ in Argentina sono aumentati del 70% nel primo semestre del 2025 rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio Nazionale sui Crimini d'Odio LGBT+. L'organismo ha registrato 102 casi tra gennaio e giugno, contro i 60 registrati nel 2024.


Lo studio rivela che le donne trans continuano ad essere il gruppo più colpito: concentrano il 70,6% degli attacchi (72 casi). Seguono i maschi gay cis (16,7), le lesbiche (6,9), i maschi trans (4,9) e le persone non binarie (1).


Sul totale dei casi, 17 hanno riguardato violazioni del diritto alla vita, inclusi omicidi, suicidi e morti legate alla violenza strutturale che colpisce sistematicamente le persone LGBT+, in particolare le donne trans. Il resto degli episodi (85) era legato a violenze fisiche e attentati all'integrità che non hanno portato alla morte, ma includevano tentativi di suicidio.


Il rapporto sottolinea che il 52,9% delle morti registrate riguardava donne trans, il che conferma, secondo gli autori, che questo gruppo è il bersaglio più ricorrente della violenza strutturale e sociale nel Paese.


La fascia d'età più colpita da questi crimini è quella tra i 20 e i 29 anni, che rappresenta quasi la metà dei casi. Questo dato rafforza la vulnerabilità dei giovani LGBT+ in contesti di discriminazione, esclusione dal mondo del lavoro e mancanza di accesso ai diritti fondamentali.


Il ruolo dello Stato e delle forze dell'ordine


Uno dei punti più allarmanti del rapporto è che nel 64,7% dei casi la responsabilità ricadeva sullo Stato. In 54 casi, gli atti di violenza sono stati perpetrati direttamente dalle forze dell'ordine, mentre in 12 casi la responsabilità ricadeva su altri enti statali per azione o omissione.


“ Lontano dal fornire protezione, lo Stato appare come uno dei principali agenti che perpetrano la violenza nei confronti della diversità sessuale”, sostiene il documento.


L'aumento dei crimini d'odio in Argentina riflette una tendenza preoccupante nella regione, dove gli attivisti mettono in guardia contro l'avanzata dei discorsi anti-diritti e la mancanza di politiche pubbliche efficaci per l'inclusione e la protezione delle diversità sessuali.


“Quello che è successo a una nostra compagna domani potrebbe succedere a chiunque”, ha affermato Angrela Martínez, referente della comunità. “La lotta è per un futuro in cui tutte le persone possano vivere in pace e uguaglianza”.

Fonte:https://www.agencianova.com/

La storia di Charlotte Schneider, nuova viceministra trans in Colombia, che cerca di promuovere i diritti delle donne

 


Nel mese di agosto 2025, la Colombia ha registrato una svolta storica: l’attivista trans Charlotte Schneider è stata nominata viceministra per le politiche femminili. il Ministero per l'uguaglianza e l'equità.


Nata a Cuba e naturalizzata colombiana, Charlotte è laureata in biochimica all'Università dell'Avana e specializzata in Studi Femminili e di Genere all'Università Nazionale della Colombia.


La sua carriera nel settore pubblico è iniziata nel 2023, quando è stata nominata direttrice regionale a Bogotá del Dipartimento per la Prosperità Sociale (DPS). Successivamente, è entrata a far parte del Ministero per l'uguaglianza e l'equità.


In recenti interviste, Charlotte ha sottolineato che il suo obiettivo è quello di rafforzare le politiche pubbliche di protezione delle donne in tutta la loro diversità e di portare avanti la regolamentazione del lavoro sessuale.




Ha anche affermato di essere pronta ad affrontare le critiche, sottolineando che ricopre la carica come donna trans, migrante e praticante di religioni afro, in un paese a maggioranza cattolica.




La nomina ha suscitato reazioni contrastanti, dal sostegno delle organizzazioni femministe e per i diritti umani, che hanno celebrato l'inclusione di una donna trans in una posizione di leadership come un passo avanti verso l'uguaglianza di genere e la diversità.




La scelta di @charlottecallej rappresenta un passo fondamentale per la rappresentatività LGBTQ+, ampliando la visibilità delle persone trans nella politica colombiana e latinoamericana.


Colombia e i diritti LGBTQIA+

Nel 2016 la Corte costituzionale colombiana ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, dopo aver concesso alle coppie omosessuali registrate, tra il 2007 e il 2008, la stessa pensione, sicurezza sociale e diritti alla proprietà riservati alle sole coppie eterosessuali registrate. Dal 2012 esiste l’adozione per i single LGBT, mentre dal 2015 quella per le coppie omosessuali. Nel 2011 è stata approvata una legge contro l’omobitransfobia, con le espressioni d’affetto in pubblico protette dalla Costituzione.

giovedì 28 agosto 2025

Papa Leone XVI, riceverà per la prima volta in Vaticano un gruppo cattolico pro-LGBTQ+


Papa Leone XVI riceverà un'organizzazione di riforma cattolica pro-LGBTQ+ chiamata We Are Church durante le celebrazioni di ottobre, è la prima volta che il gruppo viene invitato "in questa forma", ha annunciato il Vaticano questa settimana.   

Otto rappresentanti di We Are Church visiteranno il Vaticano dal 24 al 26 ottobre, durante il “Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi partecipativi”, come confermato martedì dalla fonte ufficiale di informazione del Vaticano. La visita rientra nelle celebrazioni dell'Anno Santo 2025, indetto da Papa Francesco prima della sua morte avvenuta ad aprile.

I rappresentanti di We Are Church “incontreranno Papa Leone XIV e varcheranno la Porta Santa”, uno dei riti fondamentali delle celebrazioni dell'Anno Santo cattolico, secondo quanto riferito dal Vaticano.

Fondata nel 1995, We Are Church è stata una critica persistente del Vaticano dall'interno della Chiesa cattolica, criticando in particolare la storia di abusi sessuali della Chiesa e la sua esclusione delle donne dalla leadership religiosa. L'organizzazione, che afferma di “essere presente o di collaborare con gruppi simili” in più di 30 paesi, sostiene anche le riforme LGBTQ+ all'interno della Chiesa, appoggiando le benedizioni per le coppie dello stesso sesso e chiedendo la “fine dell'esclusione delle persone LGBTQ” nel 2021.

salito al soglio pontificio a maggio, Leone XVI – il primo papa nato negli Stati Uniti – è considerato da molti il successore dell'eredità di Francesco come leader progressista. Ma Leone è anche scettico nei confronti delle riforme LGBTQ+ e ha dichiarato che il matrimonio è «tra un uomo e una donna», anche se ha affermato che la Chiesa continuerà a offrire benedizioni alle coppie dello stesso sesso (che non sono equivalenti ai riti matrimoniali) «caso per caso», secondo una precedente dichiarazione rilasciata da Francesco. Non è chiaro per quanto tempo i rappresentanti di We Are Church potranno parlare con Leone quando arriveranno a ottobre.

“Siamo lieti che questo incontro dei gruppi sinodali e degli organismi del Sinodo mondiale si terrà anche in Vaticano nell'ambito dell'Anno Santo e che l'invito sia stato aperto”, ha dichiarato questa settimana alla Radio Vaticana Christian Weisner, cofondatore di We Are Church.

«Il nostro paziente lavoro di oltre 30 anni, durante i quali siamo stati spesso presenti a Roma in occasione di sinodi dei vescovi, commemorazioni conciliari, elezioni papali e altri eventi, può aver contribuito a questo», ha aggiunto Weisner. «Vedo anche il passaggio attraverso la Porta Santa come un segno per la Chiesa nel suo insieme: lasciarsi alle spalle gli errori e ripartire sempre di nuovo nella speranza cristiana».

Vittoria storica per i diritti dei transgender in Kenya: l'Alta Corte di Eldoret si pronuncia a favore dell'atleta S.C in un caso di violazione dei diritti

In Kenya, le persone transgender affrontano sfide come discriminazione e violenza, ma stanno ottenendo vittorie significative per i propri diritti, con una sentenza storica del 2025 che impone al governo di creare una legge di protezione specifica per loro.


La vittoria in tribunale di una donna trans in Kenya potrebbe avere implicazioni di ampia portata per i diritti delle persone trans nella nazione dell'Africa orientale, dopo che un giudice ha riconosciuto che la donna ha subito un trattamento inumano e degradante da parte delle autorità governative e ha ordinato al Parlamento di emanare misure di protezione e riconoscimento legale per le persone trans keniane.

La ricorrente, Shieys Chepkosgei, è stata arrestata nel 2019 e accusata di “usurpazione di identità”, nonostante fosse in possesso di documenti ufficiali, tra cui un certificato di nascita e un passaporto con indicazione del sesso femminile, e avesse vissuto in un altro Paese dove aveva anche gareggiato in competizioni di atletica leggera femminile.

Chepkosgei è stata arrestata dalla polizia keniota mentre visitava un ospedale universitario, secondo quanto riportato da Q News. È stata rinviata a giudizio in un istituto femminile, sottoposta a perquisizione corporale e condannata dal tribunale a sottoporsi a una “ identificazione di genere”, che comprendeva un esame dei genitali, test ormonali, prelievi di sangue e esami radiologici.

Chepkosgei ha contestato in tribunale la sua incarcerazione e le visite mediche non consensuali, sostenendo che fossero incostituzionali, violassero la sua dignità intrinseca e mettessero in luce una lacuna legislativa nel trattamento delle persone transgender in custodia cautelare in Kenya.

Il giudice R. Nyakundi dell'Alta Corte di Eldoret ha concordato che i diritti di Chepkosgei alla dignità, alla privacy e alla libertà da trattamenti inumani e degradanti erano stati violati, secondo Jinsiangu, un gruppo keniano per i diritti delle persone intersessuali, transgender e gender non conformi. Le è stato riconosciuto un risarcimento pari a circa 8000 dollari.

Ma il giudice è andato oltre, ordinando al governo keniota di avviare un'iniziativa legislativa in Parlamento che affronti i diritti dei kenioti transgender, sia con nuove tutele sia modificando la legislazione attuale sui diritti delle persone intersessuali attualmente in discussione in Parlamento.

“È la prima volta che un tribunale keniota ordina esplicitamente allo Stato di creare una legislazione sui diritti dei transgender, e la prima volta nel continente africano”, ha dichiarato Lolyne Ongeri di Jinsiangu a Mamba Online.

“Se implementata, questa legge potrebbe porre fine a decenni di invisibilità giuridica e discriminazione subite dalle persone transgender, stabilendo un chiaro riconoscimento legale dell'identità di genere, protezioni contro la discriminazione nel mondo del lavoro, nell'alloggio, nella sanità e nell'istruzione, e l'accesso ai servizi pubblici senza pregiudizi o molestie”.

Il Kenya ha una storia travagliata in materia di diritti LGBTQ+, con pene risalenti all'era coloniale ancora in vigore per i comportamenti omosessuali e una legislazione discriminatoria modellata sul famigerato Anti-Homosexuality Act dell'Uganda - che prevede la pena di morte per l'omosessualità - introdotta in Parlamento.

Le relazioni omosessuali rimangono criminalizzate, con la “conoscenza carnale contro l'ordine naturale” e la “grave indecenza” punibili con fino a 14 anni di carcere.

Le persone transgender in Kenya sono vittime di diffuso stigma, discriminazione e violenza. La legge attuale impedisce ai kenioti transgender di cambiare legalmente la propria identità di genere rispetto a quella assegnata alla nascita.

Sebbene le persone LGBTQ+ abbiano trovato sollievo nei tribunali, l'omofobia pervade la società e il legislatore kenioti.

Nel 2023, la Corte Suprema del Kenya ha confermato una decisione che garantisce a un gruppo per i diritti LGBTQ+ lo status ufficiale e il riconoscimento legale come organizzazione non governativa (ONG). La decisione ha scatenato proteste nella seconda città più grande del Paese, guidate da religiosi e politici omofobi.


Fonte: Commissione per i diritti umani del Kenya (KHRC), 24 de Agosto del 2025.

giovedì 17 aprile 2025

Da' voce al Rispetto ; Il 17 maggio scendiamo in piazza a Roma per un’Italia diversa. Un’Italia antifascista, plurale, accogliente che resiste all’odio delle propagande.




Prima vennero a prendere le persone trans, e io non dissi nulla, perché non ero trans.
Poi vennero a prendere le famiglie arcobaleno, e io rimasi in silenzio, perché non avevo figli o pensavo non mi riguardasse.

Poi vennero a prendere chi manifestava in Ungheria, e io non mi preoccupai, perché non ero ungherese.

Poi vennero a prendere chi faceva educazione affettiva nelle scuole, chiamandola ‘ideologia gender’, e io distolsi lo sguardo, perché pensavo che tanto certe cose le insegnano i genitori.

È incredibile quanto la storia si ripeta, travestita da buon senso, ordine e sicurezza.

E se invece questa volta fossimo ancora in tempo per cambiarla?

Il 17 maggio scendiamo in piazza a Roma per un’Italia diversa. Un’Italia antifascista, plurale, accogliente che resiste all’odio delle propagande.

Possiamo scegliere da che parte stare e dimostrare che un’altra Italia non solo è possibile: ma esiste già.

Per gridare che ci siamo. Per poter raccontare un giorno: “Vennero a prendere me, e c’eravamo tuttə”.

17 MAGGIO - ROMA
Ore 14:00