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giovedì 9 ottobre 2025

“Libero di amare, libero di essere”: la nuova strategia UE per i diritti LGBTIQ+ 2026-2030


Nel corso degli ultimi cinque anni, la percezione sociale delle persone LGBTIQ+ nei Paesi membri dell’Unione europea ha mostrato segnali di miglioramento. Circa il 75 % degli intervistati si dichiara a proprio agio nell’avere colleghi gay, lesbiche o bisessuali. Tuttavia, i dati evidenziano che permane uno scenario di forte disuguaglianza, ancora una persona su tre appartenente alla comunità LGBTIQ+ riferisce di aver subito discriminazioni negli ultimi dodici mesi.
“Libero di amare, libero di essere”: la nuova strategia UE per i diritti LGBTIQ+ 2026-2030

Per contrastare questa situazione, rafforzare i diritti civili e favorire una piena inclusione, la Commissione europea ha varato la sua nuova strategia per l’uguaglianza LGBTIQ+ per il periodo 2026-2030. La proposta prende le mosse dall’esperienza della precedente strategia 2020-2025, ma intende spingersi oltre nella diffusione della cultura dell’uguaglianza in tutti i campi delle politiche comunitarie.

Tre le direttrici principali di intervento indicate: la protezione delle persone LGBTIQ+, l’empowerment dei soggetti interessati e il coinvolgimento attivo della società civile nel promuovere, monitorare e sostenere l’uguaglianza nel vivere quotidiano.

Sul versante della protezione, la strategia prevede un piano d’azione specifico contro il cyberbullismo e una piattaforma di raccolta dati (knowledge hub) su discorsi d’odio e attività illegali online motivate da orientamento sessuale o identità di genere. La Commissione insiste anche sull’applicazione rigorosa delle norme comunitarie contro la discriminazione, e sul sostegno finanziario alle organizzazioni della società civile che difendono i diritti LGBTIQ+. Un obiettivo cruciale è l’eradicazione delle cosiddette pratiche di conversione, intendendo con ciò quegli interventi coercitivi volti a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone. La Commissione avvierà analisi dedicate e prenderà in considerazione anche una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) per vietare queste pratiche.

Sul fronte dell’empowerment, la strategia punta a rendere più efficaci gli organismi di parità (equality bodies) nel promuovere i diritti LGBTIQ+, ad agevolare il riconoscimento delle famiglie arcobaleno (ad esempio, incoraggiando gli Stati membri ad adottare la proposta europea sul riconoscimento della genitorialità), e a sostenere l’ambiente lavorativo inclusivo, anche attraverso il lavoro con la piattaforma UE delle “Diversity Charters” per promuovere politiche di assunzione inclusive.

Infine, per coinvolgere la società, la Commissione invita tutti gli Stati membri a dotarsi di strategie o piani nazionali sull’uguaglianza LGBTIQ+, a migliorare la raccolta e l’analisi dei dati sulla vita reale delle persone, e inaugura un punto di dialogo diretto con la società civile tramite il “LGBTIQ+ Policy Forum”. In parallelo, nel 2026 sarà pubblicato un rapporto sull’applicazione delle norme di uguaglianza nell’occupazione, con nuove linee guida volte a favorire assunzioni inclusive.

Con questa strategia, l’Unione europea intende che il princípio di uguaglianza non resti un obiettivo astratto, ma diventi parte integrante delle politiche concrete e della quotidianità: libero di amare, libero di essere.

lunedì 18 marzo 2013

Milk Progetto T! - Trans* at Work, Storie di Vita e di Lavoro

Precarietà ... Transfobia ... Mobbing... Discriminazione... Assunzioni ...Documenti ... Identità di Genere ...

...Le trasformazioni del lavoro, il cambiamento di una società che impone un lavoro più individualizzato e flessibile, stanno gradualmente erodendo il vecchio sistema organizzativo delle tutele, rendendo sempre più ricattabili le lavoratrici e i lavoratori portatori di una differenza rispetto ad un paradigma sempre più escludente.

Questa è una realtà purtroppo ben nota alle persone trans* che incontrano barriere all'ingresso del mercato del lavoro che spesso sembrano insuperabili.

Dopo aver fornito alcune definizioni preliminari utili alla comprensione della tematica e una panoramica sugli aspetti normativi, proporremo un confronto a partire da esperienze concrete di persone trans* che hanno vissuto o che ancora stanno vivendo quella che, senza mezzi termini, possiamo definire una vera e coraggiosa “sfida dell'integrazione sociale”.

- Monica Romano

Giovedì 21 Marzo --- Ore 20:30
Sede Milk / Il Guado -- via Soperga 36 , ang. Viale Brianza
MM1 Loreto -- MM2 Loreto , Caiazzo , Centrale -- MM3 Centrale

Ingresso Libero

Vi attendiamo in tanti!

Milk Staff

Fonte:https://www.facebook.com/events/139879439520825/

lunedì 28 maggio 2012

Indagine sulla discriminazione dei lavoratori gay

Il 9 giugno avrà luogo la giornata dell'orgoglio omosessuale in Italia. In occasione di tale data, il comitato Bologna Pride 2012 ha pubblicato i dati di un sondaggio, rivolto ai lavoratori omosessuali ed eterosessuali, sulle condizioni di lavoro dei gay, lesbiche e transgender (gbt). Dall'analisi dei risultati, è evidente come il 75% degli intervistati ritenganodiscriminante, in senso negativo, ammettere pubblicamente di essere gay per quanto riguarda il mercato del lavoro.

L'indagine sulla discriminazione dei gay nel mondo del lavoro ha evidenziato anche altri aspetti relativi alla presenza degli omosessuali nei vari ambiti professionali. Le attività in cui la presenza di colleghi omosessuali è maggiore, sono quelle legate alle organizzazioni associative: partiti, movimenti, sindacati. Segue il mondo dell'estetica: parrucchieri e massaggiatori. Altri settori in cui viene rilevata una maggiore presenza di lavoratori gbt sono quelli della moda e delle attività artistiche e, per ultimo, i servizi alle imprese.

I dati sulle discriminazioni

L'indagine ha posto in evidenza un altro dato abbastanza significativo: è più facile per un omosessuale ammettere la propria tendenza sessuale ad un componente della sua stessa comunità gbt, piuttosto che ad un collega eterosessuale.

In merito alle discriminazioni vere e proprie, legate al mondo del lavoro, il 19% delle persone intervistate sanno per certo dell'esistenza di episodi e ingiustizia nei confronti dei colleghi gay: si tratta di una percentuale pari al 24% degli intervistati con tendenze omosessuali, mentre la stessa domanda ha ricevuto un 13% di consensi fra gli eterosessuali.
Questo tipo di atteggiamenti, secondo più della metà degli intervistati, non vengono denunciati.

La reazione del Quirinale

Anche il Quirinale, dopo aver analizzato l'indagine sulle discriminazionidegli omosessuali nel mondo del lavoro, si è sentito in dovere di intervenire attraverso una nota del segretario generale Marra. Il segretario del Quirinale ha infatti dichiarato "inaccettabile che il percorso professionale di cittadini che sono parte integrante della società civile possa venire ostacolato da ingiustificabili comportamenti omofobi, frutto di ignoranza e di intolleranza e profondamente lesivi della dignità della persona".

Le forze politiche si sono comunque dette ottimiste per il futuro, in quanto l'Italia sembra oramai avere imboccato una strada che porti verso l'abbattimento delle differenze fra persone di diverse tendenze sessuali.

mercoledì 26 ottobre 2011

Cile: transessuali in lotta per i propri diritti

Solo poche settimane fa Valentina Verbal, 40 anni, stava seduta a un tavolo laccato lucido insieme alle sue tre allegre amiche. Nessuno le guardava di traverso in quel locale così alla buona, vicino al centro di Santiago, in Cile. Indossava jeans comodi, sneakers bianche non di marca ed un filo di trucco. In genere, è così che trascorre le giornate, ha detto, frequentando luoghi familiari come questo locale dove pranza. Ma quando abbandona la sua routine, come quando deve compilare una domanda di lavoro, il fatto che sui suoi documenti ci sia scritto “maschio” ma il suo rossetto fucsia urli femmina, può essere più che un ostacolo.

mercoledì 27 luglio 2011

Applicata poco e male la Convenzione ONU sulla discriminazione delle donne

(di Simona Lancioni*)

A trent'anni dell’entrata in vigore della Convenzione ONU sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW), è uscito il "Rapporto Ombra" sull'implementazione della stessa nel nostro Paese. Un documento denso di analisi e di proposte, nel quale la specificità femminile è coniugata anche in funzione di altre diversità: immigrate, lesbiche, disabili, donne Rom e Sinte, carcerate, prostitute, tossicodipendenti, anziane ecc. Uno strumento di controinformazione offerto dalla società civile, per dire che in Italia, sino ad oggi, la Convenzione CEDAW è stata applicata poco e male


Il 18 dicembre 1979 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women - CEDAW), che entrò in vigore il 3 settembre 1981 e che è stata ratificata da 186 Stati, tra i quali anche l'Italia (Legge 132 del 14 marzo 1985).
Essa si compone di un preambolo e di trenta articoli che individuano ambiti specifici di discriminazione e indicano gli strumenti di rimozione della stessa. Ci si riferisce in particolare alle discriminazioni che limitano la partecipazione della donna alla vita pubblica e lavorativa, nonché ai processi decisionali politici, familiari e personali. La Convenzione mira anche a contrastare la violenza di genere e a superare gli stereotipi che associano agli uomini e alle donne ruoli predefiniti all'interno della famiglia e della società. Gli Stati che l'hanno sottoscritta sono impegnati a presentare, con cadenza quadriennale, una relazione sui risultati raggiunti.

In occasione dei trent'anni dall'entrata in vigore di questo importante accordo internazionale, è stato pubblicato il Rapporto Ombra sull'implementazione della Convenzione in Italia, sottoposto proprio nei giorni scorsi all'esame del Comitato per l'applicazione della CEDAW, a New York, presso le Nazioni Unite. Tale testo è stato elaborato dalla piattaforma italiana "Lavori in corsa: 30 anni CEDAW", mentre la redazione è stata curata da Barbara Spinelli.
Partendo dunque dall'analisi di un rapporto presentato dal Governo Italiano nel 2009, il gruppo di lavoro ne ha redatto un altro, che copre il periodo dal 2005 ad oggi e che, mettendo in rilievo le principali criticità che hanno influito sulla diffusione e l'applicazione della Convenzione in Italia, si propone anche come uno strumento di controinformazione realizzato da oltre cento organizzazioni della società civile.
Uno dei tratti distintivi di questo documento è il fatto che le discriminazioni nei confronti delle donne vengono analizzate anche in relazione ad altre specificità: migranti, Rom e Sinte, disabili, carcerate, prostitute, anziane, lesbiche, transessuali ecc.

In una scheda di sintesi la stessa Spinelli spiega: «Il giudizio complessivo nei confronti dell'attività dei Governi che si sono succeduti in questi anni è critico: poco è stato fatto a livello strutturale per combattere gli stereotipi sessisti e i pregiudizi di genere, che "minano alla base la condizione sociale delle donne, costituiscono un impedimento significativo alla attuazione della Convenzione, e sono all'origine della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica" (Raccomandazione n. 25/2005 del Comitato CEDAW all'Italia)» [grassetti nostri, N.d.R.].
Sono tanti gli aspetti presi in esame nel Rapporto Ombra e, per ciascuno di essi sono state state elaborate specifiche Raccomandazioni. Vediamone una sintesi.

Il testo invita a colmare alcune lacune legislative, introducendo una definizione di discriminazione che non prenda in considerazione solo il sesso, ma anche il genere e l'orientamento sessuale. Propone specifiche azioni volte a far conoscere e divulgare la Convenzione e a promuovere una maggiore partecipazione della società civile. Suggerisce alcuni miglioramenti della disciplina antidiscriminatoria, con particolari accorgimenti per le donne migranti. Individua misure volte a superare le attuali criticità nel funzionamento del sistema delle Pari Opportunità e promuove l'istituzione di un organismo indipendente di monitoraggio e tutela dei Diritti Umani. Promuove l'elaborazione di una normativa sugli stereotipi di genere lesivi dei diritti delle donne e delle bambine, che imponga linee guida di genere alle quali i media, le aziende e le agenzie pubblicitarie siano tenute a conformarsi. Raccomanda la raccolta e la diffusione di dati relativi allo sfruttamento sessuale delle donne (tratta e prostituzione), nonché altre misure tese a prevenire e contrastare questo fenomeno.
Azioni specifiche vengono inoltre proposte per quel che concerne: la rappresentanza delle donne nella vita pubblica e politica e negli organismi nazionali e internazionali; la discriminazione delle donne straniere nell'acquisizione della cittadinanza, l'accesso all'istruzione pubblica, gratuita e di qualità per cittadine, straniere, Rom, Sinte e disabili, l'inserimento obbligatorio nei piani di studio dell'educazione alla salute sessuale e riproduttiva; le politiche occupazionali (con specifico riferimento alle esigenze di conciliazione vita/lavoro, agli ammortizzatori sociali, alla parità di retribuzione, alla tutela della salute e della sicurezza delle donne lavoratrici, alla promozione del lavoro delle donne disabili e di quelle private della libertà personale); gli interventi in materia di salute (la promozione della medicina di genere, la prevenzione delle malattie femminili, i percorsi di accompagnamento alla maternità e post-parto, la procreazione assistita, le misure per donne anziane, straniere, tossicodipendenti, in carcere); i diritti economici e sociali (welfare familiare, pensioni, esclusione sociale, povertà, accesso al credito, partecipazione delle donne agli sport); la condizione delle donne che vivono nelle zone rurali (con specifica attenzione allo sfruttamento delle donne migranti nel settore agricolo); l'uguaglianza davanti alla legge; la non discriminazione nel matrimonio e nei rapporti familiari; la violenza di genere (sono considerati anche i casi particolari delle donne migranti, delle donne Rom e Sinte, delle prostitute, delle lesbiche, delle donne disabili, delle carcerate), il femminicidio e i matrimoni forzati.

Nel nostro Paese non c'è ancora una consapevolezza diffusa della disparità sociale, professionale, economica e culturale in cui versano le donne. Fornire dati e formulare proposte può contribuire a crearla e a spostare il fenomeno della discriminazione dei confronti delle donne dal comparto delle opinioni a quello dei fatti tangibili.
La circostanza, poi, che il Rapporto Ombra sia stato elaborato da soggetti, individuali e collettivi, della società civile aiuta a leggere in maniera critica sia l'informazione istituzionale, sia l'operato dei diversi Governi in questo ambito.
Infine, l'aver coniugato la specificità femminile con altre specificità è sicuramente un elemento di grande rilievo culturale.

Note e documentazione (tutte le pagine web indicate sono state visitate il 14 luglio 2011): Il testo del Rapporto Ombra sull'implementazione della Convenzione CEDAW in Italia è disponibile cliccando qui. La scheda di sintesi del Rapporto Ombra redatta da Barbara Spinelli è disponibile cliccando qui. Non c'è una "traduzione ufficiale" della Convenzione CEDAW. In rete se ne trovano varie. Quella pubblicata dall'AIDOS (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) è disponibile cliccando qui. Ulteriori informazioni d'interesse possono essere reperite nei seguenti siti: Giuristi democratici per la CEDAW (cliccare qui) e Fondazione Pangea (cliccare qui).

*Intervento già apparso, con il titolo Rapporto Ombra sulla discriminazione della donna, nel sito del Gruppo Donne UILDM. Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti, per gentile concessione del Coordinamento del Gruppo Donne UILDM.

Fonte:http://superando.eosservice.com/content/view/7724/112/

sabato 16 aprile 2011

IL CENTRO DEI DIRITTI

Parlare di diritti significa andare a parlare di un qualcosa di talmente vasto che, per quanto estremamente concreto e determinante, rischia di diventare un discorso aleatorio e teorico, usato a bella posta come strumento retorico o demagogico che non vuole cogliere o prendere seriamente in considerazione il fatto che nel nostro paese c'è una crescente carenza nel riconoscimento del diritto soggettivo.

Forse la buona intenzione di prendere in visione ogni aspetto della carenza del riconoscimento del diritto soggettivo, porta a diventare dispersive sul piano dell'incisività della propria azione e pensiero. Forviante è il pensare che ci si trovi di fronte alla negazione di una certa quantità diritti che interessano ora questa tipologia di persone ora quell'altra. Tale pensiero è forviante soprattutto perché distoglie dall'attenzione che il diritto soggettivo non è un qualcosa che possa considerarsi come una sommatoria di permessi o riconoscimenti, ma è un unico e sostanziale diritto della persona. Il fatto che poi questo diritto venga declinato su tutta una serie di aspetti, questo non significa che ogni aspetto assume la dignità di diritto a se stante.

Il mio diritto di esserci legittimamente, implica l'essere riconosciuta, poter accedere adeguatamente ai servizi, poter esprimere liberamente il mio pensiero, poter interpretare liberamente il mio esserci nel contesto sociale nel quale vivo. Il mio diritto ad esserci viene negato anche se solo un aspetto limita la mia possibilità di esserci pienamente nel quadro sociale.

Affermare “io ci sono” è l'affermazione sostanziale e di sintesi che rivendica e reclama il proprio diritto, proprio in relazione al fatto che una certa quantità di servizi, opportunità, situazioni sono precluse variamente alle persone proprio perché queste, nella situazione o modalità in cui ci sono, non viene riconosciuta, presa in considerazione, ritenuta importante. Nel momento che a me viene negato un solo aspetto del mio esserci socialmente, mi viene negato il mio diritto soggettivo di esserci e di potermi legittimamente autodeterminare.

Io sono mia, recitava un vecchio slogan, e questo riassumeva l'interezza delle rivendicazioni sociali e politiche di un intero movimento che – sebbene ora molto disconosciute – hanno portato a significativi cambiamenti sociali.
“Io sono mia” esprime un valore politico e sociale fondamentale, poiché sottolinea ed imprime una consapevolezza del proprio diritto ad esserci secondo la propria volontà, visione e determinazione.
Se oggi noi dobbiamo muovere il pensiero e l'azione in relazione al diritto, forse è il momento che riprendiamo a declinare in modo nuovo e incisivo questa affermazione “io sono mia/o”, avendo il coraggio (e non tanto la fantasia) di applicare questa affermazione su ogni piano sociale, culturale, politico ed economico.

Cosa può significare questo? Penso che in primo luogo se noi ci assumiamo il compito ed il coraggio di declinare l'affermazione “io sono mia/o” ci troveremo di fronte ad un profondo disagio in merito alla impostazione politica generale delle rivendicazioni, e questo perché per noi sarà difficile poter sostenere una lotta che indica come diritto ciò che noi riteniamo sia solo un aspetto, uno degli elementi che si declinano dalla consapevolezza del proprio diritto che si attua nella reale possibilità e legittimità di autodeterminazione. In secondo luogo, se ci poniamo su questa linea, non possiamo più permetterci di confondere quale sia il “soggetto/oggetto” del nostro pensiero ed azione.
L'affermazione del diritto non è mai un qualcosa che riguarda solo qualcuno, ma riguarda ogni persona, ogni esistenza. L'affermazione del diritto implica che il margine di trattabilità, di mediazione, di personalizzazione si riduce drasticamente, poiché non può consentire in alcun modo la ricerca di un proprio vantaggio o di un proprio particolare. In terzo luogo questa logica ci pone in una posizione critica verso ogni programma politico, poiché potremmo solo ritenere congrui i programmi e le azioni che visualizzino la persona nella sua interezza e nella sua indivisibilità dalla società.

Questo procedere non ci impedisce di ricercare e cogliere dei punti di partenza della riflessione e dell'azione, ma piuttosto ci darà sempre la consapevolezza che si sceglie un aspetto attraverso il quale mettere in luce la negazione complessiva del diritto che si viene a sostenere e reclamare. Se sociologicamente partiamo dal corpo e se politicamente focalizziamo il lavoro, non è perché in questi aspetti vediamo “diritti” negati, ma piuttosto perché partiamo da questi elementi per rappresentare aspetti in cui il diritto all'autodeterminazione venga negato, venga occultato, venga ridotto progressivamente.

Darianna Saccomani
Presidente Crisalide Pangender

Fonte:http://www.crisalidepangender.org/2011/04/il-centro-dei-diritti.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Pangender+%28pangender%29