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lunedì 31 agosto 2026

La Georgia sceglie l'omofobia di Stato: il fallimento morale di un'Europa senza anima

La bandiera nazionale della Georgia e la bandiera arcobaleno LGBTQI+ sventolano incrociate su due aste metalliche contro un cielo blu parzialmente nuvoloso.
Il diritto di esistere e di amare: la bandiera georgiana incrociata con i colori della comunità LGBTQI+, simbolo di una lotta per i diritti civili che non può essere cancellata per legge.
Mentre i palazzi di Bruxelles sono impegnati a far quadrare i bilanci militari e a finanziare la logica del conflitto, ai confini orientali del continente si consuma l'ennesimo tradimento dei diritti umani. La notizia è ormai ufficiale e ricalca scenari che speravamo di aver superato da tempo: la Georgia ha approvato una legge che vieta la "propaganda LGBTQ+", i matrimoni tra persone dello stesso sesso e i percorsi di transizione medica.
Non si tratta di una misura isolata, ma di una precisa operazione politica che copia fedelmente le leggi liberticide della Russia di Vladimir Putin. Il partito di governo locale ha scelto di utilizzare i corpi e le vite delle persone queer come arma di distrazione di massa, agitando lo spauracchio della "minaccia occidentale" per nascondere il fallimento economico e sociale interno.
L'inganno linguistico: cosa intendono davvero per "propaganda"?
Davanti a provvedimenti del genere, è doveroso porsi una domanda fondamentale: 
di quale propaganda stanno parlando? 
Cosa può esserci di "propagandistico" nella vita di persone che ancora oggi lottano, spesso invano, per il semplice rispetto, per il diritto di esistere e di amare alla luce del sole?
La scelta della parola "propaganda" da parte dei legislatori reazionari è una cinica strategia sociologica e psicologica: serve a trasformare un essere umano in un'ideologia. È difficile convincere la popolazione a discriminare un proprio simile; diventa invece facilissimo se lo Stato persuade i cittadini che non si sta colpendo una persona, ma una "minaccia orchestrata dall'esterno".
Sotto questo inganno linguistico, i regimi criminalizzano la pura e semplice visibilità:
  • Dire a un adolescente che l'omosessualità è una variante naturale dell'affettività umana diventa "propaganda".
  • Mostrare una bandiera rainbow, organizzare un Pride o pubblicare un libro a tematica queer viene marchiato come "reclutamento".
  • Offrire supporto scientifico e medico ai giovani transgender viene perseguitato come un tentativo di "deviazione".
Si ribalta così il ruolo della vittima e del carnefice, facendo passare il disperato bisogno di tutele e di sopravvivenza per un attacco ai “valori tradizionali”.
Il cortocircuito di Bruxelles: un'Unione senza spina dorsale
Questa svolta autoritaria della Georgia getta luce su quel processo di decadimento che abbiamo già denunciato analizzando il caso dell'Islanda e i doppi standard internazionali. La Georgia ha chiesto ufficialmente di entrare a far parte dell'Unione Europea. Eppure, proprio mentre bussa alla porta di Bruxelles, decide di sputare apertamente sui trattati fondamentali e sui diritti civili che dovrebbero costituire il nucleo insostituibile dello spazio europeo.
Il vero dramma è l'impotenza – o peggio, l'indifferenza – di questa gestione comunitaria. L'Unione Europea, nata dalle macerie del Novecento per gridare "mai più" alle discriminazioni e alle persecuzioni, si rivela oggi un gigante dai piedi d'argilla. È un'architettura rigida e inflessibile quando si tratta di imporre tagli alla sanità pubblica o parametri di spesa bellica ai propri membri, ma diventa timida, burocratica e incapace di prendere posizioni nette quando un governo reazionario calpesta la dignità umana.

Tollerare che un Paese candidato segua modelli repressivi significa svuotare di senso la parola “Europa”. Se i diritti umani non sono difesi con la stessa fermezza con cui si proteggono i mercati, l’Unione smette di essere un progetto di civiltà e diventa un comitato d’affari.

I diritti delle persone LGBTQI+ non sono negoziabili, né sacrificabili sull’altare della convenienza geopolitica.

Firma finale

Un articolo di Vanessa Mazza TLGBQI+ Attivista, blogger e osservatrice indipendente delle dinamiche geopolitiche e dei diritti sociali.

Fonti e Documentazione Internazionale:
Questi link attivi certificano l'impianto repressivo del pacchetto legislativo e la condanna degli organismi internazionali:

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