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sabato 11 ottobre 2025

This Will Not End Well di Nan Goldin: un viaggio visivo tra intimità, dolore e resistenza




Fin dagli anni ’70, Nan Goldin ha rivolto il suo obiettivo verso chi viveva ai margini, documentando con empatia e intimità la vita delle persone transgender e drag queen, in un’epoca in cui la loro esistenza era spesso invisibile o stigmatizzata. L'ultima grande mostra di questa artista si è tenuta nel 2017 presso la Triennale — in cui ho attraversato le sale della Triennale di Milano, Museo di Arte Contemporanea. Lì, immersa nel buio vibrante della mostra The Ballad of Sexual Dependency.


Non era solo una proiezione. Era un battito. Un respiro collettivo. Un montaggio di vite che si amano, si perdono, si cercano. Corpi queer, fragili, incandescenti. Amici, amanti, sorelle. La sua ballata non è nostalgia: è urgenza. È un grido che non chiede il permesso.

In quel buio, ho sentito che la fotografia può essere un atto político. Un modo per dire: io ti vedo, ti riconosco, ti custodisco.

Con la sua fotografia, Goldin ha costruito un archivio di resistenza e memoria queer, molto prima che il mainstream si accorgesse di queste vite. Le sue immagini non sono mai voyeuristiche: sono lettere d’amore, atti di solidarietà, testimonianze di esistenza.

“Erano le mie sorelle, la mia famiglia, la mia tribù” – Nan Goldin

In un mondo che ancora oggi uccide chi osa brillare fuori dai binari, queste immagini sono resistenza. Sono memoria queer. Sono carezze che gridano.

Dal 11 ottobre 2025 al 15 febbraio 2026, il Pirelli HangarBicocca di Milano ospita la prima retrospettiva dedicata a Nan Goldin come filmmaker. Non una semplice mostra fotografica, ma un villaggio immersivo di slideshow, installazioni sonore e padiglioni architettonici che trasformano lo spazio in un’esperienza emotiva e sensoriale.
Questa non finirà bene. E va bene così.

Nan Goldin ci avverte: This Will Not End Well. Ma forse non deve finire. Forse deve bruciare, continuare, disturbare. Le sue immagini non cercano pace: cercano verità. E la verità, quando è queer, quando è fragile, quando è scomoda, non si lascia incorniciare.

Se anche tu hai amato qualcuno che il mondo non voleva vedere, questa mostra è per te.

venerdì 10 ottobre 2025

“Bob Marley l’aveva previsto: il potere nelle mani sbagliate distrugge il mondo.


Bob Marley non era solo música. Era visione, era denúncia. Oggi, mentre il potere si concentra nelle mani di chi divide, ricordiamoci che il silenzio è complicità. ✊ Difendiamo la giustizia. Diamo voce a chi non ne ha.

Un Nobel che divide: María Corina Machado e il paradosso della pace


Il Prêmio Nobel per la Pace 2025 è stato assegnato a María Corina Machado, figura controversa della política venezuelana. Per alcuni, è un simbolo di resistenza democratica. Per altri, come me, rappresenta una strategia di potere mascherata da lotta per la libertà.

 Dietro la retorica della democrazia

Machado non è una voce neutrale. La sua opposizione al governo venezuelano non si è mai basata su un progetto inclusivo o sociale, ma su una visione neoliberista che mira a smantellare le conquiste della rivoluzione bolivariana: sanità pubblica, istruzione gratuita, sovranità energetica. Il suo linguaggio è spesso polarizzante, e la sua agenda sembra più orientata alla destabilizzazione che alla costruzione.
 Il Nobel come strumento geopolitico?

Questa assegnazione solleva interrogativi: il Nobel per la Pace è ancora un riconoscimento etico, o è diventato un’arma simbolica nelle mani di chi vuole legittimare certi interessi? Premiare Machado significa ignorare le complessità del Venezuela, le voci popolari, le lotte sociali che non si allineano con la narrativa dominante.
 
Non si tratta di negare le difficoltà del Venezuela, né di difendere acriticamente il governo. Si tratta di riconoscere che la pace non nasce dalla demonizzazione, ma dal dialogo, dalla giustizia sociale, dalla sovranità. E che il vero coraggio è ascoltare anche le voci scomode.

La realtà venezuelana è fatta di contraddizioni, tensioni e speranze. Ridurla a una sola figura, celebrata a livello internazionale, rischia di oscurare le lotte quotidiane di chi difende la sovranità, la giustizia sociale e un modello alternativo al neoliberismo.


Liberalismo in America Latina: tra mito, mercato e marginalizzazione


Il liberalismo in America Latina non ha seguito lo stesso percorso storico del liberalismo europeo. Mentre in Europa è nato come ideologia della borghesia contro il feudalesimo, in America Latina è stato spesso lo strumento delle élite economiche per consolidare modelli di sviluppo basati sull’esportazione e sull’apertura ai mercati globali.

🟠 Liberalismo oligarchico

Alleato delle élite: In molti Paesi latinoamericani, il liberalismo è stato associato a regimi conservatori e autoritari, spesso sostenuti da interessi stranieri.


Contro lo Stato sociale: Ha promosso la riduzione del ruolo dello Stato, opponendosi a politiche redistributive e alla leadership popolare, etichettata come “populista”.


Libertà selettiva: La “libertà” difesa dal liberalismo latinoamericano è spesso limitata alla libertà di mercato e di stampa, ignorando i diritti sociali e collettivi.

🔵 Liberalismo come minoranza contro-egemonica?

Secondo Carlos Rangel, il liberalismo è stato una corrente minoritaria, spesso isolata e osteggiata da un ambiente culturale che glorifica la povertà e il nazionalismo rivoluzionario. Ma questa visione è controversa: molti critici sostengono che il liberalismo abbia fallito nel rispondere alle esigenze reali delle masse, preferendo modelli astratti e importati.

🔴 Il caso Venezuela

Nel contesto venezuelano, il liberalismo è stato contrapposto alla rivoluzione bolivariana, che ha cercato di costruire uno Stato sociale e sovrano. Figure come María Corina Machado incarnano un liberalismo radicale, che propone una rottura netta con il chavismo e una transizione verso un’economia di mercato. Ma per molti, questa visione ignora le conquiste sociali e rischia di riportare il Paese sotto l’influenza delle élite e degli interessi esterni.

“Elon Musk contro i personaggi trans. Ma il mercato ha già scelto.”


La scorsa settimana, alcuni gruppi conservatori hanno cercato di boicottare Netflix, spinti da dichiarazioni di Elon Musk, nel tentativo di rimuovere personaggi transgender dai contenuti. Ma il mercato ha risposto in modo chiaro: le azioni di Netflix sono salite, e il boicottaggio si è rivelato inefficace.

Questo episodio non è solo una nota di cronaca finanziaria. È un segnale culturale. Dimostra che una parte significativa del pubblico non è disposta a sacrificare la rappresentazione e l’inclusività sull’altare dell’intolleranza. Anzi, sembra premiarla.

 il potere di scegliere cosa sostenere Il fallimento del boicottaggio contro Netflix non è solo una vittoria per la rappresentazione transgender—è una dimostrazione che il pubblico ha voce. E quella voce può essere usata per amplificare inclusività, empatia e verità. Ogni click, ogni visione, ogni condivisione è una scelta. E scegliere contenuti che danno spazio a tutte le identità è un atto político, anche se silenzioso.

E tu, cosa scegli di sostenere oggi? La cultura non cambia da sola. Cambia quando noi decidiamo di non voltare lo sguardo. Quando smettiamo di essere spettatori e diventiamo parte della narrazione.

 In un’epoca in cui l’identità di genere è ancora bersaglio di attacchi ideologici, ogni gesto di resistenza conta. Anche scegliere cosa guardare. Anche rifiutare di aderire a campagne di odio mascherate da “libertà di espressione”. La cultura pop non è neutra: è uno specchio, e a volte, un’arma. Sta a noi decidere come usarla.


Mentre alcuni gruppi di destra gridano alla “cancel culture” contro la rappresentazione trans, il mercato risponde con 10 miliardi di dollari in più. La cultura inclusiva non si cancella. Si rafforza.

Quando la scienza viene strumentalizzata: la Cass Review e la disinformazione anti-trans

Negli ultimi mesi, la Cass Review è stata citata da politici e attivisti conservatori come prova contro le cure di affermazione di genere. Ma un nuovo studio pubblicato sul Medical Journal of Australia smonta le fondamenta di quel rapporto, rivelando quanto sia permeato da fallacie e pregiudizi.

“La medicina dovrebbe proteggere, non politicizzare.” Eppure, la Cass Review — citata da ambienti conservatori per limitare le cure di affermazione di genere — sembra fare proprio il contrário.

🔍 Cosa dice davvero la Cass Review? Pur riconoscendo che alcuni giovani traggono benefício daí bloccanti della pubertà, il rapporto ne limita drasticamente l’accesso, proponendo che siano disponibili solo in contesti sperimentali. Una contraddizione che mette a rischio la salute mentale e fisica di migliaia di adolescenti trans.

📉 Standard impossibili e doppi pesi La Review impone criteri clinici irraggiungibili solo alle cure per persone trans, ignorando il consenso scientifico internazionale. Allo stesso tempo, promuove trattamenti psicologici privi di evidenze, alimentando l’idea che l’identità trans sia un problema da “risolvere”.

⚠️ Un’arma politica travestita da scienza Commissionata in un clima politico ostile, la Cass Review è diventata uno strumento per giustificare restrizioni e discriminazioni. Ma come sottolineano gli esperti australiani, non è medicina: è ideologia mascherata da neutralità.

💬 Perché è importante parlarne? Perché ogni volta che la scienza viene distorta per negare diritti, dobbiamo alzare la voce. Perché dietro ogni statistica c’è una persona, una storia, una lotta per essere riconosciuta.

Cosa puoi fare tu?


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Scrivi ai tuoi rappresentanti: la salute non deve essere ostaggio della política

Regno Unito : Odio religioso in aumento, diritti LGBTQ+ sotto pressione: è ora di reagire”



Nel cuore del Regno Unito, i dati parlano chiaro: i crimini d’odio motivati dalla religione stanno crescendo, mentre quelli contro la comunità LGBTQ+ mostrano una lieve flessione. Ma cosa ci dice davvero questa tendenza?

Oltre 7.000 reati religiosi sono stati registrati in Inghilterra e Galles nell’ultimo anno. Un número record, che segna un aumento del 3%. In particolare:

I musulmani sono stati bersaglio di un incremento del 20% nei reati.


I crimini contro gli ebrei sono diminuiti del 18%, ma attenzione: i dati non includono Londra, dove si concentra gran parte di questi episodi.

Questo non è solo un fatto statistico. È un segnale che le tensioni religiose stanno crescendo, alimentate da polarizzazione, disinformazione e, forse, da una società che fatica a dialogare.

🌈 Sul fronte LGBTQ+, la situazione sembra leggermente migliorare:

I crimini basati sull’orientamento sessuale sono scesi del 2%.


Quelli contro le persone transgender sono calati dell’11%.

Ma attenzione: una diminuzione non significa che il problema sia risolto. La paura, la discriminazione e l’odio non si misurano solo in numeri.

Oltre le statistiche: la realtà vissuta dalla comunità LGBTQ+

I numeri ufficiali parlano di una lieve diminuzione dei crimini d’odio contro la comunità LGBTQ+ nel Regno Unito. Ma dietro le cifre si nasconde una realtà ben più complessa. Come sottolinea un portavoce:


“Eppure, questi numeri non raccontano tutta la storia della comunità LGBTQ+. I dati escludono Londra, dove vive una grande parte della comunità, e la fiducia nella polizia è in calo. Molti non denunciano affatto.”

Questa discrepanza tra dati e vissuto quotidiano è allarmante. Le testimonianze raccolte parlano di un aumento dell’odio, di paura crescente, e di un senso di insicurezza che si è intensificato dopo la sentenza della Corte Suprema di aprile—un periodo non incluso nelle statistiche ufficiali.


“Nessuno dovrebbe vivere in un luogo dove non si sente al sicuro.”

La richiesta alla politica è chiara: trasformare i crimini d’odio contro le persone LGBTQ+ in reati aggravati. Un impegno che, secondo molti, non può più aspettare.

Le mie Conclusione

Le statistiche sono importanti, ma non bastano. È il momento di ascoltare le voci di chi vive ogni giorno con il peso dell’odio e della discriminazione. Perché dietro ogni número c’è una persona. E ogni persona merita rispetto, protezione e dignità.


L’odio non si combatte solo con leggi e statistiche. Si combatte con consapevolezza, empatia e voce. In questo post, esploriamo come i crimini d’odio stanno cambiando volto e perché non possiamo permetterci di restare in silenzio.

Interventi su giovani transgender: le regole svizzere


In Parlamento si discute la proibizione delle operazioni per il cambiamento di genere su minori. Per il momento, le condizioni quadro in Svizzera sono piuttosto liberali. Quali sono i diritti dei minori, e quali quelli dell'autorità parentale? 


La prima a sollevare la questione in Svizzera, è stata la direttrice del dipartimento zurighese della sanità Natalie Rickli, eletta nelle fila del partito conservatore di destra UDC. In luglio, Rickli ha chiesto che una legge nazionale vieti gli interventi chirurgici per il cambiamento di genere nei minori, e che l’assunzione di farmaci bloccanti della pubertà sia loro consentita solo nell’ambito di studi scientifici.

La sua collega di partito, anche lei zurighese, Nina Fehr Düsel, ha ora depositato in Parlamento federale una mozione sul tema. Le Camere saranno dunque chiamate a pronunciarsi sul divieto di interventi di transizione di genere su persone minorenni.

È un tema marcato dall’ideologia, nonostante tocchi da vicino solo una piccola parte della popolazione. Se è vero che di recente il numero di interventi di questo genere è molto aumentato, si tratta in ogni caso di numeri davvero piccoli.

Il quotidiano 20 Minuti ha citatoCollegamento esterno i più recenti dati della Confederazione, secondo i quali fra il 2018 e il 2023 la quantità di interventi per anno è passata da sette, a 32. In tutti i casi, si è trattato di interventi al torace.

Attualmente in Svizzera non esiste una legge che regoli il trattamento della disforia di genere in adolescenti. Si tratta di una questione complessa dal punto di vista giuridico, complicata dal fatto che vengono applicati vari protocolli medici.

Quali sono oggi le regole del gioco, quali diritti hanno genitori e figli, e qual è la prassi di trattamento? Risposte alle domande fondamentali.
Chi decide un cambiamento di genere, autorità parentali o minori?

Dipende. In Svizzera, infanti e adolescenti possono decidere in autonomia di sottoporsi a un intervento chirurgico, anche laddove l’autorità genitoriale sia contraria. E questo vale anche per le operazioni per la transizione di genere. Conditio sine qua non: la persona minore deve essere capace di intendere e volere.



Piccolo dizionario della terminologia transgender


Disforia di genere: la sofferenza che deriva dal sentire contraddizione fra l’identità di genere che si percepisce come propria, e quella assegnata alla nascita.

Transizione: l’intero processo di trasformazione dell’identità di genere. Dagli aspetti sociali (abiti, pronomi), a quelli giuridici (modifiche amministrative), fino agli interventi medici (chirurgia, trattamenti ormonali).

Bloccanti della pubertà: farmaci che interrompono temporaneamente, oppure ritardano, le manifestazioni corporee legate alla pubertà. Con l’obiettivo di lasciare alla gioventù interessata tempo per riflettere sulla propria identità di genere, prima che si manifestino modifiche corporee irreversibili, come il cambiamento della voce e la crescita del seno.

Terapia ormonale: trattamenti medici a base di ormoni sessuali (come il testosterone e gli estrogeni), che puntano ad uniformare le caratteristiche fisiche con il genere sessuale percepito come proprio dalla persona interessata.

Torsoplastica: interventi chirurgici sul torace, in genere per amputare il seno (mastectomia) o per crearne uno artificiale. Nonostante successivi interventi chirurgici sono possibili, questo tipo di modifiche è considerato irreversibile, poiché cambia l’assetto del torace. Per esempio, una mastectomia impedisce un futuro allattamento.

Operazioni genitali: un insieme di interventi chirurgici fra i quali la costruzione di una vagina (neovagina), o di un pene (falloplastica), oppure il prolungamento del clitoride perché diventi un piccolo pene (metoidioplastica). Possibili sono anche operazioni su testicoli, uretra, ovaie e utero.



Cosa si intende con “capacità di intendere e volere”, laddove si tratti di interventi per la transizione di genere?

La questione è complessa. La capacità di intendere e volere dipende dal grado di maturità individuale, e dal tipo di intervento. La valutazione avviene tramite perizie mediche.

Non c’è un limite di età stabilito a norma di legge, a partire dal quale sia riconosciuta a una persona la capacità di intendere e volere. L’Accademia svizzera delle scienze mediche menziona però nelle sue linee guida medico-etiche sul temaCollegamento esterno alcuni valori di riferimento.

Ad esempio, per decisioni mediche di modesto impatto viene indicata un’età minima di sette anni. Per interventi semplici 12 anni, e per trattamenti complessi 16 anni. In questa terza categoria rientrano sia le operazioni per il cambio di genere, che l’assunzione di farmaci che bloccano la pubertà.
Un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale presuppone la capacità di intendere e di volere?

La Commissione nazionale d’etica in materia di medicina umana nel 2024 ha emesso estese raccomandazioniCollegamento esterno sul trattamento della disforia di genere nei minori.

La capacità di intendere e volere è premessa indispensabile per ogni intervento chirurgico irreversibile. Anche se l’autorità genitoriale fosse d’accordo, i e le minori devono in ogni caso attendere prima di procedere con l’esecuzione dell’intervento, finché potranno essere considerate capaci di intendere e volere.

L’assunzione di bloccanti della pubertà è invece considerata reversibile e pertanto possibile anche prima del raggiungimento della capacità di intendere e volere. In questo caso, conditio sine qua non è che la persona interessata lo desideri, che l’autorità genitoriale esprima il suo consenso e che ci sia indicazione medica al trattamento.

La percentuale di persone trans che si pentono dell’intervento è bassa, ma gli studi in merito non sono ancora ottimali. Nadja Brönimann ci ha raccontato cosa significa pentirsi della transizione:


Cosa succede se madre e padre sono separati, e hanno opinioni discordanti?


Le autorità sono in questo caso parte in causa. Se i genitori separati, come oggi nella maggioranza dei casi, hanno la patria potestà condivisa, devono entrambi essere d’accordo sull’esecuzione di interventi chirurgici di peso, e questo almeno finché la persona minore interessata non sia ritenuta in grado di intendere e volere.

Laddove le parti genitoriali non siano concordi, può essere coinvolta l’Autorità di protezione dei minori e degli adulti (APMA). Starà a lei verificare quale decisione corrisponda maggiormente al bene del minore, e potrà attribuire il potere decisionale sulla questione a una sola parte genitoriale.

La pratica terapeutica in Svizzera si discosta dal quadro giuridico? Questo contenuto è stato pubblicato 07 ottobre 2025 
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giovedì 9 ottobre 2025

COMUNICATO STAMPA TRANS LIVES MATTER MARCH 2025 – A MILANO LA QUARTA EDIZIONE DELLA MARCIA PER LE VITE TRANS


Domenica 23 novembre, alle ore 16, Milano tornerà a riempirsi di voci, bandiere e corpi liberi con la quarta edizione della TRANS LIVES MATTER MARCH, organizzata da ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere in collaborazione con lo Sportello Trans di ALA Milano Onlus.

Nata nel 2022 da un’idea di Monica J. Romano e Antonia Monopoli, attiviste di lungo corso e figure di riferimento del movimento trans italiano, la marcia milanese è oggi uno degli appuntamenti più significativi nel panorama nazionale per i diritti e la dignità delle persone trans.

Quest’anno la manifestazione assume un significato ancora più profondo: la comunità trans marcerà anche a sostegno del popolo palestinese, vittima di una tragedia umanitaria che non può lasciarci indifferenti.

Nel dolore di chi subisce violenza e oppressione, riconosciamo la stessa domanda di libertà e giustizia che anima le nostre battaglie quotidiane. “Le nostre lotte non si fermano ai confini dell’identità. Sono lotte per la vita, per la pace, per la libertà di ogni essere umano” – dichiarano le realtà organizzatrici.

La TRANS LIVES MATTER MARCH è un evento laico, pacífico e inclusivo, aperto a cittadine e cittadini, associazioni, istituzioni, sindacati e movimenti che credono nell’uguaglianza dei diritti e nella libertà di espressione di ogni persona.

Il corteo partirà da Piazza Oberdan alle 16:30, attraversando le vie del centro cittadino in un percorso di memoria, solidarietà e orgoglio. “Marciamo per affermare che le persone trans esistono, resistono e meritano di vivere senza paura. E lo facciamo da Milano, una città che continua a scegliere l’umanità come bussola”


 – Si legge nella nota di ACET e Sportello Trans ALA Milano.
Appuntamento: domenica 23 novembre 2025, ore 16, Piazza Oberdan – Milano (MM Porta Venezia)

Hashtag ufficiali: #TransLivesMatter #TLMMilano #FreePalestine
Contatti stampa: info@associazionetransgenere.org
Promosso da: ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere
In collaborazione con: Sportello Trans ALA Milano Onlus

Trump è sempre stato contro i diritti LGBTQ+? Tutto nel suo passato dice di no.


Il precedente sostegno del presidente è in contrasto con la sua attuale ostilità anti-trans. Cosa c'è dietro questo cambiamento?

C'era un barlume di speranza per gli americani LGBTQ+ dopo la prima elezione di Donald Trump alla presidenza. Per un repubblicano, almeno, forse non sarebbe stato così male per la comunità queer. L'ex star dei reality aveva fatto delle promesse. Aveva detto che sarebbe stato un "amico" delle persone LGBTQ+. Aveva giurato di proteggerle.

E a quanto pare, il suo passato sembrava suggerire che facesse sul serio. Nel 2000, durante la sua breve corsa alla nomination presidenziale del Partito Riformista, Trump dichiarò alla rivista LGBTQ+ The Advocate che la sua educazione newyorkese gli aveva instillato una sorta di tolleranza. Non aveva problemi ad assumere persone gay, disse.

"Mi piace l'idea di modificare il Civil Rights Act del 1964 per vietare la discriminazione basata sull'orientamento sessuale", ha dichiarato a The Advocate. "Sarebbe semplice. Sarebbe semplice e diretto”.

La promessa di Trump di aggiornare il Civil Rights Act non è arrivata dal nulla. Gli attivisti LGBTQ+ stavano già da tempo facendo pressione per ottenere lo stesso risultato, sotto forma di Equality Act, una legge che non è riuscita a superare il vaglio del Congresso dal 1974.

Oggi, l'idea che Trump possa sostenere l'Equality Act, che vieterebbe la discriminazione nei confronti delle persone LGBTQ+ in importanti ambiti della vita pubblica, sembra alquanto improbabile. Ma 25 anni fa, e anche 10 anni fa, il nome di Trump non era associato all'omofobia o alla transfobia. Il magnate immobiliare si era presentato come agnostico, se non addirittura liberale, riguardo alle questioni sociali.

Fu solo quando assunse la carica presidenziale e iniziò a frequentare le principali organizzazioni anti-LGBTQ+ che le politiche di Trump iniziarono a includere una serie di misure anti-trans. Prima di allora, Trump aveva mostrato indifferenza, o addirittura sostegno, nei confronti delle persone transgender.

I suoi precedenti discorsi e comportamenti sollevano seri dubbi sulla sincerità delle sue posizioni anti-transgender. Vuole davvero cancellare i transgender dalla vita pubblica? Oppure sono solo un mezzo per ottenere il favore dei conservatori più radicali? Il presidente lo ammetterebbe? E alla fine, importa davvero?

Nel 2012, quando era co-proprietario del concorso di Miss Universo, Trump aveva elogiato la vincitrice di Miss USA di quell'anno, Olivia Culpo, per aver affermato che le donne transgender dovrebbero essere ammesse a partecipare.

"Ma oggi, con tutte le operazioni chirurgiche e le persone che sentono il bisogno di cambiare per essere più felici, io accetto questa possibilità perché credo che sia una scelta libera", disse Culpo, che in seguito fu incoronata Miss Universo.

"Ha dato una risposta eccellente a una domanda molto difficile, quella sulla transessualità, che tutti vogliono sentire, e ha risposto in modo eccellente, facendo un lavoro davvero ottimo", ha dichiarato Trump a Fox and Friends nel giugno 2012.

Inoltre, la CNN ha fatto notare che Trump ha posto fine al divieto di partecipazione delle persone transgender ai suoi concorsi di bellezza, citando le regole olimpiche che permettono alle donne transgender di partecipare.

Anche nel 2016, Trump ha più volte affermato che le persone transgender dovrebbero usare i bagni che preferiscono.

Anche se nel 2016 Trump aveva iniziato a prendere una posizione più dura contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso, era ancora citato dalla stampa mentre affermava che l'ex atleta e star della TV Caitlyn Jenner poteva usare "il bagno che preferiva" nel suo Trump Tower.

In particolare, nel 2016, Trump si è schierato contro il North Carolina House Bill 2, una delle prime leggi del genere nel Paese, che imponeva alle persone di utilizzare i bagni corrispondenti al loro sesso di nascita. La misura ha causato un danno economico stimato in 3,7 miliardi di dollari, a causa dei boicottaggi di aziende, leghe sportive e artisti. È stato completamente abrogato nel 2020.

Secondo quanto riportato dal New York Times, Trump aveva fatto notare che i problemi che avevano portato al divieto erano stati molto pochi.

"North Carolina ha preso una posizione molto forte e ora sta pagando un prezzo molto alto", ha dichiarato Trump. "E ci sono molti problemi. Ho sentito dire che una delle migliori risposte è stata quella di un commentatore che ha detto: "Lasciamolo così com'è".

Nel 2016, in occasione della sua candidatura, The New York Times ha concluso che Trump era semplicemente l'opzione più gay-friendly tra i candidati repubblicani alla presidenza di quell'anno, notando che sosteneva che le persone transgender potessero usare i bagni pubblici e che era stato il primo proprietario di un club privato a Palm Beach, in Florida, a permettere l'ingresso a una coppia gay.

La scrittrice e attivista transgender Charlotte Clymer ricorda che la comunità era diffidente nei confronti di Trump in quanto repubblicano, prima che diventasse presidente nel 2016.

"Ma non stava attaccando le persone transgender all'epoca, non lo stava facendo", ha detto. "Quello che ricordo è che non c'era alcuna preoccupazione da parte di nessuno dei miei follower riguardo alle posizioni di Trump nei confronti della comunità transgender".

Tutto questo è ben diverso dal Trump di oggi, che ha fatto della cancellazione dei transgender dalla vita pubblica un punto di forza del suo secondo mandato.

Tuttavia, nel suo primo mandato, gli attivisti erano ancora incerti su quale sarebbe stato il suo ruolo di presidente per gli americani LGBTQ+. A dichiararlo è una portavoce dell'organizzazione no profit GLAAD, che si occupa di media per la comunità queer, la quale ha chiesto di non essere nominata perché i dipendenti dell'organizzazione ricevono minacce di violenza per aver rilasciato interviste sui temi LGBTQ+.

La leadership di GLAAD ha avviato il progetto di monitoraggio dell'operato di Trump il primo giorno dell'amministrazione, quando ha notato che era stata rimossa ogni menzione relativa a LGBTQ dal sito della Casa Bianca", ha dichiarato il portavoce. "Da allora, abbiamo iniziato a documentare le politiche e le dichiarazioni".

Al momento della pubblicazione, il Trump Accountability Tracker ha contato 367 attacchi contro gli americani LGBTQ+ da parte di entrambi i governi di Trump.

Interpellata per un commento sull'evoluzione di Trump riguardo alle questioni queer e trans, Abigail Jackson, portavoce della Casa Bianca, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

"I democratici 'woke' vogliono distruggere gli sport femminili e mettere a rischio la privacy delle donne, permettendo agli uomini di competere contro di loro e di accedere ai loro spogliatoi e bagni. Millioni di americani sono d'accordo con la posizione del presidente Trump a favore di una politica di buon senso per la protezione delle donne. Il sostegno della sinistra radicale alla transizione di genere per tutti è una vergogna!"

In occasione del suo discorso inaugurale, a gennaio, Trump ha promesso che il suo governo federale avrebbe riconosciuto solo due generi: maschile e femminile. Ha mantenuto la promessa, provando a impedire alle persone transgender di aggiornare i propri passaporti, rimuovendo i riferimenti agli americani transgender dai monumenti nazionali, emanando un'ordinanza esecutiva per vietare alle ragazze transgender di partecipare agli sport extracurricolari, reintroducendo il divieto per le persone transgender di servire nell'esercito, riducendo i finanziamenti per i programmi LGBTQ+ e cercando di aggirare la legge federale collocando le donne transgender detenute nei carceri federali nel reparto maschile.

Stando a quanto riferito da GLAAD, è difficile determinare cosa sia cambiato in Trump tra il 2015 e oggi, spingendolo a prendere una posizione così dura sui diritti delle persone transgender.

Secondo Clymer, si tratta di semplice politica. Le persone trans, ha detto, sono uno strumento che Trump usa per suscitare l'ira dei repubblicani più conservatori.

"Penso che rendere la transfobia un elemento centrale della sua presidenza sia principalmente un modo per accontentare la sua base e il risultato di chiunque gli stia parlando in un dato momento, e semplicemente la maggior parte delle persone che gli parla sono anti-trans", ha dichiarato Clymer. "Se domani i suoi più stretti collaboratori gli dicessero di smetterla con la transofobia o di diventare neutrale sulle questioni transgender, lui lo farebbe immediatamente".

Stando ai dati di GLAAD, meno del 30% degli americani conosce una persona transgender. Trump fa parte di quel 30%. Conosceva le concorrenti transgender dei suoi concorsi di bellezza e era amico di Jenner prima di diventare presidente.

Tuttavia, Trump è anche consapevole di essere in minoranza e sta sfruttando questa situazione a suo vantaggio, secondo GLAAD.

Alla fine, secondo Clymer, ciò che conta è che Trump non sembra provare ostilità nei confronti della comunità LGBTQ+.

"Quali sono le conseguenze delle sue politiche?" ha chiesto. "Se si considerano i risultati delle sue politiche, è senza dubbio il presidente più anti-LGBTQ di sempre".

L’11 ottobre si celebra il Coming Out Day


l'11 ottobre si celebra la Giornata Internazionale del Coming Out (Coming Out Day), una ricorrenza istituita nel 1988 negli Stati Uniti per promuovere la visibilità della comunità LGBTQIA+ e contrastare omofobia, ignoranza e discriminazione. La data fu scelta per commemorare la seconda marcia su Washington per i diritti LGBTQI+, tenutasi l'11 ottobre 1987.

Origini e Scopo
Robert Eichberg e Jean O'Leary:
La giornata fu ideata nel 1988 dallo psicologo Robert Eichberg e dall'attivista Jean O'Leary, per porre fine allo stigma e al silenzio che alimentavano l'omofobia.

È dimostrato che gli studenti e i lavoratori LGBTQIA+ che si sono dichiarati nel loro ambiente vivono meno disagio psicologico e maggiore felicità.

Lotta contro l'ignoranza:
La giornata mira a sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza di essere liberi di esprimere la propria identità e a contrastare l'ignoranza, responsabile di stereotipi e omofobia.

Perché si celebra il 11 Ottobre?
La scelta dell'11 ottobre è un riferimento diretto alla seconda marcia nazionale per i diritti LGBTQI+, avvenuta a Washington l'11 ottobre 1987.

Originariamente nata negli Stati Uniti, il Coming Out Day è oggi una ricorrenza internazionale celebrata anche in Italia e in molti altri paesi, tra cui Australia, Canada, Germania, Nuova Zelanda e Regno Unito.



Fare coming out non è semplice, ma può diventare ancora più difficile quando il supporto delle persone care viene a mancare. Il momento del coming out è spesso carico di incertezze, e sapere di avere al proprio fianco genitori, amici e parenti pronti ad ascoltare e comprendere può fare una differenza enorme.

Rifugiate LGBTIQ+: Il caso delle donne transgender Brasiliane in Italia


Questo articolo è un estratto della tesi di laurea magistrale discussa a giugno 2024 sotto la supervisione della professoressa Sara Pennicino. Il lavoro analizza gli strumenti giuridici disponibili nella legislazione internazionale e l'internalizzazione di queste leggi in Italia. Successivamente, cerca di comprendere il movimento migratorio delle donne transgender brasiliane che cercano in Italia la possibilità di una “vita migliore”, raccogliendo dati e informazioni pertinenti che dimostrano gli elementi costitutivi della persecuzione contro le donne transgender in Brasile. In conclusione, questo lavoro sostiene che l'appartenenza a questo specifico gruppo sociale rende queste donne idonee a richiedere asilo nel Paese.

Sommario
La definizione di rifugiato: consolidamento come diritto e criteri di riconoscimento
Rifugiati LGBTIQ+: l’emergere della categoria nel contesto internazionale
Elementi costitutivi della persecuzione contro le donne transgender in Brasile
Conclusione

“Perché stai chiedendo asilo? Il Brasile non è in guerra” è stata la domanda posta da un funzionario pubblico della Provincia di Vicenza a una donna trans brasiliana, una delle beneficiarie del progetto in cui lavoro, quando ha richiesto la tessera sanitaria, diritto previsto per i richiedenti asilo. Era evidente una comprensione errata della definizione di rifugiato. Tuttavia, la migrazione è intrinseca alla natura umana e l’atto di spostarsi verso luoghi più sicuri ha sempre accompagnato la storia dell’umanità. In questo senso, l’istituzione del rifugio rappresenta una testimonianza della costante ricerca dell’umanità per la giustizia e la solidarietà di fronte alla persecuzione e alla violenza.
La definizione di rifugiato: consolidamento come diritto e criteri di riconoscimento

Nel luglio del 1951 è stata adottata la Convenzione relativa allo status dei rifugiati, che ha posto le basi giuridiche per la definizione moderna di rifugiato, stabilita all’articolo 1A(2). Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), è rifugiato colui che, a causa di un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal proprio paese di cittadinanza ed è nell’impossibilità o per tale timore non vuole avvalersi della protezione di tale paese (UNHCR, 2019, p. 171).

L’espressione “fondato timore di persecuzione” comprende sia elementi soggettivi che oggettivi. Sebbene la paura sia per sua natura personale, essa deve essere sostenuta da circostanze credibili e oggettive per soddisfare i requisiti legali. Lo status di rifugiato, quindi, non si basa esclusivamente sulla percezione individuale, ma anche sulla ragionevolezza di tale percezione alla luce della situazione nel paese d’origine. Una storia documentata di persecuzioni precedenti è un forte indicatore, ma anche chi non ha subito danni personalmente può essere riconosciuto come rifugiato se il ritorno nel proprio paese lo esporrebbe a un rischio reale di persecuzione.

I richiedenti asilo devono dimostrare un timore di persecuzione fondato su uno dei cinque motivi protetti elencati nella Convenzione del 1951. Spesso, gli individui non riescono a identificare con chiarezza il motivo specifico della persecuzione, ma questo non invalida la loro richiesta. Tra questi motivi, l’espressione “appartenenza a un determinato gruppo sociale” è volutamente aperta. A differenza delle altre categorie, non è definita in modo preciso, consentendo un’interpretazione più ampia che includa gruppi non previsti all’epoca della redazione della Convenzione. Per questo motivo, si è rivelata uno strumento fondamentale per la protezione di persone in contesti sociali e giuridici in continua evoluzione.
Rifugiati LGBTIQ+: l’emergere della categoria nel contesto internazionale

Negli ultimi decenni, la crescente consapevolezza internazionale sui diritti delle minoranze sessuali, sostenuta dal lavoro di advocacy di ONG e attori globali, ha portato a un più ampio riconoscimento delle persone LGBTIQ+ come gruppo vulnerabile. Nonostante lo status giuridico di minoranza, la volontà politica di implementare misure di protezione per questa popolazione rimane limitata. Di fronte alle persistenti violazioni dei diritti, giuristi e tribunali in diverse giurisdizioni hanno iniziato a sostenere il riconoscimento dello status di rifugiato per individui perseguitati a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere.

Un passaggio fondamentale nel riconoscimento delle persone LGBTIQ+ come rifugiati è stata l’adozione dei Principi di Yogyakarta nel 2007. Sebbene non vincolanti dal punto di vista legale, questi principi stabiliscono come il diritto internazionale dei diritti umani si applichi all’orientamento sessuale e all’identità di genere, colmando le lacune tra il diritto dei rifugiati e la più ampia protezione dei diritti umani. Dopo la loro pubblicazione, l’UNHCR ha riconosciuto sempre più la diversità sessuale e di genere nei suoi documenti. Nel 2012, l’UNHCR ha emesso le Linee Guida sulla Protezione Internazionale n. 9, adottando formalmente la categoria “LGBTI”. Le linee guida evidenziano che le persone LGBTI subiscono gravi e diffuse violazioni dei diritti umani a livello globale, tra cui violenza, tortura, detenzione arbitraria e discriminazioni in settori chiave come la salute, l’istruzione e l’occupazione (UNHCR, 2019, p. 166).

Per quanto riguarda l’applicazione del diritto internazionale, l’Italia, avendo ratificato la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967, ha recepito le direttive dell’Unione Europea del Sistema Comune Europeo di Asilo (CEAS) nella legislazione nazionale. Questo quadro giuridico, almeno in teoria, sostiene la protezione delle donne trans brasiliane che riescano a dimostrare un fondato timore di persecuzione.
Elementi costitutivi della persecuzione contro le donne transgender in Brasile

In Brasile, la comunità transgender ha affrontato sfide significative, pur avendo ottenuto importanti conquiste negli ultimi anni. Il Paese conta una popolazione transgender diversificata e dinamica, ma questa comunità continua a essere vittima di discriminazione, violenza ed emarginazione in molteplici ambiti della società. Nonostante i progressi, permangono gravi problematiche.

Il progetto Trans Murder Monitoring (TMM) monitora, raccoglie e analizza sistematicamente i dati sugli omicidi di persone trans e di genere non conforme a livello mondiale. I dati del TMM per il 2023 indicano che 321 persone trans e di genere diverso sono state uccise nei Paesi che hanno contribuito al progetto tra il 1° ottobre 2022 e il 30 settembre 2023. Il 94% delle vittime erano donne trans o persone transfemminili, e quasi tre quarti (74%) degli omicidi registrati sono avvenuti in America Latina e nei Caraibi. Quasi un terzo (31%) del totale si è verificato in Brasile, il che conferma che il Paese è tuttora considerato ad alto rischio per questa popolazione.

Figura 1

Mappa del número di omicidi di persone trans e di genere non conforme nel mondo, da gennaio a settembre 2023


Tuttavia, la mancanza di dati sulla popolazione transgender incide anche sulla produzione di informazioni relative agli omicidi e alla violenza derivanti dalla transfobia. Per questo motivo, il progetto Trans Murder Monitoring sottolinea che i dati presentati non sono esaustivi e possono offrire solo una fotografia parziale di una realtà che è, senza dubbio, molto più grave di quanto le cifre suggeriscano.

In Brasile, l’Associazione Nazionale delle Travestite e delle Trans (Antra) denuncia l’assenza di dati governativi sulla violenza contro la popolazione trans come un problema grave che richiede attenzione immediata, affermando l’urgenza di comprendere perché gli uffici di sicurezza pubblica degli stati brasiliani non consolidano adeguatamente tali informazioni (Benevides, 2024).

Dal 2018, Antra è responsabile di una delle principali pubblicazioni dedicate alla violenza contro la popolazione trans: il Dossier sugli omicidi e la violenza contro le persone trans in Brasile. La tabella seguente mostra i dati degli ultimi sette anni, raccolti tra il 2017 e il 2023 (Tabella 1).

I numeri riportati nella Tabella 1 rappresentano una media di 151 omicidi all’anno e 13 casi al mese. Il dossier del 2024 sottolinea che nel 2023 almeno il 54% dei casi di omicidio presentava elementi di crudeltà, come violenza eccessiva, colpi multipli, decapitazione, l’uso di più di un metodo e altre forme brutali di violenza, come trascinare il corpo per strada e colpire zone specifiche come testa, seni e genitali. Per gli esperti, questi elementi rappresentano indicatori facilmente identificabili nei crimini d’odio, come femminicidi e altri reati, rivelando la presenza di transfobia in questi crimini (Benevides, 2024).

Altri risultati della ricerca hanno evidenziato gravi forme di discriminazione affrontate da questo gruppo sociale in Brasile. Per esempio, nell’ambito della salute, spesso si riscontrano casi di misgendering, cure inadeguate e negazione dell’uso del nome scelto, una forma di esclusione sia simbolica che esistenziale (Alves & Moreira, 2015). Sebbene le iniziative di sanità pubblica abbiano affrontato la prevenzione dell’HIV/AIDS e le cure di affermazione di genere, l’accesso rimane precario e insufficiente, spingendo frequentemente le donne trans verso pratiche rischiose come l’uso non supervisionato di ormoni e iniezioni di silicone industriale. Questi comportamenti non dovrebbero essere interpretati come irresponsabili, ma piuttosto come forme di resistenza e sopravvivenza di fronte a fallimenti sistemici nel settore sanitario e marginalizzazione sociale. Le donne trans sviluppano strategie di coping – come il ricorso a reti personali all’interno del sistema sanitario e quella che definiscono “rifinitura femminile” – per superare le barriere istituzionali e mitigare la discriminazione. Il concetto di “passing”, centrale negli studi queer, illustra ulteriormente come il perseguimento di un aspetto cisnormativo diventi un meccanismo protettivo contro la violenza sociale e la marginalizzazione intra-comunitaria. Le donne trans affrontano forme intersezionali di oppressione – legate all’identità di genere, classe, razza e sessualità – e subiscono spesso livelli sproporzionati di violenza e omicidi in Brasile, facendo del passing non solo una strategia sociale, ma un mezzo di sopravvivenza fisica.

Gli studi mostrano anche che la transfobia spinge le persone trans a lasciare scuole e università. Gli individui transgender sono drasticamente sottorappresentati nel sistema educativo brasiliano: circa il 70% non completa la scuola superiore e solo lo 0,02% raggiunge l’istruzione superiore, con solo lo 0,2% degli studenti delle università pubbliche che si identifica come trans. Questa grave sottorappresentazione non è frutto di abbandono volontario, bensì di pratiche istituzionali che espellono sistematicamente questi studenti. Come sostiene Luma Nogueira de Andrade (2012), gli studenti trans sono sottoposti a una “pedagogia del dolore”, un processo in cui le scuole, in quanto istituzioni disciplinari, impongono conformità tramite violenza simbolica e materiale. Pratiche comuni includono il rifiuto di usare il nome scelto, negare l’accesso ai bagni corrispondenti al genere, escludere le esperienze trans dai programmi scolastici e punire le espressioni dell’identità di genere. Andrade identifica otto fattori chiave che contribuiscono a questo ambiente, come la mancanza di formazione degli insegnanti sulla diversità di genere, l’applicazione di norme eteronormative e le barriere alla piena partecipazione alla vita scolastica. Queste condizioni creano un ambiente ostile che rende impossibile la frequenza continuativa, costringendo gli studenti trans a uscire da un processo simile a un’espulsione non ufficiale.

Le donne transgender in Brasile sono spesso escluse dagli ambienti familiari e scolastici fin dalla giovane età, innescando un ciclo di vulnerabilità sistemica caratterizzato da interruzione scolastica, mancanza di supporto finanziario e isolamento sociale. Questa esclusione precoce le spinge frequentemente a situazioni di sopravvivenza come la vita da senzatetto e il lavoro sessuale, specialmente data la barriera strutturale nell’accesso al mercato formale del lavoro. Senza un’istruzione formale e in assenza di pratiche di assunzione inclusive, molte donne trans, particolarmente quelle povere, nere ed espulse dalla famiglia, faticano a ottenere un impiego stabile, trovando spesso nella prostituzione l’unica via di sostentamento (Aquino, Nogueira & Cabral, 2017). Le loro esperienze lavorative sono spesso segnate dalla paura, vigilanza costante e dalla pressione di “dimostrare” il proprio valore in ambienti in cui la transfobia è latente o esplicita. Marinho e Silva de Almeida descrivono questa realtà come una “campo minato”, dove la minaccia di umiliazione o violenza è sempre presente. Di conseguenza, anche coloro che riescono a inserirsi nel mercato formale rimangono in posizioni precarie e subordinate, dovendo negoziare il riconoscimento e il rispetto di base in spazi che raramente garantiscono i loro diritti.

Di fronte a forme intersezionali di esclusione, le donne trans brasiliane sono significativamente più vulnerabili alla tratta di esseri umani, in particolare per scopi di sfruttamento sessuale. Secondo l’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), il 74% degli individui transgender trafficate tra il 2017 e il 2020 sono state vittime di sfruttamento sessuale, uno schema legato alla discriminazione sistemica, esclusione dal mercato del lavoro e esperienze migratorie precarie. La marginalizzazione delle persone trans crea una condizione strutturale in cui la prostituzione diventa una delle poche strategie di sopravvivenza accessibili. Lo studio Transatlantic Journeys mostra che molte donne trans brasiliane migrano in Europa, in particolare in Italia, in cerca di sicurezza e opportunità economiche, ma incontrano un “doppio stigma” come migranti irregolari e sex worker trans (Piscitelli, 2008; Teixeira, 2008). Queste donne spesso ignorano i propri diritti o le protezioni legali, restando vulnerabili a pratiche di reclutamento ingannevoli, sfruttamento e repressione statale. Come sottolinea l’UNODC (2022), la tratta non riguarda solo la forza, ma anche la vulnerabilità prodotta da profonde disuguaglianze sociali – particolarmente quelle modellate da identità di genere, razza e classe. La migrazione diventa quindi sia una forma di fuga sia un nuovo terreno di rischio, dove supporto e sfruttamento coesistono frequentemente.
Conclusione

Le donne trans brasiliane possono essere considerate idonee allo status di rifugiate ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo del 1967, in quanto appartenenti a un particolare gruppo sociale che subisce violazioni sistematiche dei diritti umani – come la transfobia, l’esclusione dall’istruzione, dalla sanità e dal mercato del lavoro, e una maggiore vulnerabilità alla violenza e alla tratta di esseri umani. Queste violazioni possono costituire persecuzione, almeno per quanto riguarda l’elemento oggettivo dell’analisi della richiesta d’asilo. Sebbene i quadri giuridici come il Sistema Comune Europeo di Asilo (CEAS) prevedano teoricamente meccanismi di riconoscimento e protezione in paesi come l’Italia, ostacoli quali la mancanza di informazioni, traumi e stigma sociale spesso impediscono alle donne trans di accedere a questi diritti. Pertanto, riconoscere l’estrema marginalizzazione di questo gruppo è fondamentale non solo per la loro protezione legale, ma anche per promuovere la loro visibilità e inclusione nei dibattiti accademici e politici.






“Libero di amare, libero di essere”: la nuova strategia UE per i diritti LGBTIQ+ 2026-2030


Nel corso degli ultimi cinque anni, la percezione sociale delle persone LGBTIQ+ nei Paesi membri dell’Unione europea ha mostrato segnali di miglioramento. Circa il 75 % degli intervistati si dichiara a proprio agio nell’avere colleghi gay, lesbiche o bisessuali. Tuttavia, i dati evidenziano che permane uno scenario di forte disuguaglianza, ancora una persona su tre appartenente alla comunità LGBTIQ+ riferisce di aver subito discriminazioni negli ultimi dodici mesi.
“Libero di amare, libero di essere”: la nuova strategia UE per i diritti LGBTIQ+ 2026-2030

Per contrastare questa situazione, rafforzare i diritti civili e favorire una piena inclusione, la Commissione europea ha varato la sua nuova strategia per l’uguaglianza LGBTIQ+ per il periodo 2026-2030. La proposta prende le mosse dall’esperienza della precedente strategia 2020-2025, ma intende spingersi oltre nella diffusione della cultura dell’uguaglianza in tutti i campi delle politiche comunitarie.

Tre le direttrici principali di intervento indicate: la protezione delle persone LGBTIQ+, l’empowerment dei soggetti interessati e il coinvolgimento attivo della società civile nel promuovere, monitorare e sostenere l’uguaglianza nel vivere quotidiano.

Sul versante della protezione, la strategia prevede un piano d’azione specifico contro il cyberbullismo e una piattaforma di raccolta dati (knowledge hub) su discorsi d’odio e attività illegali online motivate da orientamento sessuale o identità di genere. La Commissione insiste anche sull’applicazione rigorosa delle norme comunitarie contro la discriminazione, e sul sostegno finanziario alle organizzazioni della società civile che difendono i diritti LGBTIQ+. Un obiettivo cruciale è l’eradicazione delle cosiddette pratiche di conversione, intendendo con ciò quegli interventi coercitivi volti a modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone. La Commissione avvierà analisi dedicate e prenderà in considerazione anche una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) per vietare queste pratiche.

Sul fronte dell’empowerment, la strategia punta a rendere più efficaci gli organismi di parità (equality bodies) nel promuovere i diritti LGBTIQ+, ad agevolare il riconoscimento delle famiglie arcobaleno (ad esempio, incoraggiando gli Stati membri ad adottare la proposta europea sul riconoscimento della genitorialità), e a sostenere l’ambiente lavorativo inclusivo, anche attraverso il lavoro con la piattaforma UE delle “Diversity Charters” per promuovere politiche di assunzione inclusive.

Infine, per coinvolgere la società, la Commissione invita tutti gli Stati membri a dotarsi di strategie o piani nazionali sull’uguaglianza LGBTIQ+, a migliorare la raccolta e l’analisi dei dati sulla vita reale delle persone, e inaugura un punto di dialogo diretto con la società civile tramite il “LGBTIQ+ Policy Forum”. In parallelo, nel 2026 sarà pubblicato un rapporto sull’applicazione delle norme di uguaglianza nell’occupazione, con nuove linee guida volte a favorire assunzioni inclusive.

Con questa strategia, l’Unione europea intende che il princípio di uguaglianza non resti un obiettivo astratto, ma diventi parte integrante delle politiche concrete e della quotidianità: libero di amare, libero di essere.

Giornata internazionale delle lesbiche


In occasione della Giornata internazionale lesbica, che si celebra ogni anno l'8 ottobre, si celebra la cultura e la storia lesbica. Questa giornata speciale offre l'opportunità alle lesbiche di tutto il mondo di celebrare con orgoglio la propria identità e di mettere in luce i propri contributi e le proprie sfide.


Le origini di questa giornata sono avvolte nel mistero, ma si pensa che abbiano radici in Australia o in Nuova Zelanda. Un momento significativo è stato la prima Marcia delle lesbiche in occasione della Giornata internazionale della donna, il 8 marzo 1980, in Nuova Zelanda. Dieci anni dopo, l'Australia ha ospitato il suo primo evento per l'International Lesbian Day a Melbourne. Da allora, la ricorrenza ha acquisito sempre più importanza e viene ora celebrata in tutto il mondo con eventi e attività che rendono omaggio alla comunità lesbica. Per onorare questa giornata, perché non approfondire la storia e le esperienze delle lesbiche? Dedicatevi alla scoperta di storie attraverso film, libri e discussioni. È un giorno per riconoscere i traguardi e le difficoltà delle lesbiche, offrendo sostegno e solidarietà.



Le lesbiche hanno una lunga storia che include figure come la poetessa greca Saffo (VII secolo a.C.) e l'aristocratica inglese Anne Lister (XIX secolo). La loro visibilità è aumentata nel XX secolo con la letteratura, la musica e l'attivismo politico, culminato nei movimenti per i diritti civili negli anni '70 e '80. Attiviste come Sylvia Rivera e figure letterarie come Virginia Woolf e Gertrude Stein hanno giocato ruoli cruciali nel definire e legittimare l'identità lesbica e queer.
Anne Lister
(1791-1840): È considerata la "prima lesbica dell'era moderna" per aver lasciato un diario dettagliato della sua vita intima e delle sue relazioni con altre donne.
Letteratura:
Le scrittrici lesbiche sono emerse in Europa e America negli anni '20 e '30, sviluppando una cultura e una sottocultura specifica. Figure come Virginia Woolf, Gertrude Stein e Elizabeth Bishop hanno avuto relazioni significative e hanno contribuito a un corpus letterario lesbico.
Attivismo:
Le attiviste e le comunità lesbiche hanno contribuito alla battaglia per i diritti civili, aumentando la visibilità e l'affermazione sociale a partire dagli anni '70.

Cultura e Sport:
La visibilità è cresciuta nella música (Melissa Etheridge, K.D. Lang), nello sport (Martina Navrátilová) e nel cinema (Jodie Foster), portando a una maggiore rappresentazione delle lesbiche nella società e nella cultura. 

Celebriamo la Giornata Internazionale delle lesbiche (8 ottobre). Oggi onoriamo le lesbiche di tutto il mondo, il loro amore, le loro voci e il loro potere. La visibilità lesbica è resistenza, gioia e solidarietà. A tutte le lesbiche: la vostra esistenza conta, la vostra fierezza è bella e la vostra storia e le vostre storie hanno rafforzato la nostra comunità.

10 anni fa cadeva l'obbligo di sterilizzare chirurgicamente le persone trans. La sentenza n°15138/2015 della cassazione, 10 anni dopo.


A luglio, quest’anno, ricorre un anniversario epocale per le persone trans.
Per anni i Tribunali (salvo qualche rara eccezione) avevano imposto la sterilizzazione chirurgica come obbligo per ottenere la rettificazione anagrafica: nel luglio 2015, una sentenza della Cassazione sancì definitivamente la caduta di tale obbligo.

Un passo di civiltà doveroso, giunto proprio dieci anni fa.

Per anni si è negato che si trattasse di una vera e propria mutilazione genitale di massa;
ma ad intere generazioni di persone trans fu nei fatti imposto, che lo desiderassero o meno, tale invasivo intervento chirurgico.

Il superamento di tale obbligo, arrivato nel luglio 2015, è uno dei più importanti passi avanti fatti dall’approvazione della legge 164/82.

Ma tanta, tantissima strada deve essere ancora compiuta.
Superata la sterilizzazione, la legge 164/82 costringe ancora ad un iter burocratico lungo, costoso e patologizzante.

È stata fatta tanta strada: ma la il cammino da compiere è ancora lungo.

mercoledì 8 ottobre 2025

Brasile: Lula restituisce al Sistema Unico di Salute (SUS) i fondi destinati al Comitê Nacional de Saúde LGBTIA+, abolito durante il governo Bolsonaro.


Il governo Lula ha ufficializzato la riattivazione del Comitato tecnico nazionale per la salute LGBTIA+, ripristinando un importante spazio di partecipazione sociale che era stato sospeso sette anni fa. Il collegio, che riunisce 27 movimenti sociali e associazioni, torna a svolgere un ruolo fondamentale nella formulazione, nel monitoraggio e nell'articolazione delle politiche di salute per la popolazione LGBTIA+ nell'ambito del Sistema Sanitario Nazionale (SUS)

Tra le sue funzioni, vi sono la proposta di azioni per superare le barriere di accesso, il monitoraggio dell'attuazione della Política Nazionale di Salute Integrale LGBT e il sostegno a ricerche e dibattiti che amplino la conoscenza della società sulle esigenze di questa popolazione.

Secondo il Ministero della Salute, il comitato sarà anche responsabile di fornire supporto alla revisione del Piano Operativo della política nazionale e avrà autonomia nella costruzione di strategie e azioni. La segretaria di Attenzione Primaria alla Salute, Ana Luiza Caldas, ha celebrato la riattivazione del comitato da parte del governo Lula: "La partecipazione sociale è fondamentale per il funzionamento del Sistema Sanitario Nazionale (SUS), affinché tutte le voci siano ascoltate e le loro esigenze siano accolte, al fine di migliorare le politiche sanitarie e offrire un servizio qualificato, rispettoso della diversità di genere e dell'orientamento sessuale".

La ripresa del comitato avviene in un contesto di recenti avanzamenti nel campo dell'assistenza alla popolazione LGBTIA+. Nel 2024, per esempio, i campi "orientazione sessuale" e "identità di genere" sono stati aggiornati nelle schede di registrazione individuale del sistema e-SUS APS, rendendo il loro inserimento obbligatorio. La coordinatrice di Accesso e Equità del Ministero della Salute, Lilian Silva Gonçalves, ha sottolineato l'impatto della misura: "Questa modifica rompe con l'invisibilità delle persone LGBTIA+ nei dati ufficiali. La visibilità ci permette di comprendere meglio le loro esigenze e di orientare in modo opportune le strategie di cura richieste".

Creato nel 2004, il comitato era responsabile della formulazione della Política Nazionale di Salute Integrale LGBT, pubblicata nel 2011, e la sua última riunione si è tenuta nel 2017. Tuttavia, è stato soppresso nel 2018 durante il governo di Jair Bolsonaro, a seguito della pubblicazione di un decreto che ha portato alla dissoluzione di centinaia di consigli e comitati. Ora, a recriação do comitê em setembro de 2025, durante il governo Lula, amplia sua rappresentatività e reacende as aspettative di progressi nella garanzia dei diritti e nel rafforzamento di una política pubblica di salute che celebri la diversità e combatta le disuguaglianze storiche.

L'organo, che era stato soppresso nel 2019, è stato reintrodotto con l'obiettivo di ampliare i diritti di gay, lesbiche, bisessuali, travestiti, transgender, intersessuali, asessuali e di tutte le persone rappresentate dalla sigla nel Sistema Sanitario Nazionale (SUS).